
Ci sono comportamenti che “si alleano” e creano una sorta di distorsione della realtà e del modo con cui tu rispondi a ciò che pensi di vedere.
Esemplifico.
Sei stato educato a utilizzare la parola in un certo modo e a leggere ogni cosa con una sorta di pregiudizio malevolo nei confronti del prossimo.
Quando eri piccolo ti sarà capitato di ascoltare i discorsi dei grandi, discorsi che ti hanno, involontariamente educato alla lettura distorta degli altri e degli accadimenti.
Ritorna per un istante a un episodio dell’infanzia in cui la tua mamma stava ricevendo una sorta di “racconto confidenza” da parte di un’amica.
Quella “cara amica”, che chiameremo per comodità Daniela, è intenta a raccontarle un fatto successo tra lei e a una terza amica comune, una certa Sara.
Il racconto che viene fatto da Daniela, non è per nulla oggettivo, perché è carico dei suoi commenti emotivi, dei suoi giudizi, delle sue infinite “supposizioni”, a proposito di quello che Sara avrebbe detto, fatto e pensato in una certa occasione.
Quello che sto cercando di farti rivivere è la modalità con cui Daniela trasmetteva alla tua mamma quella che doveva essere solo una informazione “pulita”.
E cosa intendo per pulita?
Per pulita intendo un racconto obiettivo, senza nessuna forma di libera interpretazione né dell’accaduto, né delle motivazioni occulte che ci sarebbero state da parte di Sara, nei confronti di Daniela o di altre persone coinvolte.
I pregiudizi, i preconcetti, le paure e il prendere sempre ogni cosa come un fatto personale, cioè come se gli altri fossero in malafede nei nostri confronti, è una costante, una costante che deteriora le relazioni e crea un forte disagio sociale.
Quel giorno, che ora stai ricordando, ascoltare le loro chiacchiere, ti ha fatto accedere al mondo della “supposizione”, ti ha portato a vedere il mondo adulto, come un mondo falso, tendenzioso, dove non esiste quell’amicizia in cui tu avevi, fino a quel momento, creduto e sostenuto, senza pensieri critici.
Questo è avvenuto perché due persone, degne del tuo rispetto, parlando in una cucina, a loro insaputa, hanno creato in te un “loro profilo” delle relazioni amicali, un profilo che in quel frangente ti lasciava sgomento e annebbiato, per poi toglierti la spontanea creatività del bambino.
La tua semplicità primordiale, veniva in quel momento frantumata e sostituita da quello che il loro racconto, rinforzato dalla postura, dalla mimica e da tutta una serie di azioni emotivamente impattanti, ingenerva.
Il mondo là fuori ti è così apparso sotto un’altra luce e tu hai iniziato a temerlo e a pensare che nulla viene fatto in maniera genuina, ma tutto accade con lo scopo di ferirti , di farti sentire inadeguato o manchevole in qualcosa.
Il loro supporre è diventato per te “una scuola”.
Un bambino, è aperto all’altro per natura, cioè per una sua sorta di amorevole inclinazione spirituale, inclinazione che lo porta all’accoglienza dell’altro, nella più diretta e giusta spontaneità dell’Amore divino.
Questa sua modalità originaria e originale viene presto instradata e sostituita, attraverso il campo esperienziale, dalla “diffidenza”.
E’ l’adulto, che è stato a sua volta programmato in questo modo, che invita il bambino, con il suo esempio, a non credere nei valori primari, quali il rispetto, la responsabilità, l’amicizia, la tolleranza, spingendolo ad assumere comportamenti bivalenti.
Il piccolo vede, sente, ascolta e cambia il suo approccio al mondo.
L’apertura iniziale, viene così bloccata dalla diffidenza e dal comportamento dell’adulto, un comportamento che ha sicuramente un’influenza educativa importante e impattante sui piccoli.
L’adulto ha amici che critica, ha amici a cui dà una sorta di amicizia utilitaristica, ha amici che presenta al figlio, sovente, come amici da prendere con una sorta di pinza.
L’esempio ha un peso maggiore, a livello educativo, rispetto alle parole.
E’ nato così, in te bambino, già sicuramente sottoposto a un giudizio costante, una sorta di “diffidenza” e di paura verso gli altri, tanto che ora, divenuto adulto, fatichi a ricevere un’osservazione, un commento, una domanda da chi ti sta di fronte.
Essere permalosi e sempre pronti a una lettura tra le righe è così una sorta di costante umana.
Questo devia le nostre relazioni e distorce i nostri vissuti.
E’ come se in te, ora ci fosse un bambino disilluso, un bambino ferito da quanto hai ascoltato e visto, quel giorno in cucina.
Nel tuo profondo, da qualche parte si è attivato una sorta di traduttore simultaneo, che ti spingea vagliare ogni cosa, a setacciarla, a leggerla e interpretarla sempre, come se ci fosse sempre in essere una sorta di attacco alla tua persona.
E’ così che un semplice: “Cara, mi passi il sale, per favore?” pronunciato dal tuo lui, a tavola, diventa, in certi momenti, soprattutto di stanchezza psicofisica, un vero marasma di pensieri e quindi una tragedia interiore.
Non c’è una presa in carico obiettiva della sua richiesta, ma “un’interpretazione suppositiva” del suo operato.
Noi uomini siamo così, ci affondiamo da soli in un oceano di supposizioni.
E’ uno dei peggiori mali e limiti, del nostro vivere quotidiano.
Il tuo compagno, che oggi sente il bisogno di rendere più saporito il suo cibo, proprio per questo, si trasforma in un orco orrendo, che ti sta lanciando una vera dichiarazione di “inadeguatezza”.
Lui, nella tua testa, non ti sta chiedendo il sale, ma ti sta sottolineando che sei “una pessima cuoca”, che il tuo cibo è sempre insapore, che non sei in grado di cucinare.
Siamo buffamente sempre predisposti a “prendere e leggere ogni fatto, ogni affermazione, ogni avvenimento, come si trattasse di un qualcosa di strettamente personale”.
Ogni fatto se viene preso in carico in questo modo, viene poi analizzato attraverso un sacco di supposizioni, supposizioni che ti inducono a leggere tra le righe, ciò che non esiste, partendo dai tuoi pregiudizi, dalle antiche paure, dai timori mai sopiti e da vecchie ferite.
Sembra che tutti si servano di una sorta di “inchiostro simpatico”, per rimandarti la tua pochezza e per farti sentire inadeguato, anche se così non è.
In realtà, sei tu che sei debole dentro e hai poca autostima.
Questo ti induce a temere e a osservare il prossimo con diffidenza.
Pesi in maniera personale ogni gesto e ogni parola, che ascolti, e di conseguenza formuli “giudizi” su fatti e persone, dai quali poi, anche se non te lo aspetti, ti ritornerà, sicuramente, la stessa moneta.
Siamo come giocatori di ping pong: la pallina che lanciamo, ci viene poi, realmente, in qualche modo rilanciata.
Vivere di supposizioni è impedirti di vivere.
Nella vita relazionale, suppore sempre, cambia il tuo modo di attingere alle tue potenzialità e ti impedisce un uso proficuo anche del linguaggio.
Le parole che utilizzi più frequentemente, sono allora più pungenti, sarcastiche, sono legate a un certo vocabolario, un dizionario sicuramente negativo, perchè riflettono il tuo approccio al mondo.
Un ottimo esercizio potrebbe essere quello di iniziare un lavoro “proattivo” sulle parole che usi più frequentemente, come per esempio il termine “problema”.
Quando sei una persona “suppositiva”, spesso utilizzi la parola “problema”, oppure la parola ansia e tante altre parole simili, parole sinergiche con la tua modalità di vivere.
Le parole denotano la tua paura di essere giudicato e giudicato in modo negativo.
Ecco perché devi aprirti, questo è il mio consiglio.
Devi lavorare sulle parole che utilizzi.
Devi porti di fronte alle persone con la stessa freschezza di quando eri bambino, lasciando che l’altro si esprima tranquillamente, senza farne un dramma, un caso strettamente personale.
E’ tempo di “essere creativi”, quindi di rimettere in gioco la nostra positività, il nostro vero Sé, senza cadere nella trappola del “pensare” cosa l’altro stia pensando di te, di noi.
Ogni persona è responsabile di se stessa, di quello che pensa, di quello che dice, di quello che fa e di come lo fa.
Il mondo fuori lo costruisci tu, quindi se proietti all’esterno il tuo “male di vivere”, è quello che poi trovi e nel quale vivi.
Se tu lanci una pallina blu, al tuo compagno di gioco, in una partita di ping pong, lui la colpirà e ti rispedirà proprio la pallina blu.
Cambia modo di giocare.
Dobbiamo riacquistare la fiducia vicendevole e stare di fronte all’altro con la gioia di quando giocavamo da bambini.
La creatività serve, serve per colorare di nuovo la Vita dei suoi veri colori.
Se una persona veramente dicesse male di te, tu cosa puoi fare per cambiare questa situazione?
Su di lei non hai potere, ma hai potere su te stesso ed è quindi da te che puoi partire, per cambiare questo stato di cose.
Cambiare dentro, significa mettersi al tavolo da gioco con un’altra predisposizione d’animo; significa cambiare la pallina e, se serve, cambiare la persona con cui giochi.
Siamo nati nella verità e poi cresciamo nel “sogno”.
Da piccoli tutto è possibile, poi improvvisamente tutto viene imbrigliato e addomesticato e il risultato è un adulto immusonito, diffidente, insicuro, aggressivo, sputa sentenze, sentenze che lancia, ma vorrebbe non gli venissero rimbeccate.
E allora, cosa aspettiamo?
Riprendiamo la “creatività” interiore del Bambino, pur mantenendo la nostra razionalità adulta.
Un bambino non pone limiti alla sua fantasia e questo gli permette di immaginare tutto per il suo futuro, di crederci e di cercare di perseguirlo.
Se vuoi un mondo diverso, vai oltre le fatiche di chi hai di fronte, non sprecare energie a leggere tra le sue righe.
Ciò che l’altra persona scrive con l’inchiostro “simpatico” , se lo fa, è suo, non tuo. E’ a se stesso che sta parlando e tu sei solo il suo specchio.
Fai come avresti fatto un tempo.
Portagli il dovuto il rispetto, ma se vuoi fare l’astronauta, attivati per farlo e metti la tua creatività, la tua parola, al servizio della tua razionalità adulta e senza supposizioni di sorta, vola.
Con Amore ti
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com



Top!
Come sempre quello che avevo bisogno di leggere/sentirmi dire!
Sei grande ti, GRAZIE!
Om Shanti!
Mi fa piacere questo tuo dolce riscontro, Crys.