Una storia che insegna.

Ciao, ben ritrovato! Quella di oggi è una storia reale, che ho vissuto un po’ di anni fa e che intendo rendere pubblica, sebbene i contorni siano più sfumati e quindi sia possibile che non riesca a riprendere perfettamente i dialoghi, intercorsi tra i protagonisti.
So, per certo, non volendo richiamare il soggetto interessato, che salverò perfettamente il senso dell’accaduto e che userò un nome fittizio, per salvaguardare la sua pace e la sua privacy .
Ricordo perfettamente la scena.
Ero in montagna e stavo in un giardinetto con due delle mie tre figlie.
Mi raggiunse un’amica, credo fosse anche collega, la quale aveva con sé una vicina di casa, una persona che lei ben conosceva, perché viveva accanto alla sua villetta lì, in montagna.
La signora era provata e le aveva, quella mattina, per l’ennesima volta raccontato, la sua triste storia.
Carla, la chiamerò così, aveva allora sentito l’impulso di raggiungermi e, visto l’orario, sapeva per certo che mi avrebbe trovato al parco, come del resto fu.


Voleva presentarmela, non sapeva bene perché, ma, come mi spiegò poi, aveva sentito fortissimo l’impulso di metterci in contatto.
Ci presentammo e la signora fu un fiume in piena.
Ascoltarla mi permetteva di “verificare”, a sua insaputa, le mie percezioni/ sensazioni.
Aveva un figlio maschio, che chiameremo Mattia, iscritto al liceo.
Aveva un marito, con cui era andata, fino a quel giorno d’accordo, una casa, un gatto e una vita normale.
Il figlio era vivace, carico di vita, a volte ribelle ed incontenibile, ma tutto sommato “un buon figlio”, intelligente e quindi prossimo a dare tutte quelle soddisfazioni che i genitori si attendono.
Era giugno e a casa loro, come mi raccontò con vera dovizia di particolari, Mattia aveva studiato, per la maturità, insieme con un amico.
Era ormai ora di cena e questa signora aveva quindi esteso l’invito all’altro ragazzo, affinché si unisse a loro, a tavola, ma questi aveva gentilmente rifiutato, perché aveva un impegno familiare e quindi doveva rientrare a casa sua.
Erano pochi metri, tra uno stabile e l’altro, e Mattia si offrì lo stesso di accompagnarlo, per continuare ancora un po’ a parlare con lui e a gustare la sua compagnia.
Loquace e giocherellone, Mattia, non avrebbe mai smesso di parlare, ridere, prendere in giro.
Prese il motorino, visto l’afa e la cena, pronta per essere scodellata dalla mamma.
Erano usciti da poco, quando si sentì un boato, un botto che fece rabbrividire la signora.
Si ricordava perfettamente la sua posizione: era al lavandino, intenta  a lavare l’insalata.
Il rumore forte, lo stridio dei freni e le urla la colsero impreparata e la fecero gelare.
Si aggrappò al lavandino, come avesse capito ogni cosa e sapesse tutto.
Quello che successe poi fu l’inizio di “una nuova storia”, una storia che lei si rifiutava categoricamente di accogliere e di vivere nella sua giusta e reale dinamica.
Mattia aveva sbandato, avendo sul sellino l’amico, ed era stato travolto, come le fu spiegato poi, da un’auto sopraggiunta in quel momento.
Non c’entrava la velocità: il colpo era risultato mortale, perché Mattia indossava sì il casco, ma sul gomito, anziché in testa e ben allacciato.
Il compagno era illeso, ma le condizioni di Mattia erano risultate subito irrecuperabili, a chi lo aveva soccorso nell’immediato.
Lei, la madre, non si era più mossa da lì, dal lavandino, a cui continuava ad aggrapparsi.
Una parte di lei, come mi raccontò, la incitava ad affacciarsi alla finestra per verificare e farle vedere che l’incidente non riguardava sicuramente Mattia, il suo unico figlio, ma l’altra parte la consigliava di non farlo e lei l’ascoltò.
La trovò così la vicina che arrivò per portarle la notizia e che poté aprire la porta, perché era stranamente aperta.
Nulla succede per caso, nemmeno quella porta non chiusa a chiave.
La abbracciò e si mise a piangere e pianse con lei, senza dire una parola.
Lei si sentì morire e per un attimo avvertì di nuovo il brivido, quel brivido partito prima dalla testa, pochi istanti dopo il botto, ed ora dal braccio.
Il marito in doccia, nella stanza posta in un’altra zona della casa, non aveva udito nulla, e quando arrivò, vedendole, capì al volo ogni cosa.
La vicina ci fu, ma il dolore era immenso e difficile da accettare.
Mattia fu cremato, come desiderava lui, nonostante i pareri discordi dei genitori.
La morte arriva per portare “novità e cambiamento” sia a chi esce dalla galleria, che a chi vi resta e deve ancora percorrerla, con i suoi tempi e ritmi.
Questa coppia quel giorno perse un figlio sul quale aveva riposto ogni suo motivo di esistere.
Non veniamo al mondo per possedere un’altra Anima, ma per accoglierla, guidarla, educarla e, una volta svezzata, restituirla al suo “compito divino”.
E’ questo il rospo più difficile da ingerire, lo step che percepiamo come inaudito, impossibile, non umano.
Noi stiamo aggrappati gli uni agli altri, come fanno le cozze al loro palo o l’edera al suo muro.
Non ci sembra di essere famiglia, se non siamo tutti insieme, stretti stretti, vicini vicini.
Ma non è così.
Noi siamo “parte di una famiglia universale” che nella realtà, non conosciamo, non immaginiamo, non partecipiamo.
E’ un’altra delle nostre fatiche, un rallentamento non indifferente, un limite, che agisce però moltissimo sulla nostra esistenza e sul nostro mondo emotivo e relazionale, soprattutto quando la morte sopraggiunge e sconvolge l’ordine consueto, per esempio nel nostro “calendario mentale”, a proposito delle morti.
Nella nostra testa prima muore un vecchio, poi il figlio e poi, semmai, il figlio del figlio, ma in questo ordine temporale.
Ma così non è.
Noi creiamo schemi, “comodi” e calendarizziamo, ma nulla può essere in questa maniera.
La vita è movimento, e tutto e il contrario di tutto, possono abbracciarla e attraversarla.
Dopo un funerale straziante, la mamma divenne più arrabbiata che mai con Dio, il carnefice di suo figlio, a volte se la prendeva perfino con l’amico, uscito illeso dall’incidente.
Non ne parlava con nessuno, ma dentro questo e molti altri pensieri la lavoravano.
La camera di Mattia divenne un vero mausoleo.
Difficilissimo fu poi il momento degli esami, del termine e dei diplomi.
Mattia non c’era e questo era colpa di quel Dio ingiusto che glielo aveva strappato anzitempo.
Un pensiero alla scelta del figlio di mettere il casco sul gomito?
No, nemmeno per un istante.
La colpa era stata di quello lassù, che si diverte a far soffrire le persone, a torturarle, che aveva osato girare le pagine della loro vita, in maniera nuova e disordinata.
Ecco, Mattia era molto disordinato.
Lei rifece il letto, nei giorni precedenti il funerale, spolverò la stanza, la riordinò, ma per una strana percezione, lasciò le ciabatte del ragazzo, che molte volte erano state motivo di litigio e discussione, tra di loro, esattamente dov’erano , così come i libri sulla scrivania, che furono lasciati aperti sulle ultime lezioni che il ragazzo, con il compagno, avevano studiato/ripassato insieme.
La mattina dopo il funerale era accaduto tutto per la prima volta.
Lei si era presentata in camera del figlio, per alzare le tapparelle, esattamente come faceva ormai da un po’ di anni, e com’era intenzionata ancora a fare.
Tutto sarebbe rimasto fermo, come se nulla fosse successo.
Entrò e la prima cosa che vide, fatta luce, furono proprio le ciabatte ordinate, accanto al letto, ed i libri chiusi.
Iniziò un periodo di discussioni con il marito, che lei accusava di essere l’artefice di questa sorta di burla, perché non concordava con la sua decisione, di mamma chioccia, ferita, di tenere tutte le cose in quel modo, ma le chiedeva di smantellare la camera, donare le cose appartenute a Mattia e riprendere il cammino.
Accuse, litigi, altro dolore.
Cosa stava in realtà succedendo?
Mattia non era partito, non aveva lasciato la madre sola ed ora voleva fare quello che lei gli aveva chiesto tante volte, a volte ridendo ed altre alzando la voce.
Voleva manifestarsi e dirle, parlarle, trasmetterle il suo Amore, rassicurarla e incitarla a ricominciare, ma lei non lo sentiva.
Mattia aveva perso il treno per lei, ma così si stava smarrendo.
Erano trascorsi, se non ricordo male, 2 anni, 2 anni durante i quali i fenomeni, legati alla sua presenza erano andati intensificandosi e diversificandosi, con l’unico esito che i due coniugi erano prossimi a lasciarsi.
Quel giorno, lui, che mi aveva sicuramente vista con Carla, decise di servirsi di me, che potevo vederlo e sentirlo, per risolvere la sua situazione, salvare i suoi genitori e poi, finalmente, partire.
Cosa è successo di meraviglioso in tutto questo?
La prima cosa che Carla, che non sapeva di me, non mi conosceva da questo punto di vista, sebbene molto imbarazzata, aveva accolto, accettato, quello “strano istinto” di portarla da me, di farmi conoscere.
Cosa era successo?

  • Il Libero Arbitrio in lei, cioè in Carla, aveva saputo accettare e quindi lavorare in sinergia con i bisogni di un’Anima richiedente ( il nostro ex Mattia, per capirci).
    Meno male.
  • Il ragazzo aveva finalmente capito, che qui non era più luogo e tempo per lui, e quindi aveva scelto di andarsene.
  • Così Mattia mi aveva incontrata, non per caso, mi aveva studiata e mi aveva scelta , come operatrice e lo aveva fatto nella Pace.
  • Io avrei potuto rifiutare questo incarico (Libero Arbitrio), cosa che non fu.
  • Ora restava la risposta dei genitori alle spiegazioni e volontà di Mattia, espresse  attraverso la mia voce. (Libero Arbitrio).

Non completerò la storia, se non dicendovi che alla fine lui, convinto più che mai, si accomiatò e partì, con il mio aiuto.
Perché parlarne? Per completarti il quadro generale dipinto la scorsa volta.
Conosciamo pochissimo del cosa accade poi, dopo la morte, ripeto, e fatichiamo sia come uscenti dalla Vita, che come sopravvissuti, ad accettarla e a dare spazio e credibilità alle manifestazioni dei defunti.
Per loro è faticoso manifestarsi e avvilente vedere la nostra incredulità e il nostro prenderne le distanze.
Piangiamo i nostri cari estinti, ci disperiamo per loro, perché non li possiamo più vedere, né udire, né accogliere e poi non accettiamo le loro faticose apparizioni e parole.
Il Libero Arbitrio ha una parte importantissima in tutta questa storia e credo ti sia ora chiaro, quanto e come possa, una decisione, condurre ad un esito, positivo, oppure ad un altro.
Vita, morte, ciclo sono importantissimi e spesso veramente appesi ad un filo.
Rivedo ancora Carla imbarazzata, giustificarsi con me, dicendomi che aveva sentito forte il desiderio di farmela conoscere, di portarmela, magari perché io avrei saputo dirle, con la mia dolcezza, due parole in grado di alleviare la sua disperazione, il suo dolore e la sua rabbia.
Non aveva compreso perché, ma l’istinto, grazie al Cielo, lo aveva comunque assecondato.
E Mattia?
Bravissimo a far nascere dentro Carla, con l’aiuto dell’Angelo Custode, il bisogno di portarla da me, di presentarmela, al di là della sua paura di essere inopportuna e del suo sentirsi magari ridicola, come il pensiero, la mente, tentava di dirle, di ripeterle.
E’ molto importante saper andare oltre ogni forma di giudizio, per essere il massimo per sé e per il Cielo.
Per oggi, visto l’argomento, ci salutiamo qui.
Amorevolmente ti.

Questo articolo è stato amorevolmente scritto da Ti degli Arcangeli (l'autrice dei 2 libri Le Preghiere Arcobaleno dagli Arcangeli e La Via della Luce. Testi guida dell’Arcangelo Uriele ) con canalizzazione di un Arcangelo specifico oppure facendosi ispirare da Arcangeli e Angeli.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com

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3 commenti

  1. Mariano Francesco

    Semplicemente stupendo… Meraviglioso articolo che non da spazio a dubbi. Grazie Ti degli Arcangeli ❤️buon week end un abbraccio di luce.

    • *** ti degli Arcangeli

      Namasté!
      Anche per Te, Francesco, sia un giorno di pura luce.
      Grazie! Grazie!

  2. Valentina

    Grazie di Cuore Ti, meraviglioso scritto, toccante nel profondo… grazie grazie grazie ✨🙏🏻✨
    Splendida giornata di Luce🤍💛✨🌼☀️

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