
Siamo dei chiacchieroni inenarrabili, ma il punto è cosa diciamo e come lo diciamo, cioè come trasmettiamo alle altre persone i contenuti che portiamo dentro di noi.
A scuola, adoro far riflettere i ragazzi sul senso, l’etimologia, la vibrazione che emana dalle parole, perché ho la piena consapevolezza del Potere che la parola possiede e quindi ci sto attenta e cerco di educare anche la sensibilità dei miei alunni, in questo senso.
Già molte parole che ci vengono date come sinonimi, in realtà non lo sono e quindi non prospettano la stessa cosa o meglio la medesima situazione.
Durante gli ultimi tempi, in fase di fatica sanitaria, vi ho parlato bene di cosa ci sia in essere e vi ho parlato delle forme pensiero che stanno cercando di limitare la nostra libertà e costringere l’uomo dentro una sorta di prigione psicofisica, sfruttando l’inconsapevolezza generale, a livello appunto espressivo, e quella comportamentale, anche degli operatori che ancora praticano meditazioni collettive, secondo vecchi schemi e canoni, ben noti alla parte avversa.
Una parola detta o taciuta fa la differenza, ma anche la scelta di una parola al posto di un’altra fa la differenza, così come l’arte con cui ci esprimiamo.
Vuoi un esempio? Eccolo.
“Diciamo che, per me, essere dismessa nel parlare è faticoso, perché sono “argentina” e vivace dentro e quindi la mia voce non ha fa altro che esternare tutto questo, ma con la registrazione di poco fa ho cercato di dar voce alle tantissime persone che parlano con una sorta di voce dismessa, con un ritmo da cui traspare un’apatia interiore,
apatia che toglie tutta la Luce all’arte del comunicare, creando una udibilissima “discrepanza” tra le parole scelte, dette, il loro senso e il ritmo che le accompagna.
Parlare ecco quindi che è un’arte.
Ci deve essere “piena assonanza”, perfetta “armonia”, tra il senso, cioè il pensiero che vado a comunicare, ad esprimere, e le parole utilizzate e il loro ritmo, cioè la cadenza che do ai miei versi, vale a dire alla frase, alle frasi.
Se dici che sei felice, lo si deve sentire.
Non puoi dire che sei felice con la stessa gioia con cui diresti che ti è appena morto il gatto, intesi?
Ogni modalità verbale, deve rispecchiare la situazione che prospetta.
Parole felici? Atteggiamento, portamento corporeo, timbro di voce, ritmo della voce e quindi parole adeguate, scelte con cura, parole che esternano ciò che stanno “dipingendo”, quindi creando nella mente e nell’immaginario di chi ascolta la scena.
Fa parte e rientra nelle nostre virtù l’arte del comunicare.
Siamo creature divine, quindi anche questo dono della parola, che tutto può e deve esprimere e realizzare, deve essere curata, conosciuta, scelta, decisa e poi messa in gioco con tutto lo scenario del caso.
Questo non significare né pontificare, né suonare ridondanti, ma coerenti con il nostro contenuto.
Questo è comunicare realmente.
La comunicazione è indispensabile, ne siamo tutti dotati, fatta eccezione per pochi casi, che sono comunque frutto di situazioni particolari.
Al mondo ci sono persone particolarmente prolisse ed altre meno.
Persone che con la parola ti usano e ti abusano ed altre che si lasciano fare.
Avere un’intelligenza intuitiva è buona cosa; se a questa poi associ quella che noi chiamiamo una “parlantina sciolta” cioè una certa frequenza dialogica e magari una buona fluidità verbale, dovresti essere un eccellente comunicatore; in realtà essere un buon comunicatore non significa, per forza, far del bene agli altri attraverso l’uso della parola.
Sono due cose, purtroppo, spesso distinte. Se usi la parola come fossi D’Artagnan , sei solo uno spadaccino della parola e te ne servi per ferire i tuoi interlocutori e il mondo delle relazioni, non per costruire.
Desideri un esempio? Eccolo.
Sei stato licenziato e la tua compagna ti ha lasciato; da settimane ti sei attaccato al cibo, come la tua unica fonte di consolazione.
Oggi esci per una commissione ed incontri per caso un amico di vecchia data, che non vedi da alcuni anni e che ti dice, pressappoco così:
“Oh, ciaooo!
Ma come sei ingrassato! Ti trovo un po’ giù di tono! E il lavoro come va?”
Evvai!!! Sicuramente sta usando tutta la sua capacità dialogica, ma solo per infilare e ritorcere la lama del coltello nella tua attuale ferita multipla, ma non solo: spesso chi ha questa intuitività, arriva con nonchalance fino in fondo alla strada che tu gli rappresenti…
“Ma no, non dirmelo, ti hanno licenziato? E scommetto che Rosa ti ha mollato.”
E mentre tu assenti costernato, lui prontamente aggiunge la sua “ultima” chicca verbale: “ Ecco lo sapevo!”
Ma cavoli, avevi tre problemi, non 1000, ma tre unici e spasmodici problemi e lui, in due secondi non solo li ha intuiti, ma li ha intercettati, come fossero una palla, durante una partita a tennis, e te li ha sparati addosso con una veemenza tremenda.
Vittoria game.
Il problema reale, sono ora i risvolti che quelle parole avranno nell’immediato su di te…
Come ti sentirai?
Come un bersaglio colpito.
La prima considerazione sarà quella di pensare che le sue parole ti hanno ferito, ma sono vere e quindi è giusto incassare.
A questo punto però, è anche giusto chiedersi se veramente quelle parole sono verità o meno e per farlo devi chiederti cosa significa e cos’è per te la verità…
Da chi vado a riprendere il senso di questa parola? Da una frase pronunciata da qualcuno per noi, moltissimo tempo fa.
Gesù dice così di se stesso: “Sono Via, verità e Vita”.
Cosa significa? Che la verità è la logica della Vita.
Ma di quale Vita e di quale Verità ti parla?
Di quella sottesa all’Amore, cioè al suo modo di Essere, non sicuramente a quella rimbalzata dal tuo amico di vecchia data.
Tu non hai bisogno dell’amico per avere il quadro della tua situazione, lo stai vivendo e lo conosci nei minimi dettagli, quindi lui, di quale Verità si sta facendo promotore e portavoce?
Di nessuna.
La verità dei fatti, tu la porti dentro di te e su di te, quindi “visibile e leggibile” perfettamente da chiunque abbia un’intelligenza intuitiva, come l’amico di cui sto scrivendo, che quindi non è il Nostradamus di turno.
Leggere comporta però due diverse e conseguenti modalità di risposta, vale a dire spiattellare all’altro ciò che lo sta facendo soffrire, quasi a mostrare la propria bravura interpretativa, oppure seguire “la via” che porta alla Verità divina e la verità divina è ciò che rende la vita di entrambi, cioè sua e tua più piene.
Due vite piene, significa che le parole dette non feriscono né l’uno, né l’altro, significa che quelle parole proferite, fanno stare entrambi nel loro meglio, significa discostarsi dalle modalità ordinarie, che in molte persone adottano in questi frangenti.
Tu vedi un amico rimasto senza gambe e giusto per essere “vero” gli rimarchi che lo trovi non bene, rispetto all’ultima volta, perché si è perso le gambe da qualche parte? A che pro? Ah, forse temi che non se ne sia accorto…
Assurdo vero?
Eppure è una dinamica messa spesso in atto, nelle nostre forme comunicative.
E’ interessante far notare all’altro che è ingrassato, come se non ne fosse assolutamente consapevole?
Oppure è ottimale chiedere del lavoro, se ha il viso sconvolto?
E’ un gesto d’amicizia, farti notare anche che anche la compagna ti ha lasciato?
Ma soprattutto utilizzando quell’”Anche”, una forma di sottolineatura ulteriore, come a dire che la fuga di Rosa è una cosa scontata e normale, perché lo si capiva distante un chilometro che una tipa, come lei, nella fatica, ti avrebbe mollato.
Alcol sul fuoco che divampa.
Ultimi ricordi piacevoli, sgretolati.
Anche il passato con Rosa, viene avvolto ora nel dubbio, il dubbio atroce che lei fosse un’opportunista e tu uno scemo, ma talmente scemo che, mentre gli altri la vedevano per com’era in realtà, tu al contrario la sentivi, la vivevi come onesta, come una persona genuina, una persona che amavi profondamente e credevi veramente innamorata di te.
Tu, l’unico che l’hai sentita così, fino all’epilogo, cioè a quelle tremende giornate nelle quali, tutta una serie di cose l’avevano gravata fino al punto di farle decidere di allontanarsi da te, per stare nuovamente bene.
Non è questo il modo di usare le parole e queste non sono le parole che esprimono la Verità, secondo la legge cosmica, naturale.
Ognuno di noi è frutto di molte altre realtà, realtà che ha ereditato dai genitori, dai nonni, dalla famiglia e che lo portano a raccogliere certi frutti, a volte saporiti, altre volte acidi e quindi difficili da ingerire.
Dietro il corpo di una persona, lievitato o diventato smunto, non ci vuole la sfera di cristallo e una scienza infusa per capire che c’è sofferenza e dolore.
Il dolore è un qualcosa di faticoso, è una spina nel fianco, un taglio, una lacerazione che a volte, grazie alla parola, andiamo a rendere squarci.
In natura un animale che incontra un altro animale che soffre, non attua le nostre modalità.
Noi, creature, senzienti, razionali, umane, sì, lo facciamo e con molta disinvoltura.
Ti dico che sei grasso, come se il tuo problema fosse l’ingordigia o l’incapacità di rinunciare ai dolci, e te lo dico, come se fossi un luminare in materia.
Il tuo cuore che sanguina, ha bisogno solo di una carezza, che nessuno ti offre, di un porto sicuro, che non hai e di un sorriso amico e io, amico di vecchia data, vengo a portarti la “mia somma verità”.
Inconcepibile, ma spesso, purtroppo, ordinario nella nostra cultura relazionale, umana.
E la cosa peggiore è che spesso questo accade, con persone amiche o che dovrebbero essere misericordiose e soccorrevoli.
Certo, se tu fossi con lo spirito nella pace e avessi sciolto te stesso dai Karma chilometrici, probabilmente non ti sentiresti in una sorta di prigione, neppure di fronte al tuo licenziamento e alla compagna che si allontana, anzi, probabilmente nulla di tutto questo ti accadrebbe, ma visto che questo cammino non è avvenuto, ora ti senti oppresso e quindi cerchi consolazione, cerchi di riempire i tuoi vuoti, come puoi, come sai.
Mangiare è allora una soddisfazione, è un riempirsi nel tentativo di sostituire ciò che la vita ti ha levato.
Ti trovi in una situazione che non sembra prospettarti vie d’uscite e sei condizionato dagli eventi, a tal punto, che questa è l’unica reazione che conosci e ti concedi: mangiare.
Queste sono le situazioni nelle quali dovremmo avere il massimo controllo verbale, che non significa fare quanto ho detto sopra, ma nemmeno il contrario, vale a dire permettersi di dire all’amico che lo trovate in splendida forma, cosa che qualcuno fa.
Ho davanti un’anima che soffre.
Sono di fronte ad una persona affaticata e provata, quindi devo averne il massimo rispetto e guidarla sulla via dell’Amore, attraverso le mie parole.
Le mie parole devono darle quella verità che non vede, che da solo non riesce a cogliere, quelle verità nascoste e utilissime, proprio in questo preciso frangente.
Io, amico di vecchia data, sono arrivato per risollevarlo; sono la sua leva e non il badile che gli scava la fossa.
Sono lo strumento per sostenerlo e accendergli quella Luce interiore, per avere ancora fiducia ed uscire dal tunnel.
Tu dovresti essere nella dinamica Cosmica e Divina ed invece, condizionato dalla tua storia e dai tuoi vissuti, sei inconsapevole, ma ricevi la mia visita.
Io arrivo per portarti quello che ti manca e di cui hai moltissimo bisogno.
Certo, come amico non ti risolverò la vita, ma ti darò quell’input, utilissimo per fare poi scelte nuove e quindi spingerti a guardare le cose da un’altra prospettiva.
Il vero, che ogni amico e conoscente deve offrirti, è solo ciò di cui tu hai bisogno in questo frangente per rientrare al meglio nella logica della Vita; queste parole esulano dall’essere grasso o magro, dall’essere ancora accoppiato o meno e puntano sulla rinascita totale e generale della tua persona.
Questo è amare l’altro e capirlo e viverlo veramente.
Questa è la vera “empatia”.
Quando al contrario, ti fai portavoce “della verità presunta” ecco che sei nell’Ego, sei distaccato da tutto e da tutti, quindi ti relazioni a chi è in bilico, a chi soffre, come fossi un drone che filma e restituisce ciò che di fisico, di materiale, vede.
Le parole scelte sono legate quindi a due diverse dinamiche a cui sono sottesi due modi completamente diversi di “Essere e di Vivere”.
L’uno di tipo terreno, egoico, distaccato, disamorato, l’altro di tipo reale, animico, amorevole, giusto.
Un problema reale è che nelle relazioni noi diamo molto peso e molta responsabilità all’altra persona e quindi alle parole con cui lei si “esprime”, cioè si racconta, dice di sé e quindi anche di noi.
Ciascuno di noi è al suo interno come un diamante grezzo, con varie facce e sfaccettature.
Ognuna di queste facce, se non viene levigata e ben connessa alle altre, risplende a modo suo e questo fa sì che non ci sia “continuità” inconscia e di conseguenza neppure esteriore, cioè nelle azioni, nei modi di essere, di fare, di relazionarsi.
Nelle relazioni con gli altri, Tu sei al tempo stesso sia “ricevente”, che emittente, quindi ricevi da varie persone quello che loro ti offrono, e offri, al tempo stesso i molti lati che ti appartengono.
Spesso, quando riceviamo, i nostri corpi, ricevono due tipi di informazione, l’una positiva e l’altra negativa, una ti arriva dalle parole e l’altra dai gesti e magari dalla mimica.
Quale accogliamo?
Naturalmente, noi accogliamo la positiva, perché a nessuno piace soffrire, a nessuno piace ricevere un rifiuto, a nessuno piace trovarsi in una situazione poco piacevole, per cui una la disattendiamo e accettiamo quella favorevole.
Quella rifiutata, entra comunque in noi dalla porta di servizio, cioè passa attraverso l’inconscio e da lì ci ritorna in circolo attraverso i sogni.
Quello che la mente conscia ha finto di non vedere, non ha voluto vedere, entra in altro modo e ci si ripresenta attraverso i nostri sogni.
Queste cose andrebbero dette; i bambini, che sono i più sensibili alla parola, andrebbero educati fin da piccoli, per sapere come gestirla e come usarla.
La diseducazione e la disinformazione in essere portano solo “dolore e sofferenza”.
Noi non siamo unitari, quindi siamo al tempo stesso A, poi B, oltre a C e spesso anche D… e così via.
Ogni lato ci rappresenta, fa parte di noi, ma non è noi, cioè non è il tutto.
C’è la parte prevalente e quella anonima.
La parte che va per la maggiore e quella disattesa.
L’importante è sono tutte presenti nello stesso corpo fisico, come fossero i vari inquilini di un condominio corporeo.
Pensiamo ai bambini e allo sconcerto che provano, quando piccolissimi, si ritrovano a fare i conti con una mamma o un papà con il lato A meraviglioso ma tutti gli altri lati più o meno opinabili.
Il suo problema vitale?
Con quale parte, dell’adulto che ha di fronte, relazionarsi?
E in che modo?
Lui vorrebbe sempre il lato A, ma lo ha capito da solo che non ha potere decisionale in tutto questo, quindi, cosa può fare?
Nulla, è impotente.
E perché accade questo? Perché viviamo in una società che alcune cose non le vuole assolutamente accogliere e fare sue, quindi finge non esistano.
Una mamma con un lato aggressivo, poco amorevole, poco materno … non viene minimamente contemplato nel contesto sociale umano, ma esiste.
Non accoglierlo, significa che la persona con queste caratteristiche, si sente in automatico rifiutata, quindi “estranea al sistema”, quindi una sorta di barbablù.
Quella sua parte è un problema per lei, prima ancora che per il suo contesto culturale, sociale o politico e lo sarà poi per i figli, che metterà al mondo per far parte di quel mondo.
E che tipo di mamma sarà, secondo te?
La nostra è una società basata sull’economia, quindi una società che non vuole problemi, ma solo guadagni, quindi tutto quello che ingenera o è problema, viene rigorosamente dimenticato, allontanato, non preso in carico, nella maniera più assoluta.
Questo mettere il problema sotto il tappeto, non lo risolve, anzi…
Così abbiamo madri o padri che non sono in grado di prendersi in carico i figli, e meno che meno di gestire le relazioni attraverso la parola.
Questo è sofferenza per tutto il nucleo familiare.
Ogni individuo lì dentro non è “autentico”, non è se stesso, perché esserlo, significherebbe non sentirsi adeguato, non rientrare nella casistica umana, che vuole vedere in ogni creatura una “predisposizione” innata, che in realtà non c’è, alla funzione prettamente genitoriale.
Non sentirsi portati per la maternità o la paternità la consideriamo un qualcosa di “abominevole”, di non normale, mentre così non è.
Se non vuoi un figlio, ti senti un “diverso”, ma fare un figlio senza volerlo, significa andare contro la propria natura, contro il proprio sé e quindi sentirsi alienato, quindi anche a livello espressivo un castrato.
Ma tutte le parti di ciascun individuo parlano, quindi la parola, la postura, i lapsus, i sogni, come ti muovi, cercheranno comunque di raccontarsi e la discrepanza sarà fortissima e non porterà nulla di buono, né alla persona alienata, né a chi si relaziona con lei.
Vivere così ti fa sentire un “finto”, come fossi la copia falsa della Monna Lisa.
Fuori metti la maschera e dentro sei altro e quello che dici è vero per metà, in parte.
Se tu parli con un padre che non voleva il figlio o con una madre che vive la stessa cosa, dentro sono spaccati: una parte di loro si guarda intorno e concorda che i figli sono la settima meraviglia del creato, ma c’è anche una parte di loro che dice e pensa il contrario, che non se ne sente attratta, non gli interessano, non li vuole, non li desidera, se ne sente infastidita.
C’è in qualcuno e è tempo di “prenderne atto”.
La parola, se ascoltiamo, lo dice.
Lasciamo che ognuno sia libero di “essere sé”, nei suoi vari e molteplici aspetti.
Se una tua parte ama e l’altra odio quel figlio o quel genitore, comunque tu decida, scontenterai l’altra parte e d’altro canto scegliere un’unica parte, che è minima, ma viene richiesta dal gruppo sociale, significa andare contro le proprie sfaccettature.
Accettarsi e amarsi comunque e darsi il permesso di essere.
Tre quarti della nostra sofferenza umana, viene dalla paura del “giudizio degli altri”, quindi della parola dell’altro, a cui dai il potere di dirti e di ferirti, di toccarti dentro.
Se ti sottometti al giudizio dell’altro, lo dice la parola stessa, sei ai sui piedi, sei in basso, sei in una specie di prigione, una prigione con le sbarre invisibili, ma esistenti, sei in “cattività”, ma captivus significa oltre che prigioniero, anche cattivo, nel senso di catturato, “arrabbiato”.
Allora scatta anche in noi il giudizio ed il comportamento, anche attraverso la parola, che viene usata come fossimo spadaccini, il famoso d’Artagnan.
Fuori c’è in realtà quello che abbiamo dentro e quindi lavorare su di sé e sulla scelta delle parole da usare è importante, perché significa scegliere parole adatte, significa cogliere il lato cosmico del nostro lato umano e di quello degli altri, per amarlo e sostenerlo, in qualunque condizione si trovi.
Oggi termino con la frase quindi iniziale di Anatole France:
” Non esiste una magia, come quella delle parole”
Se ti accogli e ti accetti con il vento, con la neve o con il sole, sei sereno e accogli ciò che sei in quel momento, lato A, B, o C, poco importa; non dai spazio al giudizio altrui, fine a sé, non lo temi, non ti sottometti e non ne trai paura e cattiveria; allora le tue parole non sono quelle di un “captivus”, ma quelle di un essere libero, che se apre la bocca lo fa da eletto, anche se non ha nemmeno il diploma di scuola superiore.
Le parole allora esternano il tuo Sé, ma quello Superiore e diventano uno strumento unico e carico di magia, perché portano ricchezza, danno valore, arricchiscono in tantissimi modi sia chi le usa che chi le riceve. Pensaci!!!
Ti degli Arcangeli
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com


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