Cambiare sì, cambiare no

Oggi la parola cambiamento mi fa pensare ad un camaleonte …
Siamo plastici e mutevoli in alcuni momenti della nostra vita ed in alcune situazioni, ma in generale non lo siamo in profondità, quando veramente ci viene richiesta una dose somma di trasformismo per una rinascita, cioè per ricominciare …
Siamo indubbiamente più “fossili” che camaleontici o meglio camaleonti lo siamo quando dobbiamo dare il peggio di noi e quindi occultarci in certe realtà e momenti, facendoci in quattro per essere trasformisti apprezzabili per …
Sono più che consapevole che esiste uno stallo in noi, che genera una difficoltà unica, ogni volta che siamo tenuti a intraprendere un cambiamento, come ad esempio quello di smettere di fumare oppure  iniziare una dieta ipocalorica.
Sebbene spesso ci sia chiaro che trasformarci sia solo un gesto di rispetto verso noi stessi che dovremmo riconoscere come ottimo, per nostro bene personale, ed anche per chi ci sta intorno, sembra che la reazione sia una specie di paralisi totale.
Anche se comprendiamo questo aspetto di estrema positività, tre quarti delle volte non agiamo nell’immediato o ci troviamo a fare diversi tentativi, di solito a vuoto, prima di essere operativi in maniera proficua.
E non basta: la nostra storia umana, ci dimostra che, una volta ottenuto il traguardo agognato, tre quarti di noi, nel giro di poco rientra nelle solite modalità e dinamiche passate, dicendo addio al cambiamento reale.
Non ci credete?
Pensiamo alla prova costume…
Poco prima impazziamo per ritrovare la forma smagliante, poi, trascorso il periodo al mare, anziché mantenere, rientrando a casa, ritorniamo a fare le stesse identiche cose di un tempo, cioé alle stesse stato antecedente il dimagrimento e la rimessa in forma…
Il vero problema qui è la naturalezza con cui lo facciamo …
Eraclito diceva:
«Non c’è nulla di immutabile, tranne l’esigenza di cambiare».
Eppure noi sembriamo andare contro questa sua affermazione.
Perché???
Provate a mettervi con le braccia conserte mentre leggete.
Qualcuno avrà sopra il braccio destro, qualcun altro il sinistro.
Di solito assumiamo la posizione nella quale ci sentiamo più a nostro agio, più comodi.
Ora provate a mettervi a braccia conserte incrociandole al contrario, rispetto a come avevate fatto in maniera spontanea…
Fatto?
La sensazione è diversa, magari comunque comoda, ma diversa.
Se tra una decina di minuti vi chiedessi di mettervi nella posizione che sentite più congeniale, a braccia conserte, sicuramente scegliereste tutti la vostra prima posizione, perché è quella a cui siete ormai abituati.
Questo ci spiega molte cose.
Un cambiamento ci chiede un nuovo “modo di operare”, cioè di incrociare le braccia diversamente da come eravamo “abituati” a fare e questo genera nei nostri sistemi resistenza.
Anche se siamo più disponibili, siamo portati, se lasciati liberi, a tornare al nostro solito modo di agire.
E questo vale in tutto, sia nella vita privata, nelle relazioni, nei legami familiari, nelle amicizie, quanto nel lavoro.
Oltre a questo abbiamo il “nostro punto di vista” legato ai nostri valori, alle nostre credenze e quindi le nostre “lenti” con cui guardare e soppesare ogni cosa.
Cambiare ora capiamo perché sia così maledettamente faticoso e perché ci veda spesso recidivi, semplicemente perché cambiare significa dunque rinunciare o mettere in discussione i nostri valori, frutto delle nostre esperienze e tradizioni, quindi rinunciare a delle “consuetudini”.
E la società?
E’ fatta da noi, …tanti individui che non vogliono cambiare, faticano a cambiare, sudano per farlo e moltissimo …
Quando ripetiamo:
”Tanto non cambia niente” creiamo poi FORZE PENSIERO che contribuiscono in maniera forte, tenace, determinante a incollarci alle stesse modalità.
Un primo passo quindi è quello di piantarla di ripetere queste cose e poi attivarsi per assumere la posizione scomoda.
Oggi le nostre organizzazioni sociali hanno veramente la possibilità di cambiare nella misura in cui i NOSTRI comportamenti individuali cambiano, perché E’ LA SOMMA DEI COMPORTAMENTI INDIVIDUALI A DARE VITA AL COMPORTAMENTO COLLETTIVO …
Il contesto economico, storico, sociale e politico attuale evolve in 2 direzioni: la rapidità e l’imprevedibilità, quindi sapere e volere cambiare è una competenza, un’abilità determinante, che dobbiamo mettere in gioco, per rimanere nel gruppo.
Non solo ci sarà necessario sapere anticipare i cambiamenti, se non vogliamo subirli, e avere l’attenzione di saperli cogliere, condividere, comprendere … per poterli, se necessario, metterli in discussione.
Abituati nel nostro brodo, a nuotare a vista, in maniera circolare, come pesci nella boccia, perdiamo l’abitudine e la possibilità di esercitare in maniera nuova e consona la nostra intelligenza.
Per risvegliarla è buona cosa essere coinvolti, essere responsabilizzati sulle varie dinamiche e sui vari aspetti.
Pensiamo a questa situazione e forse ci sarà tutto più chiaro …
Se un nostro superiore ci coinvolge in un nostro possibile cambio di mansione, ce ne parla e ci prospetta le varie occasioni/ opportunità/ necessità e ci fa sperimentare ciò che andremo a fare ed essere, sicuramente accoglieremo in maniera positiva e più proficua questa variazione nel nostro percorso lavorative, che non se una bella mattina  ci si presentasse e ci comunicasse:
“Lei da domani non lavorerà più qui, ma … a …. Con questa nuova mansione!!!”
Visualizziamoci come un campo, con molti solchi; ognuno di noi ha il suo solco, dove semina e raccoglie .. più o meno, abbondantemente …
Cambiare significa uscire da quel solco, per passare in un altro …, cioè delirare, che letteralmente significa proprio “uscire dal solco” …
Ho utilizzato questo verbo, perché credo ci dia bene l’idea di cosa ci passi per la testa …
Quindi ogni cambiamento ci chiede di visualizzarci mentre usciamo da quel solco conosciuto, per passare ad un altro, non solo: di farlo effettivamente, quindi di metterci in gioco con tanta buona volontà, con spirito di sacrificio, con curiosità e convinzione, anche se la cosa non parte da noi …
Uscire dal proprio “Confort” è sicuramente allora delirare e delirante …
E poi???
Poi, una volta raggiunta la meta ci richiedono ulteriori sforzi per mantenere i risultati raggiunti per facilitare l’adattamento alla nuova situazione.
Pubblico o privato non fa differenza!!!
Questo concetto, questa modalità riguarda sia i cambiamenti strettamente personali che quelli professionali.
In entrambi i casi si assiste ad un nuovo modo di confrontarsi con la realtà, con se stessi e con gli altri.
Cambiare ha anche molti risvolti positivi, che dalla nostra prospettiva di cozze aggrappate allo scoglio, fatichiamo a notare, ma c’è!!!
Superare il confine del cambiamento significa anche tagliare i ponti con il passato, quindi con tutti i nostri ricordi tristi, con le relazioni soffocanti e le situazioni che ci hanno fatto del male o creato tanto disagio.
Per arrivare al cambiamento dobbiamo sicuramente FARE UN SALTO DI QUALITA’, rielaborando il passato in chiave positiva e nuova, magari qualcuno dirà più matura, senza lasciarci schiacciare o condizionare da certi aspetti più scomodi, dolorosi o spiacevoli.
Cambiare significa fare come l’aquila oppure come l’araba fenice: è morire, rielaborare il proprio lutto e quindi rinascere, capaci di gestire in maniera propositiva e costruttiva i risultati del cambiamento abbracciato.
Eh già, mi direte ora, la fai facile tu …
“Ma hai presente quando ti trovi costretto a farlo, ma non l’hai scelto sto cambiamento, cosa provi e come lo vivi???”
Sicuramente sì!!!
Non c’è nulla di cui scriva, che il cielo non mi abbia fatto sperimentare, risparmiandomelo.
E’ vero, ci sono cambiamenti volontari e  altri involontari.
Vero, verissimo.
I primi sono frutto di una scelta responsabile e personale, quindi sono “eccitanti”, perché pensati, scelti, voluti, ponderati, mentre i secondi ci sono spesso capitati tra capo e collo, in maniera imprevedibile, quindi ci hanno disorientato e spesso creato disagio, vuoto, lutto …
Sicuramente a molti di noi ritornano alla mente le morti di qualche persona cara, un tradimento o un abbandono del compagno, uno sfratto, la perdita del lavoro o altro ancora …
Sicuramente in questi casi, non scelti, la gestione del cambiamento va elaborata in modo diverso, perché dobbiamo riuscire a gestire il senso di smarrimento, di dolore e di frustrazione che ci prendono alla gola e allo stomaco, quando dobbiamo accettare o subire  qualcosa di non voluto.
Anche nel cambiamento lavorativo, sia volontario che involontario, dobbiamo mettere in gioco intense risorse interiori e validi metodi di comportamento.
Il lavoro è fonte di serenità, di sicurezza, quindi contribuisce al nostro equilibrio; quando si cambia o lo si perde, sia per scelta  che per necessità,  proviamo disagio e se lo ritroviamo o lo abbiamo volontariamente cambiato, ci troviamo a fare fronte comunque a diversi orari di lavoro, nuovi rapporti, nuovi colleghi, perfino un tempo diverso, necessario per raggiungere il nuovo impiego.
Le prime settimane possono essere caratterizzate da smarrimento puro, un senso costante di fatica, di vertigine, una difficoltà a conciliare la professione con gli abituali ritmi familiari, quindi stanchezza, un maggiore affaticamento, poca resistenza allo stress e magari mal di testa ed insonnia.
Anche se lo abbiamo scelto ci sentiamo “affaticati”.
Possiamo riuscire a gestire al meglio e quindi rientrare in noi stessi, il prima possibile,  se riusciamo a pensare ai lati positivi della situazione che ora stiamo vivendo; magari sarà il pensiero di un guadagno migliore, oppure una maggiore gratificazione professionale, un diverso modo di condividere del tempo con la propria famiglia e i propri amici, i nuovi incontri.
E’ di grande aiuto mettersi nella posizione di una visione emotiva ed affettiva positiva, per superare qualsiasi forma di criticità iniziale.
Cosa ci succede?
Beh, realizzare un cambiamento personale significa cambiare relazioni, schemi mentali, modi di approcciarsi all’attività o alle relazioni … quindi malessere, cioè un disagio che può condizionare il rapporto con noi stessi e con gli altri.
Più leggero se il cambiamento lo abbiamo desiderato, voluto, cercato profondamente, a patto di non cadere nei sensi di colpa, se va a toccare altre persona a cui teniamo, perché in questo caso potremmo lasciarci prendere a tal punto dai rimorsi, da fare marcia indietro, compromettendo tutto.
Il cambiamento subìto, invece, è sicuramente il peggiore, il più difficile da gestire da soli, perché di solito si tratta di eventi drammatici e laceranti per la nostra esistenza, quindi a volte veramente azzeranti.
Ognuno di noi ha la sua storia, i suoi tempi, le sue modalità e quindi ciascuno di noi può fare più o meno fatica, occupando e richiedendo tempi variabili di remise en forme …
A volte il disagio, la tristezza, il dolore, il disequilibrio e la  si protraggono per mesi.
In questo caso sarebbe meglio chiedere aiuto e rivolgersi ad una figura professionale che possa sostenere e dare una mano …
Ci sono fasi determinate, attraverso le quali dobbiamo passare per giungere al risultato finale del nostro cambiamento e perché tutto vada al meglio è giusto affrontarle con i propri tempi

  1. Agli inizi, dopo il fattaccio, di qualunque natura sia, non siamo consapevoli e quindi non abbiamo nessuna intenzione di cambiare.
    Gli estranei o chi ci è vicino ha questa consapevolezza, ma condividerla con noi non è facile, perché la rifiutiamo o la minimizziamo, convinti che tutto tornerà presto come prima.
    Un operatore esterno allora può essere veramente un bel supporto, perché non coinvolto ci aiuterà a capire il motivo di quanto è accaduto e a costruire la consapevolezza inesistente …
  2. Un secondo momento è quando iniziamo a considerare la possibilità di un cambiamento e riusciamo finalmente a riconoscere sia gli aspetti positivi che negativi d quanto succede o è successo.
  3. Si prende la decisione e quindi ci si attiva, perché c’è ora la consapevolezza degli aspetti negativi del vecchio comportamento, si è pronti a farsi e lasciarsi consigliare.
    Questo stadio ha una durata minore rispetto ai precedenti.
    Qui si può regredire o procedere verso gli stadi ulteriori.
    Fondamentale l’intervento dell’operatore verso la costruzione di strategie operative.
  4. E’ pura azione: il nostro comportamento a rischio viene interrotto e viene adottato un nuovo comportamento, che viene incluso nel proprio stile di vita.
  5. E’ l’ultima fase, quella del mantenimento: il problema viene definitivamente abbandonato, ranche se c’è altissimo il rischio di ricadute.
    Se ci fosse, non deve essere colpevolizzata, perché potrebbe scoraggiare al punto tale da farci arrendere e quindi farci arrivare alla depressione piena e totale.Con il cambiamento è come se entrassimo in una spirale o in un tunnel: attraverso queste fasi, passiamo da uno stadio all’altro, fino ad arrivare al cambiamento.

Importante è procedere gradualmente, muoversi con calma, lavorare su di sé, sempre, e in casi particolari, saper chiedere aiuto …
A chiunque tra noi, stia realizzando un cambiamento, voluto o subito, auguro, a nome celeste, ogni Bene!!
Non fatevi prendere dallo sconforto …
Ricordiamoci che ci viene dato solo ciò che ci aiuta e ci fa crescere e tutto arriva quando diventiamo un po’ più saggi…
E’ tempo!!!
Amorevolmente ti **** degli Angeli

Questo articolo è stato amorevolmente scritto da Ti degli Arcangeli (l'autrice dei 2 libri Le Preghiere Arcobaleno dagli Arcangeli e La Via della Luce. Testi guida dell’Arcangelo Uriele ) con canalizzazione di un Arcangelo specifico oppure facendosi ispirare da Arcangeli e Angeli.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com

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