
“La vita è un’enorme tela:
rovescia su di essa tutti i colori che puoi.”
(Danny Kaye)
Oggi parleremo di saper girare le famose pagine della nostra vita, quelle che ci ritroviamo per scelta o per forzatura a chiudere, con le annesse emozioni ed i vissuti più o meno faticosi.
Perché faticoso?
Perché non ci siamo per niente abituati a chiudere i cicli…, almeno noi occidentali, ed è anche per questo soffriamo così tanto quando interviene un grande cambiamento nella nostra vita, perché il “laisser faire” all’Universo non ci appartiene per forma mentale e per educazione.
Ho lavorato parecchio su questo aspetto, soprattutto con l’Arcangelo Uriele, e ho sperimentato, grazie alla sua “Super visione”, che esiste un potente antidoto a questa sofferenza, che parte dal quotidiano.
E’ un addestramento sottile che ci conduce ai grandi passi, poco per volta, partendo dall’esperienza spicciola di ogni giorno, fino ad arrivare ai grandi cambiamenti.
Coelho dice che è importantissimo chiudere i cicli, che “ …dobbiamo renderci conto di quando lo spettacolo volge al termine”.
Se insistiamo a rimanere più a lungo del necessario, perdiamo la felicità e il significato di ciò che ci aspetta e che non lasciamo approdare nella nostra esistenza.
Ognuno di noi usa parole diverse per questi momenti, chi li chiama cicli, chi capitoli, chi porte, … io per esempio li utilizzo tutti, scegliendo con cura l’uno anziché l’altro, a seconda dell’evento.
Quello che importa è che dobbiamo lasciare nel passato il momento di vita che abbiamo finito, terminato, stoppato.
“Lasciare nel passato il momento che abbiamo finito”.
E’ per noi una fatica immensa.
Al contrario, dovrebbe entrare nelle nostre dinamiche, perché farlo è una questione di saggezza, di praticità, di ritorno alla nostra vera vita, indispensabile e di una bellezza disarmante.
Semplice, come bere un bicchiere d’acqua, ma complicatissimo per noi, che non lo sappiamo assolutamente fare, non sappiamo chiudere i cicli, non li vogliamo chiudere ed infatti sono tantissime anche le cause legali che abbiamo in essere, e che nascono proprio perché non sappiamo abbandonare il passato.
Il contenzioso legale è solo una modalità per non rinunciare a fatti e persone, … è una strategia, spesso inconsapevole, per tenerle ancora legate, in qualche modo, a noi.
Nella vita ci sono cose che succedono e ci feriscono, ci lasciano attoniti, inermi, senza forze.
Non riusciamo a capire, a farci una ragione del perché ci sia potuto accadere, ma è accaduto e dobbiamo accoglierlo.
Perché la nostra storia d’amore è finita?
Come mai quell’esperienza si è conclusa?
Perché quell’amicizia, che sembrava tanto solida, è finita d’improvviso?
Dove abbiamo sbagliato?
In che modo?
Eppure, oggi scrivo questo articolo perché ho realizzato quanto sia penoso per noi mettere la parola fine a qualcosa, non solo pensarla, ma scriverla e farla propria in maniera reale.
Ciò che ci tormenta è proprio la fine.
Fine di un lavoro, di una relazione, di un’amicizia, di una passione, di un legame, di un periodo …
E altrettanto faticoso ci risulta non solo l’uso, ma l’interiorizzazione del verbo abbandonare… come fossimo tutti passati da un orfanatrofio …
Abbandonare un progetto, una passione, un paese o una città in cui abbiamo vissuto, una persona cara … sono gesti estremi…
Ogni abbandono e fine sono semplicemente la conclusione di un ciclo.
Faticosissimi …
E così, come Uriele mi ha guidato a fare, cogliere, interiorizzare … per abituarmi a saper chiudere in modo armonico i grandi cicli della vita, per poi parlarvene, vi ripeto che dobbiamo prima imparare a chiudere i cicli nel quotidiano, nella vita di tutti i giorni e poi passare ai grandi.
Quali?
Beh, il problema primario è che non li cogliamo, non ci avvediamo assolutamente di loro, quindi non ci svezziamo ad accoglierli e perpetrarli.
Sapete qual è stata la cosa più bella e importante che ho imparato da Uriele, durante la mia breve permanenza in India?
Non la lingua inglese, non chissà quale altra cosa, ma è stato proprio il riuscire finalmente a cogliere in maniera pienamente consapevole i cicli della vita.
Quando sei là, avvolta nei loro profumi e nella loro ritualità, ti senti come avvolto da un grande pulsazione, percettibile a pelle, viva, sia a livello sociale come a livello sottile: SENTI DENTRO l’amore per la ritualità della vita, che si ripete ogni giorno, ogni istante, e che le persone, nella loro semplicità ci trasmettono.
Noi abbiamo SEMPRE fretta e la passiamo ai nostri figli, che, purtroppo a volte a soli 7 anni, se non prima, sono già schizzati.
Vogliamo tutto subito. Sempre.
La cortesia, un grazie, un prego, una richiesta fatta o donata con il sorriso sono realtà sempre più rare …
In India, al contrario, sapevano lasciarti a bocca aperta e colpirti al cuore.
Dio ti benedica era una formula ricorrente …
Da noi una rara stramberia …
Tutto lì ti fa percepire il profondo rispetto e la connessione grande con il divino, con qualunque nome venga chiamato…
Ti sembra di stare in un’altra vita, in un pianeta parallelo, in un’altra via, differente da quella occidentale.
È difficile da spiegare, ma soprattutto da cogliere per chi legge, a parole, il senso di profondità che avvolge ogni istante, eppure anche le cose più banali, là, avvengono secondo un preciso rituale, conosciuto, condiviso, sincero e silenzioso.
È raro che ci si rivolga alle persone in modo diretto, anche se dobbiamo solo chiedere un’informazione stradale: prima ci si informa di loro, poi, del resto.
Da noi, se un automobilista si ferma per un’informazione, la prima cosa che facciamo, la prima reazione che abbiamo, è quella di prendere le distanze DAL VEICOLO e dal finestrino, prima ancora che dal richiedente …
Lì, al contrario si avvicinano, e spesso si offrono di accompagnarti, mentre noi li oserviamo diffidenti.
Viviamo di paure e quindi di azioni/taglio …
Se chiedessimo anche noi ad uno sconosciuto come sta, non credete che egli farebbe, di rimando, lo stesso???
Stando in mezzo a loro, inizi ad emozionarti, a sentirti più parte di “una cortesia amorevole” universale, antica …, in cui tutto è rituale, tutto è lento.
Perché parlo di questo???
Perché si tratta di riti, che una volta presenti nella nostra vita, come tra le persone indiane, ma potrei parlare delle messicane, oppure delle brasiliane o altro …, risvegliano la nostra felicità, ci fanno stare bene, ci rallentano, ci fanno dire di sì alla vita alternativa, ma vera.
Il problema è stato coglier che tutto ciò che ha un inizio, ha pure una fine.
Accettarlo nella quotidianità, significa poi viverlo nella dinamicità della Vita.
Iniziando dalle piccole cose, riscopri che tutto ha un inizio e un termine: una mattinata inizia e finisce, un pasto inizia e finisce, un’amicizia inizia e finisce.
Ringraziare quindi in apertura di un pranzo, per esempio, benedicendo è ottimo, ma alla fine ringraziare per averci nutrito, è eccellente, è chiudere il cerchio.
Si può anche fare l’uno di seguito all’altro, ma il vero senso a dare ad ogni istante il suo valore.
Prima, benedico il cibo con appetito ed allegria, alla fine lo ringrazio per aver dato nutrimento al mio corpo ed al mio spirito.
E’ un ciclo.
E’ un ciclo minuscolo, facile da cogliere, che ci addestra ai grandi …
Se impariamo a cogliere i singoli piccoli momenti e a lasciarli andare al loro chiudersi, impariamo, con generosa spontaneità a fare lo stesso con i grandi, con quelli impegnativi, quelli che ora come ora non vogliamo nemmeno cogliere o leggere.
Allora, cosa ne dite???
Possiamo almeno provarci???
Buon lavoro a tutti!!!
Con grande Amore ti*** degli Angeli
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