Darsi Valore è fondamentale.

Ci sono tanti piccoli gesti, che dovrebbero e potrebbero entrare nella nostra quotidianità per aiutarci a stare bene, a fare la differenza a essere la differenza e quindi a sostenerci lungo il nostro cammino.
Osserva tuo figlio mentre fa un disegno.
Sicuramente, se ha scelto di sua spontanea volontà di farlo, ce la sta mettendo tutta e si concentra.
Osservalo però quando lo termina.
Lo firma?
Se non lo firma, sappi che non lo sta riconoscendo come suo, come espressione del suo sé, di ciò che lui è e sa fare.
Può sembrare una sciocchezza, ma ogni azione quotidiana che compiamo, parla di noi, di come ci approcciamo alla vita, di come ci amiamo, di come ci sentiamo dentro.
Ogni nostro gesto racconta se ci stimiamo e ci riconosciamo e traccia il profilo di come ci percepiamo o non ci percepiamo, se ci riteniamo degni di stare sulla terra, di abitare in un certo spazio e di “riempirlo” con la nostra presenza, le nostre azioni, i nostri gesti, i nostri pensieri, i nostri prodotti, oppure no.
E’ così che noi e quindi i nostri figli, o i nostri alunni, tracciamo il nostro profilo e mostriamo agli altri, come siamo disposti ad affacciarci alla vita.
Un bambino che non mette anche solo uno scarabocchio su quello che fa, significa che non dà il dovuto peso a quel disegno, e prima ancora non dà peso a se stesso, che lo ha prodotto.
Non si dà peso, non si dà il “giusto valore” e questo noi insegnanti lo riscontriamo poi a scuola quando ritiriamo gli elaborati di un compito o di una verifica e troviamo fogli e quaderni senza il nome del proprietario, senza nessun riferimento a chi lo ha eseguito.
Perché?


Perché il proprietario non ha autostima.
Magari è un ragazzino o un bambino vivace, un figlio talmente agitato che tu pensi si sappia perfettamente relazionare e inserire nel suo contesto, ma quel disegno, quel foglio o quel quaderno, dicono di lui ciò che forse non ti è ancora ben chiaro.
Dietro un’intestazione non messa o una firma non fatta, c’è una persona fragile, una persona che sta cercando attenzioni e riconoscimenti.
E com’è quel ragazzo? Com’è quella persona?
Di solito è un ragazzo che si agita e lo fa inconsciamente per dirci che c’è, che esiste, oppure, al contrario è un ragazzo che tace sempre e che all’interno di qualsiasi gruppo scompare.
Sono due modalità diverse, ma entrambe da ascoltare.
Quando un ragazzo consegna un foglio senza intestazione gli adulti, in generale, lo tacciano di essere uno “smemorato” e credono che sul quel foglio manchi un segno che lo identifichi come il proprietario, solo perché lui pensa sempre ad altro e non ci sta con la testa, ma così non è.
Il proprio nome o la firma sono entrambi “due segni” ben precisi, due sigilli legati alla propria identità e al riconoscimento di questa identità.
Se non ti lascio quel segno, che possiamo individuare come una sorta di “logo” identificativo, significa che non lo sento mio e quindi non mi sento appartenete a questa realtà e “non mi sento” me stesso, cioè non colgo la mia esistenza, non la riconosco.
Un ragazzino che si chiama Andrea, che non firma il suo foglio o non intesta il quaderno, non riconosce né l’uno, né l’altro come di sua proprietà, ma prima ancora non riconosce se stesso come Andrea, quindi come un individuo, una persona, qualcuno che c’è, che esiste e che ha in sé dei doni, delle abilità, dei Valori.
Andrea non si riconosce che lui stesso è un Valore, un Valore che esiste, prima ancora di quei due oggetti suoi.
Stiamo attenti a queste manifestazioni, perché è da qui che dobbiamo partire per aiutare i più piccoli e forse anche noi stessi, se agiamo in questo modo; non si tratta quasi mai di una semplice dimenticanza, soprattutto se si ripete, ma si tratta di mancanza di autostima, mancanza di riconoscimento di sé e di ciò che nasce da questo sé.
Una foglio non intestato parla e racconta che dietro quel foglio c’è un bambino o un ragazzo insicuro, un figlio che non si ritiene capace, un figlio che non sa di essere all’altezza di quanto sta facendo, di quanto sta realizzando e quindi un figlio o un alunno che prende le distanze dal suo prodotto.
Come fare allora?

  • Incominciamo a dare noi, per primi, Valore a quel pezzo di carta e a ciò che vi è stato tracciato, disegnato scritto. Solo così daremo Valore a chi ci sta dietro, cioè a chi lo ha realizzato.
  • Se si tratta di un compito o di un disegno, prendiamolo in mano con calma e osserviamolo.
  • Valorizziamo i punti di forza presenti e solo successivamente, se lo riteniamo veramente possibile, facciamo notare le perfettibilità, ma con calma, come in una sorta di consiglio, di suggerimento.
  • Invitiamo il figlio o l’alunno a lasciare un segno sopra il prodotto, perché qualunque cosa venga realizzata, ha un Valore, proprio come la persona in sé.
  • Abituiamolo a “riconoscersi”, facendo una cosa semplicissima che anche anticamente veniva fatta proprio con questo intento: fargli scrivere ogni giorno il proprio nome, almeno tre volte, ma va fatto.
  • Se invece ha trecento quaderni tutti senza il nome, il cognome e la materia, invitiamolo a compilare queste parti, senza urlare, ma facendogli notare il bello di scriverci sopra chi è il proprietario e cosa gli appartiene. E’ un quaderno di scienze? Un quaderno per il PAI? Cos’è?
    Facciamogli notare che a tutti piace, sentirsi figlio di qualcuno e quindi anche quel quaderno vuol sentirsi “suo”, desidera essere “qualcosa che gli appartiene”, proprio come un figlio, e sul quale il ragazzo deve esercitare una sorta di “paternità e maternità”..
  • Riportiamo poi l’attenzione sul nome che nostro figlio possiede.
    Parlandogli, con calma, sottolineiamo come e perché abbiamo scelto quel nome per lui e il grande “significato etimologico” che quel nome racchiude. Non è per nulla importante se è un nome che appartiene a un attore, a un calciatore, a una cantante o a un personaggio politico famoso, ma è ben più importante trasmettergli il valore emotivo che ha per noi quella scelta e soprattutto l’etimologia di quel nome.
    Solitamente ai bambini si raccontano gli episodi familiari legati alla scelta del suo nome e, se appartiene a un personaggio celebre, si sottolinea questo tipo di legame,  e intanto ci si dimentica che è molto più importante “fargli sentire che noi lo abbiamo scelto apposta per lui”, perché quel nome ci piaceva e ha un significato “pazzesco”, forte, importante.
    Che quel nome sia appartenuto a Giulio Cesare in persona, ai bambini poco importa: i nostri idoli non sono e spesso non saranno i loro, ecco perché è importante trasmettere “il Valore” vero di quel nome, perché la persona sovente si identifica con quel nome, almeno inizialmente.
    Se poi ci sarà un buon cammino “educativo e formativo” quel figlio, da grande, si identificherà con se stesso e la propria essenza e quel nome sarà solo un modo per relazionarsi fuori, con gli altri.
    Ora però, ha bisogno di un’identità, un’identità che gli permetta di riconoscersi e apprezzarsi, apprezzarsi anche per quel nome.
    La vita è una delle materie più importanti e ci mancano tanti aspetti sia per possederla, che per trasmetterla e viverla, viverla bene e in serenità.
    La vera fortuna, nella vita, non è diventare qualcuno di importante, ma essere se stessi, sapendosi apprezzare, ascoltare, aiutare, perché questo permetterà poi al soggetto di stare bene, di essere sereno, di scegliersi un lavoro adatto e di costruirsi un percorso personale unico e capace di esprimerlo.
    Ma come potrà domani stare bene, esprimersi, realizzarsi un ragazzo che ora non si accoglie, non si riconosce, non si ama e non ama quello che realizza?
    Già a partire dalla preadolescenza e successivamente durante l’adolescenza e in seguito l’età adulta, sarà una persona insicura, una persona fragile, una persona che starà poco bene e sarà facilmente raggirabile da parte di tutti quei soggetti che, pur essendo magari a loro volta “smarriti”, si proporranno con certi “toni e modalità” , facendo loro credere di essere persone toste e sicure di sé.
    Insieme creeranno solo dinamiche “sballate” e relazioni faticose.
    E’ importante comprendere per tempo questi “linguaggi” della persona.
    Quando un ragazzino combina un pasticcio, per esempio a scuola, a casa o in oratorio, e ci si accorge che è stato solo un gregario, cioè che è stato fomentato da un compagno, un compagno che ha avuto un certo ascendente su di lui, il genitore, solitamente, rimane deluso e vede nel gesto del figlio, una mancanza di  maturità, di furbizia, di forza d’animo, di capacità di discernimento.
    L’adulto si sente impotente e si augura che cresca e che maturi.
    In realtà bisognerebbe lavorare sulla sua autostima, quindi proprio su questo aspetto.
    L’adulto gli ha sicuramente passato dei valori, gli ha detto e gli ripete cos’è il  bene e cos’è il male, almeno quelli che lui reputa tali, ma il bambino/il ragazzo non si riconosce la “capacità” di discernerli e quindi di sostenerli, perché lui  si sente un incapace; probabilmente si tratta di una dinamica inconscia, ma presente, una dinamica che lo rende fragile e lo fa accodare a chi “appare” più sicuro e affidabile al suo immaginario instabile.
    L’apparente sicurezza di un compagno, di solito più navigato di lui, diventa così un’altra sua reale fragilità.
    Quel compagno lo affascina e sostituisce l’adulto di riferimento (madre, padre, prof. o don).
    Da piccolo ascoltava il genitore e lo assecondava, anche per farsi “accettare” ; ora che è più grande, mentre si distacca dalla figura adulta, si rifà al compagno “tosto” che lo può accogliere al posto dei genitori e così si lascia usare, “educare”  spingere a cambiare rotta e a fare questo o quello.
    Se un ragazzo si riconosce e si dà valore, dentro di sé, sa perfettamente chi è, cosa vuole e cosa desidera fare, sia ora che da grande.
    Un ragazzo sicuro di sé è più saldo sulle sue gambe e meno strumentalizzabile, meno preda dei venti.
    La vita ha i suoi linguaggi ed importante capirli, proprio per “crearla e parteciparla” al meglio.
    Immagina te stesso e tuo figlio come un albero: se il tuo albero non ha buone radici e un fusto proporzionato alla tua altezza, il vento quando si leva impetuoso scuoterà i tuoi rami e potrà sradicarti.
    Le radici sono il nostro nome e cognome, sono il segno della nostra appartenenza a un certo terreno che ci accoglie e ci tiene stretti con qualsiasi tempo.
    Dobbiamo insegnare ai piccoli che la “vera grandezza” di una persona sta nella sua essenza, un’essenza unica e senza paragoni.
    Se bastasse essere ricco o famoso, con un nome altisonante, per valere, il mondo sarebbe, attualmente, in una condizione di perfetto e armonioso benessere: non ci sarebbero disparità, discriminazioni, ingiustizie, violenze, sopraffazioni e tentativi di  abolire la libertà soggettiva e collettiva.
    Il disagio attuale, dipende in gran parte proprio dall’assenza di forza, di energia, di consapevolezza, di valori nei quali ci troviamo.
    Un bambino incerto, che non ha fiducia in sé è un adulto schiavo del malessere di vivere, succube dei temperamenti autoritari e spesso un compagno /a poco affidabile.
    Bisogna lavorare, lavorare, lavorare e lavorare su di sé e su queste dinamiche, anche quelle che all’apparenza sembrano poca cosa, per arrivare ad una conoscenza che ci porti ad una vera evoluzione, indispensabile e a un “ritorno” alla casa paterna.
    Buona riflessione a tutti.

    Semplicemente ti degli Arcangeli
Questo articolo è stato amorevolmente scritto da Ti degli Arcangeli (l'autrice dei 2 libri Le Preghiere Arcobaleno dagli Arcangeli e La Via della Luce. Testi guida dell’Arcangelo Uriele ) con canalizzazione di un Arcangelo specifico oppure facendosi ispirare da Arcangeli e Angeli.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com

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