Essere Felice

 

Il discorso che affronterò oggi l’ho sicuramente già sfiorato ed affrontato, ma questa volta intendo farlo da varie prospettive ed in maniera un po’, diciamo più intensa, per cui vi invito  a leggere solo se in questo momento siete seriamente sintonizzati sulle frequenze di queste pagine, oppure se qualcosa, nonostante il disagio attuale, vi dice di farlo, di sbirciare come sempre, di dare un occhio …
Vi sono dei momenti chiave, nella nostra vita, che toccano ogni individuo, ovunque egli viva e chiunque sia chiamato ad essere.
Sono tappe che, in alcune società, non occidentalizzate, vengono accompagnate da rituali particolari e prove di coraggio, in cui la persona, o meglio l’Anima incarnata, inizia a porsi dei quesiti legati alla propria natura, alla natura del mondo che ci circonda e, guardando al sole e alle stelle, alla natura di ciò che è più grande di noi e che verrà dopo la morte.
Fra questi interrogativi nasce allora in una parte di noi, anche il bisogno di comprendere cosa ci sia in profondità e alla base di ogni nostra azione compiuta.
In parole più semplici ed accessibili a tutti, ci chiediamo qual è lo stimolo, l’elemento principale, che muove ogni azione umana, che spinge l’uomo ad agire in un modo o nell’altro.
Perché facciamo questa cosa?
Come mai?
Cosa ci spinge ad agire, a prefissarci degli obiettivi da raggiungere e a perseguirli con dedizione e volontà, e cosa ci spinge a combattere per essi.
La risposta credo che sia una sola, cioè la ricerca della felicità.
Il desiderio implacabile di sentirsi felici, di provare felicità, che ci accompagna fin dall’istante in cui apriamo per la prima volta gli occhi.
Il neonato che piange, ed esige la presenza della mamma e/o della poppata, cerca il soddisfacimento di alcuni suoi bisogni, per sentirsi in pace, placato, soddisfatto, quindi felice.
Crescendo le cose poi peggiorano gradualmente ed inesorabilmente, perché sembra che più nulla plachi la sete di felicità e quindi diventiamo dei “cercatori” itineranti di felicità.
E’ così che come individui, angustiati da un’infruttuosa ricerca, finiamo a volte per non saper più vivere in mancanza della ricerca stessa, e ci affanniamo senza limiti, arrivando magari a rifiutare l’esistenza, ma, come diceva Pascal: “… la felicità è qualcosa che l’uomo non può non volere e nessuno di noi agisce in modo tale da essere infelice, tanto che anche chi si va a impiccare, lo fa perché ritiene che, togliendosi la vita, potrà accedere ad una condizione migliore, quale che sia (il nulla o una vita oltremondana), appunto più felice di quella in cui si trova coinvolto.”
Sì, sembra che l’unica grande verità che governi ogni nostra azione sia racchiusa nell’infinito bisogno di ricercare felicità per noi stessi, eppure gli uomini felici non sono certo molti e, se è vero che tutti concordano nel desiderare solo la felicità, è poi diverso il nostro modo di conseguirla.
Un dato certo è che sono pochi gli uomini felici, soprattutto nella nostra epoca, che sembra contrassegnata da una infelicità mediamente molto diffusa.
Alcuni  studiosi hanno rilevato che siamo noi, appartenenti alle società evolute o meglio che noi riteniamo più avanzate i peggio messi, perché da un lato abbiamo uno standard di qualità della vita, almeno secondo i nostri indici, sicuramente economicamente, tecnologicamente, più elevato, ma al tempo stesso, abbiamo un aumento dei suicidi, un crollo inesorabile dello schema lavoro di un tempo, la crisi delle famiglie e tanto altro.
Perché?
Colpa delle nuove legislazioni? Nì!!!
Vitale è che molto spesso non troviamo più nel matrimonio e nella famiglia uno dei luoghi possibili della nostra realizzazione e quindi della propria felicità; questo è sempre stato un nodo vitale per noi, che sembra avessimo legato il “nostro star bene, sentirci al top”, alla nuzialità e alla genitorialità.
Non sto parlando di scelte corrette o meno, ma di cosa reggeva la nostra immagine di persone felici.
Infatti la pubblicità, soprattutto dei generi alimentari, o legati ai bisogni familiari, puntava proprio sulla “famiglia” ideale, sempre allegra, sorridente, con nonni al top …
Ma qualcosa è cambiato e così, ci si accorge che anche senza un anello al dito e 4 pargoli intorno, la felicità ci può essere, ci deve essere …
E nasce l’insofferenza.
Si è creato uno squilibrio perché, senza questi ruoli altri aspetti ordinari della nostra modalità di vivere, sono entrati anch’essi in crisi e così c’è stato un aumento dei casi di patologie psichiche, di disagi, oppure di esistenze trascinate, in una sorta di rassegnazione e di profonda delusione nei confronti della vita.
Surrogati?
Sì parecchi, e tra i più gettonati il sesso, l’alcol e la droga, anche se non mancano il gioco d’azzardo, il fumo, l’abuso di farmaci, le ipocondrie varie.
Lo scopo dell’essere umano è quello di trovare la felicità, ma il problema è che siamo dei veri segugi dell’infelicità.
Il nostro sport preferito è complicarci la vita, come se, avessimo intuito che, se lo fossimo saremmo disoccupati, senza più nulla da cercare e quindi avessimo optato per il protrarre ad oltranza il gioco, per non rimanere fermi, stabili un secondo.
Sembra che l’umanità abbia scelto per una sorta di gioco “infantile”, senza fine, per non smettere di trastullarsi con la ricerca.
Camminando per le strade dei nostri paesi, proviamo a guardarci intorno …
Quante persone sono sorridenti, disponibili, attente agli altri???
La stragrande maggioranza di noi ha visi imbronciati, assenti, accigliati.
I sorridenti ci sono, ma sono spesso pure mal visti e mal tollerati.
Proviamo a sorridere a 10 persone accigliate e vediamo le loro reazioni.
Un numero limitato si lascerà coinvolgere e di solito sono persone già con espressioni meno chiuse; i più tenderanno a ringhiarci addosso o lanciarci occhiate torve, inaudite.
Perché?
Eppure solo alcuni mesi fa eravamo un po’ più allegri, meno musoni, meno persi.
Osservando la nostra fauna potremmo dire, a occhio e croce, che le persone felici hanno una vita ok, mentre  gli altri stanno attraversando momenti particolari della loro vita.
Ma ai primi, va veramente sempre tutto bene?
No, non è proprio così, eppure sorridono.
Ma che cos’è allora sta santa felicità?
Cosa permette all’uomo di essere felice?
Secondo me, la felicità è l’ingrediente base, fondamentale della ricetta che permette all’uomo di godere appieno di tutti i momenti della sua vita.
Il concetto di felicità è riconosciuto anche nel mondo politico, infatti si trova menzionata, addirittura, nelle carte fondamentali dei singoli stati.
Nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, ad esempio, si afferma che “tutti gli uomini sono uguali e che hanno alcuni diritti inalienabili, come la Vita, la Libertà e il raggiungimento della Felicità.
Anche nell’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana viene detto che tutti gli uomini sono uguali di fronte alla legge a prescindere dalla loro razza, sesso, lingua, religione.
Viene altresì affermato che la Repubblica deve garantire il pieno sviluppo della persona umana eliminando gli ostacoli che lo limitano.
Un uomo, infatti, per essere felice, deve potersi realizzare avendo una famiglia e un lavoro dignitoso.
E’ qui che sta il nocciolo della questione.
Abbiamo dismesso l’idea o meglio la confezione “precostituita di famiglia”, lavoro, benessere …, ma non siamo in grado di trovare altro, perché rimaniamo comunque legati a certi schemi e giudizi, che appartengono comunque alla vecchia guardia.
Ma li abbiamo scartati perché ci siamo accorti che non sono come dovrebbero, perché non sono in realtà appaganti e artefici pieni della nostra serenità, oppure non abbiamo la consapevolezza del perché lo abbiamo fatto e quindi ci comportiamo come il medico, con la sigaretta tra le dita, che invita il suo paziente a smettere urgentemente di fumare?
Sicuramente la crisi di “fatto” c’è, esiste e se esiste è perché, nell’ambito del movimento universale va modificato qualcosa …, ma scoprire come, in che modo e misura non sembra volerci appartenere.
Rimaniamo così, come allocchi, un po’ straniti in preda dei venti.
La stessa cosa in ambito lavorativo, dove il “per sempre” non esiste più, sembriamo consapevoli della cosa, però cerchiamo ancora il posto sotto casa, a tempo indeterminato e parliamo ai nostri  figli delle solite professioni e cerchiamo di spingerli a frequentare gli stessi indirizzi di scuola, magari con altri nomi, ma in realtà … per la maggiore riciclati.
Stiamo attraversando un periodo di forte crisi e i tagli nel mondo del lavoro sono sempre di più.
Questo limita fortemente la libertà soprattutto dei più giovani in quanto non possono progettare un futuro certo e dignitoso o forse dovrebbero trovare altre modalità per vivere … e non parlo di scippi e rapine.
Percorriamo mai a piedi le nostre campagne?
Vi invito a farlo, prima delle varie raccolte di mais di stagione.
Abbiamo piante sofferenti, pannocchie deformi, che verranno raccolte e triturate con il tutto.
Ragnatele e parassiti vari, che disseccano  e mangiano fogliame e piante.
Che energia ci sarà in quel cibo?
Quanto sporco e pesantezza, tossine???
Ma coltivare diversamente non si può veramente?
Essere alternativi no????
Meglio quindi cercare di fare “il solito” in una società satura e stremata, che poi ci limita e ci sta stretta, ma … è sempre stato così!!!
Allora abbiamo contratti non contratti, o meglio disumani, dove una commessa è obbligata a stare in piedi per  tutta la durata del suo servizio.
Ma è benessere questo?
E’ rispetto di quegli articoli della nostra Costituzione, in cui si parla di lavoro, dignità ….?
Ma potremmo parlare di tante altre professioni e tipi di assunzione …
Quindi, stabilmente instabili,  rimaniamo più a lungo nelle case dei nostri genitori e ci creiamo una famiglia sempre più tardi.
E così la nostra libertà è fortemente limitata e questo accresce, in genere il disagio e tutto ciò crea solo il fenomeno del cane che si morde la coda.
Oppure oggi siamo più felici di venti anni fa, ma non ce ne accorgiamo, perché «le nostre aspettative sono cambiate, migliorate, e desideriamo sempre di più»?
Cerchiamo, ora, di dimostrare tutto ciò, di vedere se quanto abbiamo appena detto corrisponda alla realtà. Esaminiamo quindi le principali azioni umane e verifichiamo se, realmente, quello che facciamo, lo facciamo spinti dal desiderio di ottenere felicità per noi stessi.

  • Partendo dai nostri movimenti più basilari, possiamo notare che agiamo per essere o mantenere la felicità, infatti scegliamo di sottostare e sottometterci anche a soprusi pur di non perdere, per esempio, il lavoro, un lui o una lei, un tetto sulla testa …, il tutto con l’intento specifico e consapevole di mantenere quelle condizioni/ situazioni che ci appagano, ci creano comfort ( non importa se positivo o di altra natura …) o ci facciano provare piacere fisico o mentale.
    Siano sempre spinti dallo stesso inesorabile obiettivo: la felicità.
    Probabilmente anche la sopravvivenza stessa, quando viene guidata da un ragionamento razionale, non è che un mezzo volto a raggiungere lo stesso grande fine.
    Abbiamo visto che, come diceva Pascal, anche coloro che decidono di compiere gesti estremi, come può essere, ad esempio, quello di scegliere di porre fine alla propria vita in fin dei conti ambiscono alla felicità.
  • In questo caso, come si può pensare che il desiderio di terminare la propria esistenza possa donare una maggiore felicità?
    Perché il qui e ora non soddisfa, non crea uno stato di felicità.
    È coerente, anche se da altri punti di vista può apparire assurdo, pensare e credere che la vita possa essere stata tanto dura, con questi individui, da indurli a convincersi che l’unico modo per poter essere nuovamente felici risieda proprio nel porvi fine.
    Ricordiamo la fine del “Piccolo Principe”?
    Impersona molto bene la fatica odierna e dell’uomo in generale …
  • E l’elementare timore della morte come direttamente collegato alla paura di essere infelici?
    La nostra inconsapevolezza in merito a cosa ci attenda dopo la morte ci spinge irrazionalmente a ritenere che morire implichi automaticamente l’impossibilità di continuare a inseguire tale fine su questa terra, per cui siamo disperati, quando la morte bussa alla porta.
    Lei è l’intrusa che ci toglie, ci priva della felicità!!
    Al contrario, la prospettiva di una vita longeva è legata alla speranza di avere più tempo per la nostra ricerca, quindi più possibilità di incontrare, prima o poi, un futuro felice;
    più lunga sarà la nostra vita, più opzioni avremo di provare felicità.
  • Se poi fosse esatto, ciò che in molti finiscono per sostenere, e cioè che la sopravvivenza stessa rappresenti l’estremo scopo dell’esistenza umana, allora le nostre vite sarebbero tutte compiute semplicemente fino al momento in cui questa condizione fosse rispettata, e nessuno di noi conoscerebbe infelicità alcuna se non dopo la morte, appena, cioè, viene meno il soddisfacimento di questa condizione.
  • E perché, dunque, gli uomini stringono alleanze fra loro?
    Perché talvolta, invece, si combattono l’un l’altro?
    Per quale motivo cercano di rientrare e migliorare la loro posizione sociale?
    A che scopo ricercano il piacere e la soddisfazione personale?
    La risposta è sempre la stessa.
    Gli uomini si aggregano spinti dalla convinzione che l’unione rappresenti il più solido compromesso per la protezione dei loro mezzi, soprattutto la sopravvivenza, in primo luogo.
    Per contro, i conflitti umani nascono o dalla bramosia di chi imbroglia la maggioranza del gruppo sociale e si appropria di maggior potere, giacché ritiene di poter raggiungere più facilmente, con tali mezzi, il proprio fine ultimo o, dall’altra parte, dalle vittime, ossia da coloro che, sentendosi privare di quei mezzi tali da permettergli l’ottenimento della propria felicità (fra cui, per esempio, la libertà), decidono di reagire per riappropriarsene.
    Piacere e soddisfazione personale è invece molto più chiaro come possano puntare allo stesso fine.
    E le guerre di religione?
    Per quale motivo sono le più cruente, nonché quelle in cui una soluzione positiva e continuativa si fa sempre più difficile da raggiungere?
    Da cosa deriva l’estremismo dei gesti spesso compiuti in questi conflitti?
    Forse perché l’uomo è fermamente convinto del fatto che non stia combattendo per la gloria del proprio paese o per la sua supremazia economica, ma per quello che egli considera il suo bene più prezioso: la speranza nella grazia dopo la morte, l’eterna beatitudine nel luogo che ritiene attenda la sua anima, il paradiso, e cioè, in conclusione, l’eterna felicità.
    Ecco che l’origine della specifica irrisolutezza di tali conflitti è da identificarsi nella seguente dicotomia: la più grande e infinita felicità da un lato, e la dannazione, eterna infelicità, dall’altro.
  • L’evoluzione delle società umane si è sempre basata quindi su questo: creare le condizioni per essere felici, ma pensando ad una felicità che viene dall’esterno di noi.
    Sono le condizioni che attorno a noi ci spingono a comportarci in una maniera piuttosto che in un’altra, mentre il desiderio che ci guida di trovare la felicità, è, e sarà, sempre lo stesso.
    È da qui che nasce ogni forma di relazione sociale, ed è in base a ciò che, talvolta anche inconsciamente, si strutturano i rapporti umani, da cui prendono poi forma le istituzioni e lo stato.
    Leggi, potere, associazioni, figure leader, tutto ruota intorno a questo.
  • C’è qualcosa che però potrebbe non quadrare in tutto questo?
    Sìììì l’istinto, cioè quella parte immediata di noi, che ci spinge, almeno ogni tanto, ad uscire dagli schemi, dai soliti binari e eliminando completamente ogni ragione, ci fa agire.
    L’istinto potrebbe essere l’unico in grado di eliminare completamente il ragionamento razionale, ma lui non governa la nostra Vita …
    Ma allora, dopo questa chiacchierata, come possiamo essere felici???
    Forse ascoltando un po’ di più il nostro cuore, amando di più la terra e non solo, noi stessi e dandoci la possibilità di muoverci serenamente, esprimendo noi stessi, cercando di essere più alternativi, meno imbrigliati e alla ricerca perenne della felicità impacchettata e inamidata, proprio come quella delle pubblicità, che non è mai esistita in quel modo e, anche se non ce ne siamo ancora accorti, mai esisterà, in quella maniera, ma in altre sì.
    A noi cercare finalmente di scoprirle, per sconfiggere gli ostacoli che gli impediscono di raggiungere la propria felicità.
    Amorevolmente ti**** degli Angeli
Questo articolo è stato amorevolmente scritto da Ti degli Arcangeli (l'autrice dei 2 libri Le Preghiere Arcobaleno dagli Arcangeli e La Via della Luce. Testi guida dell’Arcangelo Uriele ) con canalizzazione di un Arcangelo specifico oppure facendosi ispirare da Arcangeli e Angeli.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com

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