
Oggi andremo indietro nel tempo per parlare di un qualcosa che dovremmo apprezzare tutti in maniera unica, mentre in realtà, da quanto emerge dal nostro vissuto e dal nostro contesto sociale, così affaticato, non sempre avviene, accade.
Di cosa desidero parlare? Del cibo e dell’esperienza che rappresenta per ciascuno di noi.
Parlare di lui è semplice e complesso al tempo stesso, perché non possiamo metterlo in gioco e dargli voce, se prima non cerchiamo di cogliere il senso, il valore che lui ha per noi e cosa ci rappresenta.
Quando nasciamo, la prima esperienza che facciamo, dopo quella del parto, del venire al mondo, qui in questa nuova realtà è quella del nutrirci.
Quello che ingeriamo è la nostra prima esperienza e un modo per entrare in relazione con la mamma, senza usare il linguaggio verbale, che ancora non ci appartiene, e con tutto ciò che ci circonda.
Lei è fonte di cibo e mentre ci nutre comunichiamo.
Siamo piccoli e proviamo o benessere, con la pancia piena ed il culetto asciutto, o malessere perché c’è dell’aria nel pancino, lo stomaco ha fame e il culetto è nel bagnato.
Se stai bene ridi e ti agiti con garbo.
Se stai male piangi, urli, strilli e ti agiti in maniera nevrotica e inconsulta, tanto che la mamma accorre e fa di tutto per farti smettere.
Al seno o al biberon o con un bel ciuccio nuovo fiammante, lei ti consola attraverso il cibo.
La bocca ti permette di essere riportato nel tuo stato di benessere, con il nutrimento, che ti fa sentire amato, considerato, capito, accolto, coccolato a 100.
Il nutrimento passa per la tua bocca e lì tu provi il piacere di prenderlo, di riceverlo.
Così si crea il tuo legame tra l’idea che tu hai di cibo-piacere- amore.
E’ una specie di operazione mentale, velocissima, che il tuo cervello ricorderà eternamente, conservandola tra i suoi ricordi, le emozioni belle, oppure i traumi e quelli che sono i tuoi legami d’affetto.
Ogni cibo che tu mangi, ingerisci, il tuo corpo lo trasforma, assimilandolo, e trasformandolo in una parte di te.
Quando apprezzi o rifiuti il cibo sei legato a questi momenti.
Ecco perché dobbiamo e parliamo anche di “educazione alimentare”, proprio perché tiriamo fuori un qualcosa che ci appartiene e che va gestito al meglio.
C’è chi ti parla di nutrienti, chi di calorie, di tipologie di cibo, oppure di associazioni alimentari, ma la cosa per me importante è riconoscere al cibo il suo valore “emotivo”, che è fortissimo , parte dai profumi, arriva ai sapori, passando per i colori e le forme, oltre che alla sua disposizione dentro un piatto e alle tue esperienze primarie.
Se mangiare è così importante, è alimentarsi, cioè mettersi nella condizione di stare bene, secondo te lo facciamo secondo “i sacri canoni”, quando lo facciamo parlando di lavoro, con inserito il turbo, guardando il cellulare, magari litigando con qualcuno o guardando la televisione dove qualcuno inveisce e litiga?
Non sto a fare discorsi energetici, su cui potrei aprire un capitolo enorme, ma non siamo una società molto attenta al cibo, né sappiamo riconoscergli il suo giusto valore, la sua “sacralità”.
Ringraziare per questo dono, mettersi nella condizione di dedicargli il giusto tempo, nelle sue diverse fasi, partendo dal momento in cui attendiamo la nascita tra le zolle degli elementi primari, fino al momento in cui lo acquistiamo, lo lavoriamo a nostra volta e lo portiamo in tavola per noi e per chi amiamo, dovrebbe essere un nostro dovere, una sorta di attenzione innata, un qualcosa di unico, mentre in realtà così non è.
Lo boicottiamo sui tempi di crescita, lo irroriamo con veleni infiniti, lo raccogliamo fuori tempo e lo facciamo maturare su comando; il trasporto è un passamano e la lavorazione industriale una vera alchimia.
Cerchiamo di renderlo fruibile in maniera veloce, rapida ed indolore.
Poi, ti lamenti se questo ti dà reazione, quello ti risulta indigesto e quest’altro non puoi più nemmeno sentirne l’odore.
Mi vien da ridere al pensiero di cosa il cibo penserà e proverà verso di noi.
Scherzi a parte: siamo dei pessimi cultori del cibo e quindi del nostro reale e pieno benessere.
Ci sono studi che ci parlano di tutto questo, ma non sembriamo coglierne molto il senso ed accoglierne il messaggio.
Soffriamo di molte patologie alimentari e guarda caso, se vai ad indagare, come hanno fatto alcuni studiosi del problema, scopri che sono in genere persone che mangiamo come lavandini, usufruiscono di pasti fuori casa, in ambienti spesso non riservati alla ristorazione, ma adibiti anche a questo genere di servizio ( è un conto mangiare in un ristorante, creato per questa funzione, e altro divorare un panino in un bar, a cavalcioni di uno sgabello, tra persone che discutono, che giocano a carte, urlano al telefono o borbottano), tra gli ammalati più frequenti e comuni.
Anche mangiare con chi non apprezzi, diciamo con una persona che “non ti va giù”, ti cambia la digestione.
Parlare di cibo è giusto e lo si fa moltissimo, ma questo non ci aiuta a “ritrovarlo”, a riscoprirlo a dargli il giusto valore e tempo.
Forse dovremmo fare più corsi di “assaggio/degustazione” per riscoprire il sapore di quello che ingeriamo, imparare a soffermarci di più sul gusto, sull’attimo in cui ci si scioglie in bocca e ci permette di poter ritrovare “antiche magie”, quando anche solo un pezzetto di buon pane ci riporta a noi stessi, attraverso le coccole che ci sta dando.
Siamo spesso in difficoltà con lui e lo saremo sempre di più, se non lo “recuperiamo” nel suo grande valore intrinseco e non lo trattiamo con rispetto e la dovuta gratitudine.
Basta ripetere ai piccoli che il cibo non va gettato perché ci sono bambini che in altre parti del Mondo muoiono di fame, quelli li stiamo facendo morire comunque, rubando la loro terra per coltivare ciò che poi buttiamo, ma il cibo non va sprecato proprio per il valore stesso che gli appartiene e perché la terra ce lo ha offerto con grande generosità e benevolenza, malgrado tutto.
Siamo in difficoltà con lui, proprio perché qualcosa parte e passa male, dalle nostre origini.
Consumiamo molto e tutto stra lavorato.
I tempi che gli dedichiamo sono minimi, sia in fase di preparazione, che di consumo.
Siamo abbastanza monotematici.
Abbiamo perso il “vero gusto dei cibi” grezzi, poco lavorati, poco trasformati dalle mani dell’uomo, prodotti nel pieno rispetto della salute di chi li produce, della terra che ci mette di suo, del chi li raccoglie, li trasporta, li lavora, li distribuisce e nostra, come fruitori, consumatori, tanto che stentiamo a digerirli, apprezzarli, condividerli e reputarli degni di attenzione.
Perché c’è chi vive sempre a dieta?
Forse perché abbiamo smarrito il senso vero del nutrirci e quindi non lo sappiamo trasmettere agli altri, soprattutto ai nostri figli, ai quali piazziamo in mano un qualcosa di confezionato, con almeno 12/15 ingredienti, tutti super, stracolmi di zucchero ed una bevanda discutile e spesso già, come inizio di giornata.
Per questo oggi ho deciso di dedicare un articolo a questo argomento e sempre per questo che ho raccolto, alcune tra le ricette di ciò che preparo per me e le ho trasferite in un ricettario rapido, che renderò a brevissimo disponibile online, partendo proprio dalla prima colazione.
Non sono una nutrizionista e non ti parlerò mai di calorie, né di altro, non compete a me, ma credo che l‘inizio del nostro benessere parta dal piede con cui iniziamo la nostra giornata, dal cosa ci regaliamo, dopo aver ringraziato il cielo per avere una casa, per il fatto di poter dormire tra lenzuola pulite e profumate, e su su fino al cibo, che può essere una magia e portarci gioia e carica ottimale, se lo scelto con cura, lo preparo con il dovuto Amore e lo consumo con piacere.
Non hai bisogno di una bacchetta magica per dimagrire, ma di cambiare il tuo rapporto con lui, messer lo cibo.
E’ una relazione più difficile di quella sentimentale esistente tra due persone e può darti ed essere la tua felicità o il chiodo fisso per tutta la durata della tua Vita.
Questo dipende da te e solo da te.
E’ un dialogo il nostro con gli alimenti, un rapporto a volte gentile e volte complicato, è un coinvolgimento emotivo e mentale, un nodo con la nostra autostima, un richiamo alla relazione materna, un qualcosa da riconsiderare e su cui lavorare.
Diete?
Possono prescrivertene 300, ma se non ritrovi, non scopri il valore che tu dai al cibo e da lì riparti, farai il palloncino ( sgonfia e rigonfia) a vita.
Mangiare solo minestrone o proteine o altro, non ti restituisce il tuo benessere emotivo e psicofisico, anzi le privazioni spesso ti spingono a creare altre dinamiche poco chiare e poco positive.
Scegliendo, come sempre, la via più facile, cerchi ancora una volta di tenere salde le dinamiche del nostro tempo e non ti fermi a riflettere, a chiederti perché ti stia accadendo tutto questo e cosa ci sia, in realtà, che non vada tra te ed il signor cibo.
Come nelle relazioni: ti trascini fino all’ultimo istante, quando uno dei due poi molla.
Il cibo rappresenta un’altra delle nostre “meravigliose zone comfort”, dove ti asserragli urlando ai quattro venti che:
“ Con me le diete non funzionano!”
“ Non ce la faccio! Non ce la posso fare!”
“Non ho tempo!”
Non c’è nulla di impossibile, se non ciò che tu vuoi lo sia.
Tu sei il tuo migliore e unico medico!!!
Buona alimentazione a tutti!
Amorevolmente ti
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com


Lascia un tuo commento, sarà visibile a tutti 💜