
Ciao, ben ritrovato!
Sono felice che anche oggi tu abbia deciso di leggere quanto ho scritto, perché da questo momento inizierò ad offrirti sempre più spunti, per uscire dalle modalità e dalle forme pensiero, che hanno e stanno ancora oggi caratterizzando la nostra società e quindi il nostro modo di vivere.
Un virus ci ha fermati.
Perché?
C’è sempre un perché, per ogni cosa che ci sfiora e che ci accade, e nella “sincronicità” che spesso li accompagna.
Si legge anche nelle parole stupende del libro di Robert Hopke, nel cui titolo, “Nulla Succede per Caso” è già racchiuso il senso di quanto stiamo vivendo in questi interminabili, ma magici giorni.
Vi si legge:
“ …Gli eventi sincronistici […] richiamano la nostra attenzione sul fatto che le vite sono storie e hanno una certa struttura: un intreccio che non sempre siamo immediatamente in grado di percepire ma che, in momenti chiave della nostra esistenza, ci balza all’occhio in seguito a una sorta di convergenza di eventi esterni e condizioni interiori che noi, a mio avviso sbagliando, immaginiamo plausibile soltanto nei romanzi”.
L’evento che l’autore del libro chiama “CHIAVE”, nel contesto odierno è un VIRUS, un virus che ci blocca, ci allontana fisicamente, ci porta a rallentare e cambiare, ci induce a perdere le nostre certezze e sicurezze, a “recuperare il senso di responsabilità collettiva”, che avevamo smarrito, tutti.
Improvvisamente, una bella mattina, nostro malgrado, lui ha allungato la sua zampina ed ha saputo bloccare milioni di persone, stravolgendo il nostro modo di vivere, la “nostra quotidianità, una quotidianità scandita dalle corse senza sosta e da alcune consunte frasi mantra, come: ”NON HO TEMPO!”, “Tranquillo, uno di questi giorni ci vediamo o ci sentiamo”, oppure :”Dai, fatti sentire che magari ci facciamo una pizza insieme!”.
Parole vuote, nelle quali nessuno dei presenti sta mettendo la propria reale volontà di “vedersi, sentirsi, viversi e condividere”.
Se vuoi vedere veramente l’altro non rimandi.
Noi siamo dei “falsi” presenti.
Tu, non osi dichiarare apertamente il tuo poco amore o scarso interesse per il tuo interlocutore, per 101 motivi personali, e quindi sposti, rinvii, rimandi la tua reale risposta, con un “ipotetico/falso appuntamento”, che non vuoi, non intendi onorare, nella maniera più categorica, ma non hai il coraggio di assumertene la responsabilità.
E allora ti scansi, usando queste magiche frasi fatte, di rito.
Terrificante per moltissimi motivi, che non sono il reale oggetto del mio scrivere odierno, ma che vado comunque, in parte a presentare: mancanza di senso di responsabilità, non amorevolezza, codardia, non valori, carenza totale di senso di appartenenza, … “omologazione al nuovo collettivo”, cioè a quel modo di rapportarsi all’altro che si manifesta in tanti modi, uno dei quali è il classico invito di certi genitori al proprio figlio: “ Tu, stattene fuori, non interessarti, fai finta di nulla, pensa a te!”.
Siamo animicamente legati, in maniera incosciente/inconsapevole e coltiviamo, educhiamo al menefreghismo e alla separazione.
Siamo gli unici “esseri viventi” a non voler far parte del “proprio corpo.
Beh, c’è veramente da ridere o forse da piangere.
In ambito fisico, una cellula che non vuole stare, interagire e lavorare con il suo entourage, e prende le distanze, di solito degenera e diventa una forma tumorale.
Forse per questo siamo una società un po’ schizzata?
O bacata, come direbbe qualcuno?
E allora arriva lui, il virus, nel suo tempismo perfetto, sincronico a dirci: ”STOP!!!” “E proprio come nei romanzi gli eventi sincronistici hanno un impatto denso di significati” come ci dice Hopke,“… essi ci offrono una visione diversa di noi stessi, una prospettiva più ampia sulla nostra esistenza, oppure una comprensione più profonda degli altri e del mondo.”
Che belle queste parole!
Un piccolo mostriciattolo ti ha bloccato.
Ha bloccate in te un Uomo perso, un Uomo che NON voleva più stare con i suoi simili.
Un Uomo che non conosce più l’empatia.
Un Uomo che non sa cosa sia l’assumersi la responsabilità vera, reale, di nulla.
Un Uomo smarrito che lascia o prende una persona con un messaggino lanciato nell’etere, semplicemente da una piccola scatola.
Un Uomo che ha perso la sua dignità, il suo spirito forte, ancestrale, guerriero al punto tale che non ha nemmeno il coraggio di affrontare, di guardare negli occhi e di “vivere”, com’è giusto sia, uno degli eventi più significativi della sua Vita: un Amore che prende vita o che muore.
Tu, proprio Tu, che non sai più chi sei e cosa vuoi.
Tu, che non disponi più del tempo, tu che hai magari un impero, ma hai sostituito un sorriso sincero, una pacca sulle spalle, un abbraccio con gli emoji…
Tu che hai mille amici, ma non ne vuoi nessuno accanto, tu, proprio tu non sai che fortuna rappresenta per te, per me, per noi oggi, questo mondo che si ferma.
Dobbiamo recuperare il silenzio interiore e quindi la nostra capacità di ascolto e di “vedere” realmente le cose, che ci è venuto ormai a mancare.
Presi dalla frenesia collettiva, per scelta, ognuno di noi è entrato in un vortice risucchiante, dove le cose materiali hanno avuto sempre più il sopravvento sulle relazioni, sui contatti, su ciò che viene mosso e sostenuto dal nostro mondo emozionale e che è in qualche modo legato alle nostre parti più profonde.
La “nostra profondità”, dimenticata, non ha più avuto modo di esprimersi e quindi di completare l’operato dei nostri sensi.
In questi giorni di blocco, il silenzio, la poca vita caotica esteriore, ci stanno solo permettendo la fioritura, di quella che Hopke chiama, esprime come, per usare ancora parole sue, “una sorta di convergenza di eventi esterni e condizioni interiori che noi, a mio avviso sbagliando, immaginiamo plausibile soltanto nei romanzi”, dandoci “sulla nostra vita un’altra verità, una verità che molti di noi hanno l’abitudine di ignorare.”
Ignorare.
Parola sacrosanta.
Noi ignoriamo e disattendiamo parecchie cose, cose che ci lavorano, cose che ci privano di noi stessi, cose che a lungo termine ci hanno resi quello che siamo.
Prova ad osservare le interviste che vengono trasmesse attraverso gli organi di informazione, soprattutto nell’ora di cena, quando tante famiglie, dai Rossi, ai Verdi, ai Bianchi o Blu sono a tavola.
E’ stata una giornata sicuramente frenetica e un po’ incasinata in tutti i sensi.
Il capo al lavoro ha rotto.
Il collega ti ha messo in difficoltà.
L’auto ha fatto le bizze.
E Paolino?
Paolino, il tuo santissimo tesoro ha preso una nota, perché si è presentato a scuola senza il compito di mate.
La figlia, quella un po’ più cresciuta, è seduta a tavola con voi, ma c’è a spizzichi e morsi, vale a dire tra un messaggio e un altro, che lancia nell’etere con quell’aria assente, come fosse un’estranea, già, per nulla presente a quello che sta accadendo lì, nella tua/vostra cucina.
E’ un momento speciale, perché ci si ritrova e dovreste tagliare fuori il mondo, per vivervi, ascoltarvi, entrare l’uno nella realtà dell’altro, per ricaricarvi, ricaricarvi di quell’amore indispensabile proprio per affrontare tutto quello che vive là fuori, oltre la porta.
E invece così non è.
E come se non bastasse ci metti pure la televisione, con le sue meravigliose notizie spazzatura e le interviste …beh, forse vale proprio la pena di parlarne.
Noi veniamo “educati” da tutto ciò che ci accade ed in qualche modo ci coinvolge.
Un esempio sono proprio le trasmissioni televisive.
Mai osservato come vengono fatte e con quale modalità vengono gestite?
E non solo: la stessa cosa vale anche per la lettura del telegiornale o di qualunque forma di comunicazione “ben studiata e ben gestita” per usarci emozionalmente.
Vengono fatte ad una velocità strepitosa, senza prendere fiato; questa modalità indica che si parla con distacco, un distacco voluto e volontario.
Quando una persona parla a raffica, non dà il tempo al proprio stato emozionale di partecipare, di seguire, di andare a braccetto con le sue parole, cioè pronuncia solo parole vuote.
Tu offriresti in dono una scatola vuota?
Ecco, allora immagina che, nella nostra vita ordinaria, partendo dagli organi di stampa che ci informano su tutti i fatti, e solitamente i peggiori, che accadono nel mondo, TUTTO VIENE FATTO IN QUESTO MODO.
Ti dico che è morto il gatto della Signora Gina, offrendoti la notizia come se ti stessi porgendo un dono, racchiuso in una scatola, all’apparenza curata, ma in realtà VUOTA.
Allo stesso modo ti porgo la scatola con la notizia che un’immane sciagura è avvenuta a Hong Kong, dove un cataclisma di immani proporzioni ha ucciso centinaia di persone, se non migliaia.
Cosa viene fatto?
Veniamo educati ad essere staccati dalle “emozioni vere”, quelle fondamentali, quelle che reggono il nostro essere e lo rendono parte integrante, di un tutto.
Quelle emozioni sono quelle che ci sorreggono, quelle che ci orientano, quelle che ci supportano.
Il modo di parlare di chi ti presenta un prodotto, piuttosto che un evento, piuttosto che un fatto di cronaca rosa, nera o bianca che sia, può apparire di scarsa importanza e solitamente tu credi sia un fatto legato al suo modo di porsi, al suo carattere o al suo modo di scandire le parole, ma così non è.
In realtà tutto viene organizzato nei dettagli, e la persona che hai di fronte, è “educata” in modo da offrirti quella notizia, quel fatto, quel particolare in quel modo, perché non te ne resti traccia dentro e non smuova nulla di positivo e accrescitivo.
E’ come se usassero, in maniera calcolata, il ritmo di un brano musicale alienante, perché tu “non colga e non viva il suo contenuto e in te non prenda piede lo scopo che dovrebbe esserci, vista la gravità di ciò che ti viene detto.
Questa tecnica, soprattutto se sei un “consumatore” di certi mezzi d’informazione, diventa anche tua e questo fa sì che poi tu perda nelle relazioni la tua “vera capacità comunicativa”, svuotandola a tua volta, sia di contenuto, che di senso.
Se ti viene riportata una notizia che per te ha un valore, per esempio che è venuto a mancare tuo zio, la notizia ti dovrebbe essere data usando un certo linguaggio e una certa scansione temporale, ritmica della voce; il modo in cui ti viene comunicata fa la differenza.
Trasmessa in un certo modo non la cogli nell’immediato, trasmessa in un altro ti colpisce come uno schiaffo, ti lascia senza parole, ti proietta in una realtà quasi surreale; urlata non la decodifichi subito, non ti arriva oppure ti arriva sì, ma in maniera troppo impattante; detta con dolore, con partecipazione o con serenità viva, cioè con presenza, ti porta a farla tua, quindi ad interiorizzarla in maniera empatica e coinvolgente.
Non importa se partecipi pensando allo zio, alla sua partenza, alla difficoltà che può aver incontrato nell’andarsene da questa vita oppure se pensi alla zia che tanto lo amava, quello che conta è che tu sei lì e la “ricevi appieno”, facendo scattare una tua risposta interiore, personale, e quindi le tue “emozioni” di base.
E’ così, che spesso rinforziamo ciò che vorremmo negare o criticare o abolire.
Cosa significa?
Che di fronte alla notizia di una rappresaglia terroristica, presentata in modo concitato e a mitraglia, io creo un rinforzo alla notizia, quindi la passo come fosse un qualcosa di potente sì, ma non in maniera negativa, perché non creo e non lascio il tempo per l’emozione, quindi creo l’effetto scatola vuota.
E’ un fatto molto grave.
Per questo io non vedo la televisione ormai da qualche anno.
I nostri sistemi sono “molto delicati” e vivono, si nutrono, risentono di quello che i più non sanno vedere e leggere.
E modificano il nostro strato sociale e le nostre relazioni.
Non è un caso che alla Tv si litighi tanto e che anche nella nostra Vita quotidiana stia succedendo la stessa cosa …
Ci vuole tempo.
Il tempo necessario per la riflessione, un tempo pacato e lento.
Dobbiamo dare il tempo al nostro cervello emotivo di arrivare a cogliere la notizia e la sua drammaticità o altro.
Se la notizia arriva rapidissima, come fosse una palla lanciata con veemenza, il cervello emotivo, che potremmo paragonare ad un giocatore di baseball, che deve intercettarla, non ce la fa.
Lui, che è preposto ad essere il sostegno, per l’accaduto e a dare un giusto orientamento in risposta, entra in paranoia e quindi si crea una situazione deleteria.
Fermiamoci un attimo a pensare alle nostre comunicazioni quotidiane, alle modalità che adottiamo, partendo dalla scelta lessicale, al timbro di voce, al ritmo, spesso per nulla pacato, ma al contrario agitato, concitato e quindi al come esprimiamo le cose, come le affidiamo agli altri o come le riceviamo.
Il nostro mondo emotivo è molto profondo e va utilizzato e gestito con cura.
E’ lui che ci ha permesso nei secoli di vivere, oppure di vegetare, sopravvivere e stare o non stare bene.
Rabbia, paura, gioia sono, per esempio, parte del nostro “pacchetto” base.
Partiamo da loro per non scadere nella superficialità.
Ora, se veniamo, a nostra insaputa,” educati e quindi spinti alla disputa”, perché la maggioranza delle trasmissioni verte su contenziosi, dibattiti accesi, litigi, aggressività verbale, tutto passato con un timbro di voce marcato, in un tono concitato e serrato che non ha nulla a che vedere né con gli attivatori delle emozioni basiche, né con la conseguente indispensabile riflessione e rielaborazione, siamo fritti.
Un bambino oggi, a differenza solo di qualche anno fa, cresce seduto sul pavimento della cucina, non solo trafficando quasi da subito con San Cellular Sitter, anziché dei bei peluche, dei colori, dei fogli, dei giochi di legno, oppure i chiodini e le costruzioni ed ha , come sottofondo musicale urla e un linguaggio concitato, quindi viene messo nella condizione di ritrovarsi poi, in pochissimo tempo, a sua volta agitato, anzi, a volte agitatissimo, oltre che incapace di vivere in maniera emozionale un fatto, un accadimento e senza il senso del dove debba andare, dove sia buono andare per il suo e l’altrui bene.
Grida.
Urla.
Strepita.
Non è capace di grandi emozioni e soprattutto di entrare in uno stato empatico, indispensabile per non diventare una cellula cancro.
Se uno dei personaggi che hanno contribuito a creare il mondo dei social, e sto parlando dell’ex vicepresidente di Facebook, ha dichiarato in un’intervista che in maniera inconsapevolmente consapevole lui, insieme alle altre persone che hanno e stanno creando i social, avevano pensato che con questi loro strumenti, avrebbero fatto dei danni al nostro sistema sociale beh, dovremmo veramente fermarci, per una volta e prenderci il tempo, tutto il tempo utile e necessario, per riflettere e invertire la marcia.
Quel Vicepresidente ha ammesso, senza ombra di dubbio, che attraverso i Social essi stanno riprogrammando il nostro tessuto sociale, e lo stanno facendo in una maniera ancora più brutta, rispetto a quanto una parte della loro mente avesse intuito potesse accadere e questo è spaventoso.
Hanno creato un ordigno di cui non avevano neppure loro la consapevolezza né della portata né della pericolosità.
“… abbiamo creato strumenti che stanno disintegrando- sono parole sue, – il tessuto sociale, su cui è basata la Società. E’ proprio il momento nel quale ci troviamo”
Dici poco.
E’ una delle tante affermazioni da brivido, rilasciate in quell’intervista, che forse vale la pena tu ti metta a cercare e vedere.
Lì, viene fatto il quadro clinico del nostro malessere sociale, attuale, vale a dire del Popolo dei social e dei Like.
Lui, che li ha inventati, ha invitato chi vuole far star bene il Mondo presente e futuro a cambiare rotta.
Devastante, passamelo.
Non sono solita usare parole così potenti, ma qui è quasi d’obbligo.
Ci invita, lui che li ha fatti crescere a smetterli, a smetteredi usare questi strumenti, perché lavorano sul nostro sistema dopaminico, quindi sull’eccitazione, e lo dice ora con la massima consapevolezza, dopo il feedback avuto da questi pochi di utilizzo.
Lui non li usa da 7 anni, dichiara, e impedisce ai suoi figli di farne parte ed uso.
Il video è del dicembre 2017.
Quando siamo connessi, siamo sotto effetto e dipendenti dalla dopamina.
Ha anche dichiarato che questi mezzi, non diffondono né informazione, né crescita, ma stanno solo erodendo il “modo in cui “le persone si rapportano tra loro”.
Perché tutto questo?
Proprio perché questi strumenti si basano sulle modalità dialogiche di cui ho parlato prima e quindi lavorano sul nostro sistema emotivo, orientativo e su tanto altro.
Il danno peggiore è lo smantellamento delle nostre capacità di riflettere, che vengono drasticamente colpite e danneggiate.
I bambini sono tra i maggiori fruitori di questi sistemi, quindi i più a rischio.
A questo fenomeno chiamiamolo di tipo psicofisico ed emozionale, che coinvolge anche il nostro chakra cardiaco e il benessere animico, quindi il benessere completo della persona, si aggiungono altre forme di linguaggio veloce, di tipo visivo, che entrano e devastano ulteriormente le nostre fondamenta emotive.
Sto parlando, per esempio, degli emoji della messaggistica.
Baci, cuori, ma anche dita alzate sparate a raffica, senza un dizionario decodificatore, che però agiscono sui nostri sistemi e ci impediscono di trattenere ed ancora avere padronanza delle nostre emozioni base.
Quei codici ci rendono simili a mostri, mostri ben peggiori del virus.
Usiamo simboli dietro e dentro i quali c’è il vuoto, il vuoto più assoluto e totale.
Così le relazioni saltano, così i bambini non distinguono più il bene dal male, così, come le api vittima dei pesticidi, perdiamo la nostra bussola, il nostro senso dell’orientamento e non sappiamo e non vogliamo più faticare, pensare, metterci in crisi e provare noia o frustrazione.
Tutto ciò che abbassa i nostri livelli di dopamina è bandito.
Ma non possiamo vivere così, i nostri sistemi sono destinati a schizzare, a saltare letteralmente e a portarci ad azioni violente e ancora più destabilizzanti.
Ecco allora, che il virus è giunto tra noi, per spaccare certe dinamiche e farci notare, per esempio, quanto è brutto perdere il contato fisico, prima che ci “smarrissimo definitivamente”, oppure come certi strumenti possono e devono essere usati anche per il nostro sommo bene: una videochiamata a chi soffre, una lezione a distanza, oppure farne a meno, per farti provare il piacere di cazzeggiare, di annoiarti, di prendere in mano, semplicemente la tua vita e guardarti dentro.
Andrà tutto bene, in molti scrivono e si dicono, ma non è vero e non sarà così, se il dopovirus sarà come il prima del virus.
Andrà tutto bene è solo un mantra dell’uomo perso.
E’ il mantra con cui l’uomo dei social, ma senza una vera appartenenza sociale, sta cercando di esorcizzare quanto sta avvenendo.
E’ una sorta di formula magica, priva di emotività e convinzione, che lui scrive e ripete senza sosta, nella speranza che porti via tutte le sue paure e e faccia tornare a splendere il sole dell’apparenza.
Ma sono vuote, sono una scatola dono vuota e lo si vede dal come le pronuncia e dal come le lancia continuamente in rete.
Perché vada tutto bene, dobbiamo recuperare il nostro cuore, sostituito da quello degli emoticon, e riempire le parole e i gesti di veri significati e di calore, di affetto umano, di presenza, di quella presenza dolce fatti di carezze, gentilezze, parole scelte non a caso, ma con calma, riflettendoci.
Ci sono ormai persone che utilizzano certe parole come mitico, stratosferico e tanto altro per tutti e per tutte le situazioni: non è così che dovrebbe essere.
L’abito da sera, non lo indossi per andare a fare la spesa, o sbaglio?
Così come non vai in montagna con ai piedi le pinne.
Allora, vediamo di rientrare e ritrovare il nostro centro vitale, prendendoci tempo, respiro, e tutta quella calma utile e necessaria per non schizzare e farci due utilissimi conti sul cosa è stato, cosa sta avvenendo e come ci sentiamo e tanto altro.
Qualsiasi impresa non può continuare all’infinito a reggersi, senza un inventario e un quadro “clinico” del proprio operato, così come tu, Uomo non puoi pensare di continuare a correre, senza avere la consapevolezza di chi sei, cosa desideri e dove stai andando.
Chiudi in questi giorni la “tua impresa” e cerca di capire come sei messo e, se i conti sono in rosso, ringrazia il virus e prenditi la responsabilità di fare qualcosa per invertire la rotta, la reasponsabilità di crearti un planet finalmente funzionale, perché ricorda che nulla è impossibile, se non quello che tu ritieni lo sia.
Prendi in mano la tua vita e parti con una diversa modalità, prima che la tua ditta venga dichiarata in stato fallimentare, e ringrazia e benedici questa occasione senza precedenti, che l’Universo ti/ci offre.
Amorevolmente Ti degli Arcangeli
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com


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