Il Valore delle Professioni.

Ci sono professioni che richiederebbero una “grande amorevolezza” e una sorta d’integrità che, purtroppo, devo dire appartengono a ben poche persone.
Lavorare con chi soffre e vive o potenzialmente potrebbe vivere nel disagio e nel dolore non è una scelta da poco e va fatta con molta attenzione, perché richiede una presenza, una capacità di ascolto e una sorta di empatia dinamica, veramente uniche.
I giuramenti che facciamo, quando completiamo certi cicli di studio, per entrare a far parte di alcune categorie lavorative, non ci mettono al riparo dalle nostre manchevolezze e fragilità, fragilità che si ripercuotono spesso sulle relazioni professionali, facendo la differenza.
Un’infermiera sgarbata, un veterinario grossolano, un medico superbo, presuntuoso, un sacerdote non sacerdote, che cioè non mette il “sacro” tra le sue doti da offrire, un’insegnante che non accoglie con amore lo studente e il suo vissuto, una cassiera che odia stare in mezzo alla gente, ma anche solo una persona che svolge un lavoro destinato al pubblico e non costruisce relazioni umane di una certa importanza, creano danni intensi al prossimo e, prima ancora, a se stessi.
Ricordo un veterinario che venne a casa, quando un cane a cui ero molto affezionata, stava morendo per avvelenamento.


Silenzioso e molto gradevole con i bambini, il cane ingerì, non credo per sbaglio, qualcosa che gli fu dato per ignoranza e cattiveria e questo gli costò la vita.
Fu, la sua, un’agonia lunga e dolorosa, durante la quale io e i miei genitori facemmo di tutto, prima per salvarlo e poi per alleviare la sua sofferenza.
Era tale il suo Amore per noi che, nonostante il dolore fosse intenso, così ci confermava il farmacista amico di famiglia, cercava ripetutamente di rialzarsi per accontentare me, piccola, che lo incitavo a sollevarsi, a riprendersi, a stare di nuovo bene.
Venne fatto un tentativo da un veterinario, ma fu tutto inutile.
Cosa ricordo di quella presenza?
Ricordò che spostò Zeus agonizzante, malamente con un piede, e nello slancio gli diede una specie di calcio  che fece guaire e abbandonare al suolo il cane.
Beh, quel veterinario mi è rimasto stampato dentro, come l’antitesi di ciò che mi aspettavo da lui.
Sapevo che non lo avrebbe salvato, lo sentivo chiaramente…, ma desideravo lo facesse sentire nella pace, in quel momento così forte del saluto finale, fatto nella sofferenza più grande per tutti.
Non fu così.
Da lì, oggi, il mio pensiero.
La figura del veterinario, per esempio, rifacendomi anche a questo mio vissuto, è una figura molto forte e molto particolare, perché lavora con pazienti privi dell’uso della parola, ma non per questo privi dei recettori del dolore e emotivamente insensibili.
Non avere consapevolezza di questo o non accogliere questi aspetti dell’Animale, significa porsi in una posizione predominante e non creativamente positiva.
L’animale è un paziente di cui devi comprendere “il linguaggio” per sostenerlo, nella modalità più consona a lui e alla sua situazione.
Abbiamo visto, infatti, che gli Animali, soprattutto alcune specie, possiedono sovente una maggiore capacità di risposta emotiva, rispetto all’Uomo.
Questo “dottore speciale” aiuta i parti, segue lo svezzamento dei cuccioli, somministra vaccinazioni, segue gli animali nelle varie profilassi, pratica isterectomie, interviene per tutelare la salute dei suoi pazienti e a volte li deve sopprimere e accompagnare nella morte.
Ho conosciuto veterinari che hanno abbandonato la professione, per motivi etici, per una sorta di rifiuto in itinere di certe mansioni a volte così gettonate dai padroni degli Animali.
Di fronte alla vecchia, a una gravidanza indesiderata o ad una possibile e permanente difficoltà fisica, alcune paersone, scelgono la strada più comoda per sè, ma non per i propri animali.
E’ vero, sono soluzioni a volte senza alternativa, se non quella di lasciar permanere il paziente nel dolore, a volte forte, un dolore in aumento e protratto nel tempo, che il veterinario gestisce e condivide indubbiamente con i padroni, ma si tratta di soluzioni che chi agisce si “accolla”.
Non è facile accogliere questa “responsabilità morale”, perché un “buon veterinario” la sente comunque pesare sull’Anima e sulla relazione instauratasi tra lui e l’Animale.
Il mio Tigre ha avuto la fortuna di aver avuto due buoni veterinari, ma di essere stato accompagnato, da metà della sua Vita in poi da colui che io reputo, tra i due, l’eccellenza in materia.
E’ un veterinario giovane, rispetto, alla media sul mio territorio, ma sicuramente con una marcia in più; l’ho scelto in un momento particolare e ne sono stata subito entusiasta.
L’ho sempre visto, in vari anni di assistenza al mio gattone, attento, molto attento e presente nella vita di tutti i suoi pazienti, con una dedizione, un amore e un rispetto senza pari, anche con i soggetti più faticosi.
L’ho visto scegliere di riposare vicino a giovani gattine sterilizzate, in grossa difficoltà emotiva, oppure portarsi in camera da letto pazienti che necessitavano di un controllo notturno costante.
Con lui, per la prima volta, ho affrontato il problema dell’emotività dell’Animale, cosa che io percepivo da sempre in maniera intensa, ma inconcepibile per la stragrande maggioranza di questa categoria professionale.
Oggi, queste situazioni di “poca attenzione”stanno sicuramente scomparendo, ma la sensibilità richiesta a chi tratta con certi pazienti è grande e quindi sono fermamente convinta che questa non sia una professione per tutti e per molti.
Il rispetto e la professionalità vera,  balzano all’occhio da come il veterinario si approccia la prima volta all’animale che incontra, dal come lo invita a sottoporsi a certe pratiche antipatiche, da come gli parla, gesticola e lo sposta, lo muove.
E’ una creatura vivente e al di là delle possibili paure e delle modalità del suo padrone, ha una sensibilità personale, un suo carattere, una dignità e si trova lì per un motivo sicuramente particolare.
Va rispettato, accolto e accompagnato.
Il gatto randagio, in piena e assoluta libertà provvede a sé; chi vive in casa dipende da te e tu devi offrirgli qualcuno che lo ami e lo rispetti, soprattutto in certi momenti particolari, momenti che spesso sono frutto di tue scelte.
La stessa cosa vale per un’infermiera o un infermiere che lavorano in un ambito che richiede una grande eticità, prima che professionalità.
Devi esserci come persona e avere un equilibrio interiore grande, per poter sostare tutte quelle ore, parecchi giorni e notti a settimana, tra persone che stanno vivendo il disagio della malattia.
Tu le devi nutrire, prima di somministrare loro qualsiasi terapia farmacologica, con la tua amorevolezza, con le tue attenzioni e il “tuo ascolto pieno”.
Non importa se la tua morosa ti ha lasciato, se il tuo cane ha i vermi, se tuo figlio fa dannare a scuola; quando sei in quelle corsie tu “sei per loro”, per i tuoi pazienti, per le persone che sono ricoverate o in transito e necessitano della tua amorevole presenza.
La stessa cosa vale per il medico, colui che ha un contatto più impattante con chi sta male, perché deve verificare lo stato di salute e trasmettere l’esito e poi prescrivere l’iter da seguire, un iter che vedrà altre figure professionali entrare in gioco e interagire con la persona, per aiutarlo nell’affrontare e risolvere o accogliere il suo problema.
C’è un giuramento, ma non importa; quello che ti viene richiesto è un qualcosa che tu devi metter in gioco perché lo possiedi, perché ti appartiene e lo faresti, anche senza quel giuramento, perché fa parte della tua Essenza più profonda.
E’ tempo di parlane e di dirci chiaramente questa cosa.
Un Uomo che si prende in carico un altro Uomo, che si trova in una condizione di smarrimento e affaticamento, deve essere a un buon punto del proprio processo espressivo ed evolutivo, altrimenti disattende a ciò che sta scritto nella “sua Legge interiore”.
Questa professione può essere fatta al meglio, anche solo per pura “immagine sociale”, per denaro, per scalata e potere? No! Nella maniera più assoluta e categorica.
Beh, viene ed è sovente stato fatto solo per uno o più di questi aspetti, ma gli esiti si vedono e le difficoltà nate da quelle situazioni, anche.
E cosa dire di un docente?
La stessa cosa.
A lui spetta un altro compito intenso, che si va complicando di anno in anno, a mano a mano la società entra in uno stato di “sofferenza” emotiva e relazionale, sempre più intensa.
Manca Amore e i ragazzi ne soffrono e presentano dinamiche e fatiche sempre più intense e come se non bastasse, le famiglie, che stentano a farsi carico di uno o due figli, sono sempre più invasive nell’elargire giudizi e consigli proprio sulle dinamiche e relazioni dei gruppi classe, di cui fa parte anche il figlio, quel figlio che a casa non “riescono a tenere”, per usare parole molto frequenti.
Affaticati nella gestione di un figlio, ma prodighi di giudizi e consigli nella gestione di un gruppo- classe, formato da ben 27 ragazzi, e nella didattica.
Si tratta di una situazione indubbiamente buffa e complicata, che andrebbe lasciata al Prof. una volta che si è misurata la sua disponibilità amorevole, la sua capacità di ascolto e di accoglienza.
Un Prof che c’è, non sarà mai un pessimo Prof., mentre un genitore che usa il cellulare come fosse un cerca persone sì, lo è.
Tutti cercano di fare i tuttologi nel campo altrui.
E il problema? E’ che così facendo pochi guardano e si coltivano l’essenziale, quell’essenziale che, come si dice nel “Piccolo Principe”, è invisibile agli occhi, ma indispensabile per tutto.
Non contano i farmaci, le radiografie, il biliardino nell’oratorio, la scuola super tecnologica, 97 ore di Madre Lingua e 200 di Orientamento, conta l’Amore con cui tu avvicini gli altri e sei per le persone, per chi si rivolge a te, per un suo bisogno specifico.
Stai certo che, se lo Ami, fai tutto il necessario e oltre.

Puoi allora trovarti dietro un banco, a calcolare quanto ti deve quella persona per la sua spesa settimanale, oppure consegnare a domicilio pacchi, pacchetti o pacchettini, ramazzare la via o distribuire giornali, ma lo fai con una marcia in più e lasci un segno indelebile e positivo, un segno edificante, costruttivo.
Di cosa abbiamo bisogno?

  1. Al primo posto l’Amore e l’Amorevolezza verso noi stessi, perché solo così lo siamo verso gli altri.
  2. Fiducia! Dare fiducia a se stessi e al prossimo. E’ ora di smetterla di “non fidarci” degli altri, chiunque siano. Se affido mio figlio al Don, lascio che lui faccia il Don, mentre io faccio il genitore.
    Sono colui che lo ha generato e quindi “genero”, ogni giorno, ogni istante, le condizioni perché quel figlio sia “educato”, cioè aiutato a portare fuori ciò che appartiene al suo “Essere” di Luce, quindi alla parte più profonda del suo Sé nel mio spazio d’azione.
    Vestiti, cellulari, cretinate varie di cui invece li nutriamo non rappresentano il nostro ” reale e prevalente compito” e l’invadenza con cui interferiamo con le altre strutture educanti, sono un chiaro sintomo della nostra insoddisfazione genitoriale. Ci siamo, siamo presenti ma per la parte fisica, materiale, non animica e spirituale.
    Senza Anima i Valori non sussistono e quando non possiedi una cosa non la metti in gioco.
    Chi può vendere merce che non ha in qualche modo a disposizione?Nessuno.
    Anche se tu lavorassi online, senza un tuo magazzino, da qualche parte, ciò che i tuoi clienti ti chiedono esiste e quindi tu puoi attingere e farla pervenire, inviarla a chi ne ha fatto richiesta.
    Quando siamo vuoti, e non abbiamo magazzini, neppure di tipo virtuale, non è possibile.
    Una parte di noi ci dice che spesso come figure genitoriali siamo “assenti”, che non ci siamo per le cose che contano realmente e quindi, secondo la “modalità umana” spostiamo fuori di noi sia la colpa che il problema e li scarichiamo sul prossimo”, sul nostro fuori.
    Questa situazione con mio figlio non va bene? “Non è colpa mia, ma …” Così, ogni volta che qualcosa non quadra, ecco che cerchiamo, e solitamente troviamo con successo, il capro espiatorio della situazione: il Don, il/la Prof., l’amico, i vicini.
  3. Assumersi le proprie responsabilità per tutto e sempre. E’ tempo.
  4. Crescere, dando spazio al vero “CHI SONO”, per costruire intorno a sè, altre realtà, tutto un altro Mondo. Se io cambio, il mondo intorno a me cambia.
  5. Umiltà, un dono raro, ma indispensabile, da far riemergere, nutrire, coltivare e seminare.
  6. Lasciare spazio a DIO! Dov’è finita la nostra Fede?
    Non c’è, perché puntiamo sempre tutto e solo sull’umano.
    Guardiamoci intorno, anche ora, a proposito del Covid?
    Badiamo bene: non sto negando la sua presenza tra noi, ma il come noi lo affrontiamo, lo accogliamo e lo supportiamo nel suo cammino.
    Prevediamo, stimiamo, ci strappiamo i capelli prima del previsto, ci nutriamo di cattivi presagi, supportandoli con notizie, parole, esclamazioni, valanghe di malevolenze e mai una parola di fiducia ” e di consapevolezza” che sostenga che esiste qualcuno che, anche ora, non ci ha abbandonato e veglia su di noi”.
    Ma nella nostra storia personale e collettiva, Dio c’è e ha Valore oppure no?
    Va bene, ci è toccato scrivere queste pagine di storia, ma il modo come lo stiamo facendo e vivendo denota che siamo uomini senza Fede.
    Svegliaaaa!!!
    Dio c’è e non permette nulla, se non per il nostro bene.
    Egli non sta cercando di sterminare il genere umano.
  7. Affidarsi con fiducia alla Vita.
    Queste giornate e questi ultimi mesi, devono aver offerto a ciascuno di noi lo spazio per pensare, per rivedere e quindi per fare il punto della situazione e “cambiare”.
    Io, come docente, questo spazio me lo sono presa durante il breve periodo di vacanza estivo, perché durante il Lockdown ho lavorato intensamente per sostenere i miei ragazzi e le famiglie, e, sinceramente continuando anche la mia attività sul Blog, per cui non ho avuto spazi personali per questa sintesi necessaria.
    Ci sono domande molto importanti, che nessuno si è posto o in pochi lo hanno fatto. Domande che restano senza una risposta e che sarebbero di vitale importanza per capire parecchio del nostro “vissuto attuale”.
    Responsabilità di varia natura ed entità, che nessuno ha “colto e visualizzato, e inquadrato come tali”.
    Si è assistito ad una sorta di reazione generale che denota una accettazione “passiva” e totale degli eventi e questo è inaudito.
    Da questa situazione dobbiamo sapere che non ne usciremo, se non ne abbiamo colto il senso, il valore, la portata a tutti i livelli, partendo da quello primario, di tipo spirituale.
    Sei fuori strada,
    ora come ora, se stai pretendendo da te stesso le identiche cose che chiedevi a gennaio e se ripeti le stesse azioni di un tempo.
    Se hai varcato la soglia di casa, dopo la ripresa della vita collettiva, e hai ripreso esattamente le tue vecchie abitudini, senza alcun cambiamento, forse dovresti fermarti un attimo e rivisitare questi ultimi mesi.
    Se non lo hai fatto, stai già sicuramente, cercando su chi scaricare responsabilità vecchie e nuove; se oggi guardi a un nuovo giorno sospirando e ti spaventi, mentre ti nutri di notiziari e di numeri, se non hai almeno deciso da chi andrai a chiedere quelle prestazioni, di vitale importanza per te ed i tuoi figli, se non hai fatto la scelta di nutrirti di cose belle, di gentilezza, di parole amorevoli, di attenzione data e richiesta, di Preghiera, di fiducia, di speranza vera, non sei sulla strada del Cambiamento.
    Allora la malattia e il Lockdwon per te, sono venuti invano.
    E  i nodi “insoluti” prima o poi faranno ritorno al pettine.
    La situazione da cui non abbiamo saputo trarre la lezione ci si ripresenta, è una Legge Universale.
    E’ importante, allora, lasciare scorrere ciò che appartiene al male e al dolore, non per negarlo, ma per non ospitarlo nella propria casa interiore e scegliere di cambiare, di uscire dalle vecchie modalità e dinamiche.
    Immagina te stesso come un grande Tempio divino.
    Se ogni giorno spalanchi i tuoi portali e fai entrare solo ciò che di male sta fuori di te, ricorda che a sera, quando li richiuderai, dentro, nel tuo grande spazio di amorevole preghiera, troverai solo, ciò che tu hai permesso entrasse.
    Se, come per altre cose, tu tratti il “tuo tempio interiore, come tale, e lo nutri di preghiere, buoni pensieri, serene  richieste di aiuto a Dio, con la ferma e giusta convinzione che Lui vive in Te e non disattenderà mai ciò che Tu gli chiedi con Amore, quando giungerà la sera, e le porte si chiuderanno, cigolando sui cardini, dentro il tuo Tempio Interiore, ci sarà un profumo lieve di incenso e la serenità grande, tipica di questo luogo “SACRO”.
    Nulla verrà e potrà farlo crollare.
    Ti sentirai bene, nonostante la bufera esterna, protetto, carico di Pace e in grado di irradiare quella pace che ora Tu Sei e hai, assolvendo uno dei compiti fondamentali di un Figlio di Luce, Figlio che ama il Padre e che crede, soprattutto ora, fermamente in Lui.
    E così “professerai“, in qualunque istante e qualsiasi cosa tu stia facendo, il Valore di cui abbiamo bisogno ora: l’Amore incondizionato.
    Buona giornata a tutti!!

Con Grande Amore ti.

Questo articolo è stato amorevolmente scritto da Ti degli Arcangeli (l'autrice dei 2 libri Le Preghiere Arcobaleno dagli Arcangeli e La Via della Luce. Testi guida dell’Arcangelo Uriele ) con canalizzazione di un Arcangelo specifico oppure facendosi ispirare da Arcangeli e Angeli.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com

Lascia un tuo commento, sarà visibile a tutti 💜

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

1 commento

  1. Vincenza

    Il lavoro è un’dono e come tale bisogna comportarsi.

✏️ Scrivi un nuovo commento
css.php