
A differenza di alcuni mesi or sono, oggi sembra che le giornate ci portino “il tutto” e esattamente il suo contrario.
Hai tutto in testa e non riesci, per uno o più motivi a dar vita a nulla di quello che pensi, desideri, vuoi e cerchi di mettere in essere.
Perché?
Immagina la tua vita odierna come un’auto, una bellissima auto sportiva che transita in autostrada sulla corsia di sorpasso.
E’ lanciata, in una sorta di accelerazione incontrollata, e viaggia a forte velocità; è inserita in un paesaggio dove tutto appare sospeso e questo toglie, a te che guidi, la percezione del suo movimento, ti dà quasi l’idea di essere fermo e di non poter raggiungere in alcun modo la tua meta.
Ma così non è.
Si tratta solo di una percezione distorta.
Mai come ora vorresti uscire da questa condizione, ma nulla sembra consentirtelo.
Vivi in una sorta di “mondo sospeso”, dove tutto viene appositamente proposto in questi termini, perché in te regni lo sconforto.
Non cedere e cerca di notare i progressi e le conquiste che stai avendo.
Lo so, la nostra è una società “liquida”, una società dove i contorni di ogni cosa sono sfuocati, non ben definiti e l’unica sensazione che ne trai è quella della precarietà.
Il lavoro è precario.
La tua salute è in una condizione di benessere precario.
Le relazioni sono distanziate e quindi precarie, il tuo profilo fisico, perfino il profilo fisico reale del tuo volto è “indefinito”, coperto com’è da quel pezzo di tessuto, che lo priva della sua somma espressività, proprio come la tua stessa vita è privata dei suoi valori e del senso che la caratterizza.
Non stai bene.
Non ti senti libero e realizzato.
Tutto è veloce e dura poco.
Quasi non vissuto.
Tutto cambia velocemente e ti fa percepire come un piccolo guscio di noce, in balia delle onde oceaniche.
Hai una meta, ma a differenza di alcuni mesi or sono, non senti neppure più la spinta a lasciare la spiaggia e a metterti per mare.
Non ti riconosci e ti guardi stranito.
Non lasciarti andare, ma prosegui lungo il tuo cammino, anche se ti senti come un uomo colto da una tormenta di neve.
Questo tempo della precarietà è in realtà il tempo della “resilienza”, è il momento esatto per metterti in gioco come fossi un esploratore, un esploratore coraggioso.
Dobbiamo diventare i “nativi” di questa nuova epoca.
Nativi di un mondo “liquido”, come fossimo un foglio di carta che qualcuno ha affidato al mare, dentro una bottiglia.
Galleggiamo e soffriamo il mal di mare, ma andiamo avanti.
Siamo parte del moto dell’acqua e questo ci conferisce la sensazione di non potere, né riuscire a gestire nulla.
Ma così non è.
Essere dunque un resiliente, oggi, significa che tu puoi sbucare da quella bottiglia e saper sfruttare ciò che il mare ti offre in questo preciso istante, senza metterci pensiero, senza timore, senza guardare oltre il tuo naso.
Questo è “strano” e faticoso da far cogliere soprattutto ai ragazzi, cresciuti con l’idea che l’uomo importante è colui che gestisce sempre tutto, che ha il controllo pieno e perfetto di ogni evento e di ogni situazione.
I ragazzi ci guardano e provano smarrimento.
Dove sono gli adulti “supereroi”?
Quegli adulti che gestivano sempre tutto, sapevano tutto e si muovevano come schegge impazzite?
Dove sono finiti?
E’ una fase molto delicata, un momento storico in cui ai più giovani sta crollando la sicurezza di avere vicino a sé un supereroe che aggiusterà ogni cosa e riporterà la normalità nella loro vita.
L’idea del supereroe, dell’uomo invincibile oggi va indubbiamente rivisitata, insieme con loro e il concetto mentale, l’etichetta che ci portiamo dentro, e abbiamo trasmesso loro, va stracciata e riconsiderata, per lasciare spazio alla nuova figura del “resiliente”.
Già, ma chi è costui?
Il resiliente non è la persona invincibile, cioè la persona che non sa assolutamente dove stiano di casa la prova e la fatica, oppure l’uomo che non cade mai e non sperimenta mai l’angoscia o la fatica, ma è proprio chi, pur scivolando o sbucciandosi le ginocchia, riesce a rialzarsi e a riprendere il controllo di quanto gli sta accadendo.
E’ l’uomo che si pulisce la ferita, che si disinfetta, si mette un cerotto, in maniera funzionale e riprende a camminare senza sosta, senza lamentarsi e senza disseminare di dubbi e insicurezze il suo percorso e chi incrocia lungo la sua via.
La sua invincibilità è allora riferita alla caduta in sé: ” sei caduto”, ma questo ti ha lasciato “indisturbato nel tuo voler procedere ed è così che ti sei sollevato e hai provveduto a rimetterti in viaggio.
Sei un’auto che nonostante i danni subiti, riprende la sua corsa.
Qui sta la tua “invincibilità”.
Non sei vinto, non sei stato definitivamente schiacciato dagli eventi, ma come l’araba fenice, sei rinato dalle tue stesse ceneri, più bello e forte di prima.
Tu sei “Invictus”, come Nelson Mandela, l’uomo che neppure 27 anni di carcere hanno saputo piegare alla cattiva sorte, e al male.
Quel tempo da recluso, non gli è servito per alimentare e aumentare il fuoco della rabbia e il desiderio di vendetta, ma bensì per far riemergere e consentire che riaffiorassero i valori che aveva in sé e che era venuto a portare, a condividere, a risvegliare nella sua gente e nell’intero universo.
Lui ci rappresenta, ci rappresenta quando sappiamo cadere e rialzarci senza lasciarci spezzare e piegare.
Resiliente.
Capace di rialzarsi al meglio.
Ogni caduta, piccola o grande, e questo dobbiamo concedercelo e farcene promotori e educatori, ci deve solo permettere di rialzarci e guardandoci intorno, ricominciare a vivere.
Mai piegati, mai spezzati.
Ma la Resilienza è un dono “genetico”, innaturale o un qualcosa che possiamo acquisire e rinforzare?
C’è forse qualcuno che non l’ha ricevuta in dotazione?
E come possiamo distinguere una vera persona resiliente da chi non lo è?
La Resilienza c’è e la si può allenare.
E questo è un fatto straordinario.
Anzi, possiamo dire che l’Universo ci sta inducendo a “rinforzarla”, proprio con tutta questa serie di esperienze forzate che stiamo vivendo.
E’ una sorta di Karma del genere umano, arrivato per spingerci a tirar fuori la nostra forza interiore, quella forza, quell’energia che Dio ci ha dato nascendo, ma di cui ci siamo completamente dimenticati.
Sicuramente tu puoi essere nato con una tempra alla resilienza, maggiore rispetto ad altre persone, anche della tua stessa famiglia.
La cosa certa è che comunque tu la puoi allenare, anzi, sarebbe bene tu l’allenassi, soprattutto ora, per non rimanere dentro la bottiglia, appiccicato al vetro, ad osservare le onde che ti sbatacchiano a destra e a manca, mentre soffri di mal di mare.
Tutti, indistintamente, giovanissimi o grandi, la possiamo allenare e fortificare, ingrandire.
Per far questo devi ritornare a sentirti “causa” e non effetto di quanto ti sta accadendo e questo è proprio il colpo che ti può consentire di far saltare il tappo della bottiglia, che ti imprigiona nella tua zona comfort, per permetterti di avventurarti al di fuori della bottiglia.
Ma come puoi diventare “causa” e non effetto in una situazione così liquida, situazione nella quale ti viene addirittura imputata la “responsabilità” di poter causare il male di chi ami?
Mai come ora si lavora sul senso di “colpa degli individui” e quindi sul trasformare l’uomo in un effetto e non più in una causa.
Come puoi quindi andare contro corrente e diventare causativo?
La situazione appare particolarmente difficile.
Eppure tu “devi essere il capitano della tua Anima” e scegliere secondo i Valori veri e non in maniera conforme alle paure inculcate da una sorta di lavaggio indotto del cervello.
Sicuramente a seconda di come ti muovi tu puoi essere il capitano della tua nave e per nave intendo il tuo destino, oppure la “vittima” del tuo destino.
Attualmente, chi sta scegliendo alcune cose, senza pensare alle conseguenze e senza chiedersi se questo è conforme a ciò che realmente desidera per sé, lo fa semplicemente perché gli viene proposto o gli viene detto che quella è la strategia migliore, magari perché ha una certa età.
Segue l’onda e sicuramente non sceglie da “capitano”, ma da vittima.
La differenza è proprio legata al come “ti poni”, rispetto alla situazione in essere o a una scelta.
Se sei una persona causativa, hai la stessa sorte di tutte le altre persone, quindi sicuramente puoi cadere, puoi sperimentare le stesse identiche situazioni tipiche del genere umano, ma ti risollevi e ti rimetti in movimento.
Cosa fai di diverso?
Non riversi la colpa sugli altri, non dai la colpa al destino, all’amico, alla famiglia o al politico, ma te ne fai carico e in maniera veloce, dinamica.
Farsene carico non significa bada bene, che ti accusi in maniera grave e perpetua di un fatto, di un avvenimento.
Tu prendi semplicemente atto che qualcosa è avvenuto, che tu hai fatto o non fatto certe cose per spingere in tal senso e poi ti chiedi semplicemente:
“Cosa di concreto posso fare ora, in questa situazione, per uscirne al meglio e in maniera valoriale?”
E’ questa, pressappoco la domanda che sorge spontanea in un “capitano”, in un condottiero della propria Anima.
Tu sei capitano della tua Anima, quando ti senti causa di quanto c’è in essere, sia nel bene, che nel male quotidiano.
Sei un resiliente non solo nelle fatiche, ma anche quando sei “proattivo”.
Allora metti entusiasmo in quello che fai, ti adoperi per progettare, per creare, per vedere cosa e come fare una certa cosa, magari completamente nuova in ambito lavorativo, familiare, economico, sociale o relazionale.
Al contrario, se sei una vittima, quando ti trovi in una situazione negativa va da sé che ti lamenti e vedi gli altri come fautori di quanto in essere: è colpa loro se le cose non vanno, se gli eventi stanno peggiorando, se niente sembra dare buoni frutti.
E’ colpa loro, oppure è eternamente colpa tua.
Già, perché un’altra modalità di chi soffre di vittimismo è anche quella del colpevolizzarsi all’infinito per tutto ciò che gli accade, per ogni alito o soffio di vento.
Sono due modalità diverse, ma dello stesso identico fenomeno.
Si tratta di responsabilità.
La vittima si colpevolizza, il capitano si responsabilizza a proposito di quanto accade, di quanto è in essere, quindi, di fronte all’errore, se ne fa carico e si chiede cosa e come può ora uscirne e poi si attiva.
Essere capitano non significare peccare di super io, o di onnipotenza, ma al contrario avere quell’approccio positivo anche nelle peggiori situazioni, è riuscire a tenere la testa fuori dalla palude, dalle sabbie mobili, in ogni momento.
Capitano significa saper essere “re- attivo”, cioè padrone di sé.
E’ sicuramente un momento critico questo che stiamo vivendo, un momento nel quale dobbiamo essere atleti e al contempo allenatori.
Atleti per noi stessi e coach per i più piccoli e per gli altri.
Mai come in questo momento i ragazzi necessitano del nostro aiuto, ecco perché sto rivolgendo molti articoli anche all’essere genitori consapevoli e attivi.
E come si può diventare “allenatori” di resilienza?
Oggi abbiamo due sindromi che vanno per la maggiore: quella del padre di Pollicino e quella del Super genitore.
Il primo modello è quello di chi, inconsapevolmente, con la scusa di offrirgli un futuro migliore, lo lascia a sé, cioè lo mette nella condizione di abbandonarlo alle acque, perché impari a nuotare.
Visto come vanno le cose, io ti butto in acqua e tu, anche se berrai, prima o poi riemergi.
E’ una modalità, opinabile o meno, che viene applicata.
Oppure c’è l’altra modalità genitoriale, cioè quella del genitore super vigile e sempre presente.
E’ il genitore che, giorno dopo giorno, con l’intento più amorevole del mondo, finisce con il sostituirsi al figlio, che tiene per mano in ogni situazione, come se il suo nato, fosse incapace d’intendere e di volere.
E’ il genitore che interviene, come un supereroe e si sostituisce al figlio e risolve qualsiasi evento per lui.
Ha lasciato a casa la sacca di educazione fisica? Gliela porta.
Ha litigato con l’amichetto?
Come genitore si infila in mezzo alla faccenda e cerca di avere le “idee chiare” su cosa sia successo, su come sia successo e quindi poi lavora in un senso o in un altro, decidendo per il bambino o il ragazzo.
Controlla meticolosamente frequentazioni e movimenti.
Questa, purtroppo, è la dinamica che prende il sopravvento sui genitori molto attenti e presenti, cioè quei genitori che tengono alla crescita e all’educazione del proprio pargoletto e quindi volendo per lui un futuro radioso e sereno, finiscono con l’anticipare ogni cosa.
L’intento iniziale è eccellente, salvo che poi i fatti sfuggono di mano e creano una sorta di pasticcio parallelo all’altro.
Il problema è che questa modalità crea dei forti rallentamenti nella “crescita”, soprattutto emotiva del figlio.
Il genitore si sente soddisfatto, realizzato, ma mentre in lui cresce la “competenza”, nel figlio diminuisce, in maniera inversamente proporzionale l’autostima e il senso di adeguatezza agli eventi.
Il ragazzo non sviluppa le competenze emotive indispensabili e non solo e tanto per ora, ma per il suo futuro, quando sarà adulto e a sua volta padre o madre.
La strategia migliore?
Essere comunque allenatori, allenatori di noi stessi e degli altri, soprattutto dei figli.
Dobbiamo allenarci alla resilienza, un elemento indispensabile per vivere bene e stare sempre meglio.
Sei resiliente?
Beh, comunque tu ti stia rispondendo, attivati e nelle prossime ore, cerca ogni volta di metterti nella condizione di essere il capitano della tua Anima, delle tue azioni e con fede e fiducia, di allenarti a togliere il tappo della bottiglia e a portarti fuori, oltre la bottiglia, così da vedere come poter affrontare il mare e le sue onde, agendo da protagonista, non da naufrago e da vittima.
Buona resilienza a tutti!
Al nostro prossimo appuntamento, quando il mio discorso riprenderà.
Amorevolmente ti.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com


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