La Guarigione

La malattia che ci colpisce e tocca gran parte dell’Umanità, ci lascia esterrefatti, sbigottiti ed increduli. L’Uomo credeva di avere tutto in pugno ed invece improvvisamente si accorge che la sua è una condizione fragile e precaria e crolla, crolla come se fosse un Gigante, incappato in una fune tesa, all’altezza dei suoi piedi, una fune che non aveva  visto, e da cui si è fatto atterrare.

Sdraiato nella polvere, che ha sollevato la sua caduta rumorosa, ora ha due opzioni: o attingere dalla sua forza interiore e risollevarsi dalla polvere o rimanere a terra, pronto ad agitarsi, a maledire la funicella, a scaricare ogni imprecazione possibile contro quella mano invisibile che ha teso quella corda, che lo ha atterrato.
Una figura e due diverse modalità di rispondere ai colpi dell’avversario.
Quel Gigante ci rappresenta, siamo noi, noi simili ad una grande quercia abbattuta dall’ascia di un boscaiolo mingherlino.
Rialzarsi, oppure restare a terra, dando la colpa alla corda o a quel cretino che l‘ha tesa, facendoti lo sgambetto?
Il Gigante immobile nella polvere, non sa che esiste anche un’altra chiave di lettura dell’accaduto, una chiave che parte ed arriva proprio a lui, Lui che mentre camminava borioso e pieno di sé, non guardava dove stesse mettendo i piedi, tanto da inciampare e cadere rumorosamente al suolo.
Quel Gigante è dentro ciascuno di noi.
Sì, ma la prima o la seconda versione?
Beh, sicuramente fa la differenza.


Ognuno di noi può essere o l’uno, che si rialza, o l’altro, quello che resta pauroso e affaticato a terra, a maledire, ad imprecare oppure a leccarsi le ferite.
Chi tra noi si è nutrito interiormente, negli anni precedenti a questi eventi, ora è fermo, solido, silenzioso e vive in uno stato di accoglienza di sé e di ripiegamento, utili ed indispensabili per potenziarsi e richiamare a sé tutte quelle energie interiori che, come fuoco, ardono in lui e gli permettono di risollevarsi, nonostante la botta accusata e le contusioni.
La sua posizione, è simile a quella del Guerriero colpito dall’avversario: è accosciato, raccolto, ma fermo sulle sue gambe; egli tiene le braccia un po’ avvolte attorno al suo corpo, chiuso, in protezione e  in ascolto di sé.
La testa è reclinata verso il petto, tanto che l’avversario ne gioisce e già pregusta la vittoria, convinto di averlo seriamente provato.
Ma il Guerriero non sente le ferite ed i colpi ricevuti, e quella posizione non indica assolutamente la sua sconfitta e resa.
Egli sta solo parlando con il suo Sé superiore.
Raccolto, in quella posizione, sta chiedendo al suo corpo e all’Anima di guidarlo, di sostenerlo e di mostrargli come alzarsi ed usare al meglio le sue forze contro il nemico.
In quella posizione, quasi fetale, egli è in grado, in poco tempo, di rivedere ogni singolo movimento suo e dell’avversario, così sa e vede l’accaduto, che gli restituisce i punti di forza e debolezza di entrambi, vale a suoi e dell’altro.
Tutto avviene in pochi istanti, istanti che sono fruttuosissimi per lui e deleteri per l’avversario, il quale, fiero dei colpi inferti al guerriero avverso, abbandona la sua posizione di difesa e si avvicina, sempre di più, scambiando quegli attimi, per resa.
Cosa succede poi?
Lo vediamo riprodotto anche nei film o negli incontri di lotta o pugilato.
Il Guerriero a terra si rialza, spalancando le braccia ed emettendo un temibile ruggito e lo colpisce e se non lo stende, lo ferisce in maniera mortale.
L’urlo ha espresso tutta la sua forza, tutta la potenza delle sue energie, richiamate a sé, per mettere in atto il suo piano, approntato in un nano secondo.
Chi sono i Giganti Guerrieri e chi i Giganti piagnoni?
Dipende.
Oggi sono sicuramente di più quelli a terra, cioè i Giganti che impreparati, come le Vergini dell’olio, non avendo fatto alcun lavoro di “guarigione interiore”, stanno soccombendo di fonte alle numerose corde tese dal virus e dalle complicazioni ad esso legate.
Quanti insoluti che ora, come nodi, ritornano al pettine.

  • La morte.
  • Le relazioni vissute come “proprietà”.
  • La convinzione di essere intoccabili.
  • La malattia “sociale”, che si esplicita attraverso una malattia “reale”, cioè un virus.

Non voglio ritornare oggi, su questi aspetti, perché credo di averli ampiamente toccati nelle pubblicazioni precedenti.
Voglio invece partire dall’oggi, dalla possibilità che altri Giganti, a terra, in lacrime cambino atteggiamento e non solo si rialzino, ma comprendano la dura lezione di questi eventi.
Le corde le abbiamo posizionate e tese ben bene, proprio noi, con le nostre scelte, le nostre modalità, le nostre azioni ed i nostri pensieri.
 Ci è venuta a mancare, nel corso della nostra storia umana, quell’umiltà “indispensabile”, per vivere in sintonia con ciò che ci circonda e che ora, al termine di quei 26.000 anni, anno in più, anno in meno, di cui ho parlato in un altro articolo, ha fatto e fa la differenza, trasformandoci in Giganti dai piedi d’argilla.
Abbiamo iniziato ad utilizzare la parola in modo sempre più vuoto e menzognero, senza sapere che la parola porta fuori di noi i nostri valori, ma nel momento in cui li abbiamo smarriti, può esprimere solo il nostro vuoto interiore, quel vuoto che il Guerriero di Luce non ha.
C’è un episodio molto bello, a questo proposito, legato a Gandhi.
Un giorno una madre andò da lui, perché il figlio piccolo, mangiava un sacco di zucchero ed essa temeva che questo potesse nuocergli.
Aveva cercato di dissuaderlo in tutti i modi, ma non essendoci riuscita, aveva deciso di ricorrere al Mahatma.
Gandhi, osservati ben bene l’una e l’altro, chiese alla donna di ritornare dopo un mese.
Perplessa la donna se ne andò e dopo un mese ritornò da lui.
Allora il Maestro disse, in tono perentorio al bambino di smetterla e lui obbedì.
La mamma, felice, ma perplessa, decise di tornare da Gandhi per chiedere come mai le avesse chiesto di tornare dopo un mese, se le sue parole avevano sortito un effetto così immediato e profondo.
Allora Gandhi le rispose, ridendo, che un mese prima anche lui mangiava tanto, troppo zucchero, quindi come poteva chiedere al bambino di fare ciò che lui, per primo non faceva?
Bella storia.
Siamo esattamente il contrario di Gandhi.
Siamo andati nella direzione opposta fino ad ora e  di conseguenza stiamo solo pagando il dazio di tanta cretineria.
La storia è bella, perché non solo ci rammenta che i valori non vanno predicati, ma vissuti, ma anche che il Mahatma, lui, per primo lavorava su di sé, che non era nato perfetto, eppure cercava e lavorava su di sé tutti i santi giorni, perché in questo modo si “guariva e poteva guarire” gli altri.
La parola ci esprime, dice chi siamo, contribuisce a creare la nostra realtà.
La parola è un “ponte” e regge nella misura in cui dietro c’è forza, integrità, coraggio e leale verità.
Perché il bambino lo aveva ascoltato?
Eppure Gandhi aveva fatto la stessa cosa che la donna tentava da parecchio tempo.
Lo aveva ascoltato semplicemente perché le parole di Gandhi erano piene, cioè rispecchiavano il vero, quindi avevano potere, erano piene di forza “guarente”.
Un medico che ti dice di smetterla di fumare ed intanto fuma, non ha forza guarente.
Un padre che riprende il figlio perché è disordinato e poi semina i suoi indumenti per casa, non ha potere guarente.
Una madre che toglie la play al figlio, perché non fa ciò che deve fare e perde tempo e poi chatta tutto il giorno con le amiche, non ha forza, potere guarente.
Devo andare avanti o posso fermarmi qui?

Beh, forse è meglio se mi stoppo.

Ora è il tempo, recuperate le forze, di risollevarsi.
E’ il tempo per piantarla con catene, le lucine dal balcone e richieste all’Universo di “ritornare” alla normalità.
Quale normalità, quella del prima virus?
No grazie!
“Io Sono”, dice il Guerriero alzandosi dalla polvere, ed è, perché la sua parola è un Ponte, la sua parola è vita, la sua parola esterna il lavoro fatto per saper accogliere la morte, per saper salutare chi parte senza riempire i cellulari di amiche e parenti di emoticon, con fiumi di lacrime, inutili.
Egli, come Gandhi sa di non essere invincibile, ma sa anche che gli è dato di essere forte, ogni volta che si ascolta, che capisce, perché riconosce e conosce le sue fragilità e le accoglie, le osserva, le vive, le attacca e le smantella, come Gandhi con lo zucchero.
Io non ritorno alla realtà di prima e non ho trascorso il mio tempo di quarantena a postare stati con candele arancio, ma sono stata a riflettere, a canalizzare, a pregare, a meditare nel silenzio, per accrescere la mia forza e sostenerti e sostenere tutte le persone che volessero essere in qualche modo aiutate a guarire.
Guarire il corpo non basta.
Ecco perché sto lavorando in squadra con Gende, Antonio, Sabrina Pachamama.
Quest’ultima è capace di aiutarti a guarire le ferite interiori, attraverso il canto meditativo ed i tamburi o le campane, che conoscerai presto, il 14 aprile prossimo, per sostenerti, per farti rientrare nelle giuste vibrazioni e darti quella spinta utile per far partire l’ascolto, la conoscenza, l’accoglienza e quindi approntare la tua “guarigione”.
Senza guarigione sei e sarai sempre un Gigante dai piedi d’argilla.
Bisogna guarire dentro, per avere finalmente una società guarita, una Umanità ponte.
Oggi, prima di salutarti, voglio offrirti ancora una storia, raccontata da me, per permetterti di riflettere ulteriormente.
Spero tu la voglia ascoltare e “meditare”, magari con i tuoi piccoli o i nipoti, se ne hai.
Eccola!!

Amorevolmente Ti degli Arcangeli

Questo articolo è stato amorevolmente scritto da Ti degli Arcangeli (l'autrice dei 2 libri Le Preghiere Arcobaleno dagli Arcangeli e La Via della Luce. Testi guida dell’Arcangelo Uriele ) con canalizzazione di un Arcangelo specifico oppure facendosi ispirare da Arcangeli e Angeli.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com

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