
Il dolore è il gran maestro degli uomini.
Sotto il suo soffio si sviluppano le anime.
Marie von Ebner-Eschenbach
Oggi ho deciso di riportare alcune pagine, in maniera integrale, riprese dalla pubblicazione
del Dalai Lama, “La via dell’amore“, affinché ci guidino a riflettere sul vero significato della sofferenza, un qualcosa di così intensamente presente nell’esistenza di molti di noi e del genere umano, in generale.
Concordo perfettamente con le parole di Dino Olivieri :
“Soffriamo non per ciò che ci accade, ma per come ci poniamo in relazione a ciò che accade.”
E’ la nostra modalità, non quello che ci accade, che ci induce a provare un così grande malessere interiore e il fatto che non riusciamo ad accostarci alla novità, che si discosta dall’ordinario, ci rende vulnerabili e poco educativi nei confronti dei piccoli, che apprendendo per imitazione, sono “seriamente e veramente incapaci di provare dolore in maniera costruttiva” e questo mi preoccupa.
Si legge nelle pagine del Dalai Lama:
“Non sono le circostanze esterne a causare la sofferenza.
Essa è causata e consentita da una mente non domata.
La comparsa nella nostra mente di emozioni autodistruttive ci porta a commettere azioni sbagliate.
La mente naturalmente pura è nascosta da queste emozioni e concezioni fuorvianti.
La loro forza ingannatrice ci spinge a commettere azioni sbagliate, che portano inevitabilmente alla sofferenza.
Questi atteggiamenti problematici devono essere eliminati con grande consapevolezza e attenzione, nello stesso modo in cui le nuvole si dileguano nel cielo.
Quando atteggiamenti, emozioni e concezioni autodistruttivi cessano, cessano anche le azioni dannose che ne derivano.
Come dice il grande yogi tibetano Milarepa, vissuto tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo:
«Quando sorgono, sorgono dallo spazio; quando si dissolvono, si dissolvono nello spazio».
Dobbiamo cominciare a familiarizzare con il nostro stato mentale, se vogliamo capire come dissolvere idee e impulsi infondati nella sfera più profonda della realtà.
Il cielo era presente prima che le nubi si addensassero e sarà ancora lì dopo che se ne saranno andate.
È presente anche quando le nubi sembrano coprirne ogni centimetro visibile.
La natura dell’acqua non è inquinata dalla sporcizia, tanta o poca che sia.
Allo stesso modo la natura di una mente, anche se disturbata, non è inquinata dalle contaminazioni. La mente di chiara luce di ogni essere non è inquinata neppure dalle emozioni afflittive come l’odio.
La prossima volta che provi odio, cerca di staccare dal processo mentale un osservatore che guardi l’odio. Mentre di solito percepisci «io odio…» come se il senso del sé e dell’odio fossero indissolubilmente legati, in questo caso osservi l’odio da una certa distanza e ne vedi gli errori, ciò fa sì che lo stato di eccitazione svanisca naturalmente.
Per farlo, devi innanzitutto sviluppare la capacità di osservare i tuoi pensieri perché, fino a quando la coscienza è intrisa di concettualità, è difficile che il pensiero osservi il pensiero.
Ma se, quando i pensieri sorgono, sei in grado di staccare la figura di un osservatore che li guarda, riuscirai progressivamente a sviluppare una facoltà della coscienza che osserva la coscienza e anche nei momenti di odio un elemento interno alla mente sarà in grado di uscire dalla rabbia.
Acquisendo familiarità con la coscienza sia come conoscitore sia come oggetto conosciuto, puoi arrivare a individuare quella che è comunemente chiamata «mente ordinaria», non influenzata dal provare o dal non provare piacere, dal volere e dal non volere.
Quando la mente non è frazionata in molte funzioni diverse, la sua natura luminosa e cognitiva può essere riconosciuta e, se uno riesce a rimanere in questo stato, l’esperienza della luminosità e della conoscenza si espande.
Poiché anche la natura interiore dell’odio è luminosa e cognitiva, l’odio si dissolverà progressivamente nella natura della coscienza.
Non devi fermare intenzionalmente i vari pensieri e sentimenti che sorgono nella mente; evita, piuttosto, di lasciartene afferrare e non permettere che la tua mente venga attratta al loro interno.
La mente assumerà, quindi, la sua forma naturale e la sua natura di chiara luce potrà essere riconosciuta. Allora, si potrà conoscere la sua purezza fondamentale.
Quando capisci che la chiara luce è la natura della tua mente interiore, qualità sempre più grandi, come l’amore, si dispiegano.
Ecco perché la trasformazione mentale non può risultare da cambiamenti dell’ambiente esterno.
Acquisire altre cose, quando già possiedi il necessario, non può portare all’appagamento.
La liberazione si raggiunge conoscendo la natura ultima della mente; non ci viene elargita da qualcun altro o da qualcos’altro.
La felicità arriva quando si doma la mente; altrimenti, è impossibile essere felici.
A prescindere dalla natura del mondo, non soffriremo né causeremo sofferenze se confideremo nella fondamentale natura di luminosità della mente, nella sua chiara luce.”
Complicato e semplice al tempo stesso …
Cos’è allora per noi, in parole semplici, la sofferenza?
E’ una condizione di dolore, che ci attanaglia, ci stringe la gola, ci toglie il respiro, ci priva della voglia di vivere e tocca soprattutto il nostro corpo, ma è legatissima al nostro vissuto emotivo.
Spesso nasce o deriva derivare da un trauma, fisico o emotivo, oppure può essere l’ espressione forte di una un taglio, di una scottatura interiore, più profonda, di cui può essere difficile o impossibile individuare a volte, perfino il motivo, l’oggettivo scatenante.
Di solito, quando la sofferenza è legata a una condizione interiore ed è prolungata nel tempo, è intensissima e ci porta a una tale fatica, che cadiamo facilmente in depressione, in un malessere a 360°
La sofferenza poi, diventa o si accompagna con un vissuto rallentato e con un insieme di sensazioni corporali veramente anomale.
Per esempio, in alcune persone, che noi diciamo affette da pura e semplice malattia mentale, è spesso il dolore, la sofferenza a destabilizzarlo fino al punto di arrivare a disturbare anche la sua mente.
A volte soffriamo, perché siamo isolati da chi e da ciò che ci procura dolore e questo ci porta al fatto che è una nostra reazione a qualcosa che viene da fuori di noi e che poi si complica ulteriormente quando le reazioni, indotte dalle emozioni, ci portano a reazioni ed azioni che non apprezziamo …
Diventa una specie di circolo vizioso, ingabbiante.
Il problema più intenso è il come poi la viviamo, come riusciamo e sappiamo gestirla.
Nella nostra vita lei fa spesso capolino, infatti Buddha ne parla e individua vari tipi di dolore:
Il dolore della nascita, causato dalle caratteristiche del parto e dal fatto di generare le sofferenze future.
Il dolore della vecchiaia.Il dolore della malattia, determinato dallo squilibrio fisico.
Il dolore della morte, generato dalla perdita della vita.
Il dolore causato dall’essere vicini a ciò che non “piace”.
Il dolore causato dall’essere lontani da ciò che si “desidera”.
Il dolore causato dal non “ottenere” ciò che si “desidera”.
Il dolore causato dalla loro unione e dalla loro separazione, che ha a che vedere con il corpo, i sensi (la vista, l’udito, il gusto, l’odorato, il tatto e la mente), le sensazioni, le percezioni e la coscienza.
Complicato, vero???
Beh, poi li raggruppa in tre contenitori in cui sistema:
- Il dolore in quanto tale
Questa categoria riassume i dolori inerenti alla nascita, alla malattia, alla vecchiaia e alla morte, ma anche quelli riguardanti all’essere uniti a ciò che non si desidera e a quelli procurati nel cercare di fuggire lo stesso dolore.
- Il dolore per ciò che muta, e qui riassume le sofferenze procurate dall’essere separati da ciò che si desidera o quelli generati da non ottenere ciò che si vorrebbe, si desidera.
- Il dolore generato dall’esistenza e in questa terza categoria elenca i dolori relativi all’insoddisfazione perenne procurata dall’esistenza stessa, che ci fa incrociare la frustrazione, che talvolta sperimentiamo, il senso di inutilità nostra o di numerose nostre attività.
Queste sofferenze sono collegate ai cinque aggregati e agli attaccamenti, quindi ancora più complicate.
Il “dolore” non è colpa del mondo, né del fato cattivo e pungente o di una divinità che ci odia e perseguita, né avviene per caso.
Questa pesante realtà ha origini profonde, nasce e cresce dentro di noi, dalla ricerca continua che facciamo della felicità, fuori di noi, in mezzo a tutto ciò che è transitorio, sordi e ciechi, spinti solo dalla sete, o brama per ciò che non è soddisfacente, ma che noi pensiamo e valutiamo, lo sia e parecchio.
Desideriamo oggetti sensuali, capaci di appagare appunto i nostri sensi, abbiamo un desiderio ardente di vita e di vivere, oppure la voglia, la “brama di annullare la nostra esistenza”.
Comunque sia, è una gran brutta situazione e storia, quella che poi ne nasce.
E come fare a debellarla???
Per sperimentare l’emancipazione dal dolore , occorre lasciare andare l’attaccamento alle cose e alle persone, alla scala di valori ingannevoli, slegarsi da tutto quello che ci attrae e intorno al quale ci avvolgiamo, come l’edera ad un supporto.
Chissà perché, ciò che è provvisorio per noi è come l’oro, lo desideriamo da impazzire.
“Esiste un percorso di pratica da seguire per emanciparsi dal dolore”.
E naturalmente si tratta di un percorso spirituale da intraprendere per avvicinarci al nostro paradiso interiore e che passa attraverso il perdono e l’amore, sia verso noi stessi, che verso le situazioni, gli oggetti, le persone coinvolte.
Non ci resta nessuna possibilità se non la presa di coscienza del dolore, della paura, della noia o della sofferenza nella stessa maniera completa in cui siamo solitamente coscienti della gioia, della pace o del piacere.
L’organismo umano ha le più meravigliose facoltà di adattamento sia al dolore fisico sia a quello psichico, dobbiamo solo riconoscercelo e riconoscerglielo.
Tutto però funziona a meraviglia, solo quando il dolore non viene continuamente alimentato di nuovo dallo sforzo interiore di volercene a tutti i costi liberare, di separare l’ ‘Io’ dalla sensazione, per, al contrario, tagliare realmente. Ci riusciamo quando la smettiamo di ritornare sul solito pensiero, come se ci aggrappassimo ad un palo e girassimo vorticosamente intorno.
Ruotare devasta, crea una forza “centrifuga enorme” e quindi uno sforzo, anche fisico e mentale, disumani e tutto questo, a sua volta, crea uno stato di tensione in cui il dolore non fa che aumentare in maniera esponenziale.
Quando invece lasciamo uscire, permettiamo che se ne vada, allora la tensione cessa, la mente ed il corpo incominciano ad assorbire il dolore come l’acqua e a poco a poco ci ritroviamo; le energie allora si rinforzano e tutto concorre a sedere ogni cosa e riportare solo il tanto agognato “pacifico equilibrio”, vale a dire la Pace interiore.
Felice pace interiore a tutti!!!
Amorevolmente ti*** degli Angeli
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