
Sto seduta, con alcuni amici. Tra noi c’è una persona che si racconta con dovizia di particolari, dandoci il quadro completo delle infinite calamità che le stanno accadendo.
E’ arrabbiata e più si racconta e più il suo malessere e la rabbia vanno aumentando in maniera esponenziale.
Sembra che il buttar fuori faccia da cassa di risonanza a qualche demone che le si agita dentro.
La osservo con attenzione e guardo con cura la sua gestualità ed il suo modo di osservarci e spaziare con lo sguardo tutto intorno.
Sta cercando, probabilmente “inconsapevolmente” “la sua vittima”, cioè la persona da “contagiare con il suo malumore.
Mi viene da sorridere dentro, perché guardare con distacco amorevole questa scena, mi permette di lavorare su di me e di capire come ed in che misura ci sia possibile dialogare con la Felicità e con tanto altro.
Quando siamo così aggrappati alle nostre verità, delle quali ci sentiamo in qualche modo spogliati, tendiamo a muoverci in questo modo, cioè a “pretendere l’ascolto e la condivisione di chi sta ricevendo le nostre parole” e parlo di una “condivisione piena del malumore, una condivisione feconda, devastante e contagiosa.
L’attore vuole che gli altri siano del suo stesso umore, perché è un suo “diritto avere le balle girate per questa e quella cosa”, così come è un suo diritto avere una “risposta consona ed adeguata” al suo disagio interiore.
Mi rammento le parole di Yogananda a proposito della Felicità, quando dice pressappoco così: “Quando sei di malumore, non sei l’Uomo che DOVRESTI ESSERE”.
Lui non ci parla del diritto di essere di malumore, ma bensì del “diritto ad essere Uomo, attraverso la Felicità.
So che è un discorso molto sottile ed arduo quello che mi gira dentro, perché già la nostra Società parla e propone continuamente questa parola, cioè “diritto/i”, a proposito di tutto ( diritto allo studio, diritto alla libertà, diritto inteso soprattutto a livello della nostra personalità, quindi come espressione dei nostri diritti soggettivi assoluti, cioè quelli che ci spettano proprio in quanto persone, quindi utili e necessari per affermare e garantire tutte le nostre esigenze di carattere esistenziale.) e pronunciata da tutti.
Mi è già capitato, negli ultimi articoli, di riflettere sul come se tutti abbiamo solo diritti a chi spettano poi i doveri?
Sicuramente, visto come siamo messi, i doveri nella nostra testa, spettano solo agli altri, cioè al mio vicino, al mio prossimo, a mia moglie o marito, ai miei figli, ma sicuramente non a me, perché in quanto individuo io devo cercare di “avere la piena garanzia che i miei diritti siano salvaguardati”, anche, come ora, nell’incazzatura.
Io sto male e tu devi ascoltarmi.
Io sono arrabbiato e tu devi partecipare alla mia arrabbiatura.
Io sono incazzato e tu non puoi prenderla con calma, ma devi risentirti, scaldarti, incavolarti esattamente, anzi più di me, per darmi soddisfazione, perché io ho il “diritto di non essere felice” e se tu sei in amicizia con me, devi smetterla di “essere felice, per partecipare al mio diritto”.
Lo so, può sembrare una pazzia ed un discorso strano, ma è quanto avviene in queste situazioni.
Ora so che, rivedendo il tutto con me, ti viene da sorridere, ma sappi che, nella norma, quando ci si ritrova seduti con un incavolato nero, le cose vanno ben diversamente e cioè esattamente come ti ho descritto, poco fa.
Lui, che sta esercitando un suo diritto (essere arrabbiato), ti chiede con ogni forma di linguaggio, anche gestuale, di partecipare al suo diritto, quindi di scaldarti e di lasciarti inglobare nel suo “fuoco”, divenendo a tua volta una torcia.
Quando tu sarai, a tua volta “ingabbiato” nel diritto dello stare male, dell’essere infelicemente arrabbiato, allora e solo allora lui si placherà, perché ha raggiunto il suo obiettivo, espletato la sua missione di “untore dell’infelicità incazzusa”, come la chiamo io.
Ma se tutti cerchiamo la Felicità, la agogniamo, la desideriamo più di ogni altra cosa, perché dobbiamo essere portatori di questi “macabri diritti”?
Ah già, per generosità!
Espandiamo a macchia d’olio il malumore, perché siamo creature sicuramente “generose”.
Lo so, diffondiamo a piene mani, con voce concitata e parolacce, situazioni ed emozioni abbastanza opinabili, ma lo facciamo solo perché siamo persone che ci tengono molto agli altri, quindi vogliamo distribuire con molta generosità la rabbia, il fastidio, l’assenza di felicità che stiamo vivendo.
Quindi è solo a fin di bene, che ci comportiamo in questo modo.
Se lo star male fosso solo una prerogativa nostra, sai quanto ci rimarrebbe male un’altra persona, esclusa?
E allora, vuoi farla stare male così?
Vuoi che si senta un’esclusa?
Ma anche no!!
Ironia a parte quanto mettiamo in essere ed in gioco, in queste situazioni, purtroppo piuttosto frequenti, è un qualcosa di veramente e perfettamente abominevole.
Yogananda utilizza lo stesso termine, per sottolineare quello che accade quando siamo in uno stato di infelicità, di malumore.
Perché abominevole?
Abominevole perché la Felicità dovrebbe essere la nostra condizione normale, in quanto Figli di un Divino, che è pace, amore, pacatezza.
Per questo abbiamo dentro di noi, tutti i presupposti per essere in Armonia e stare Bene.
Yogananda ci illumina moltissimo con le sue parole nelle quali sostiene:
“La vera felicità può resistere alla sfida di tutte le esperienze esteriori.
Quando riuscirete a sopportare di essere messi in croce dagli altri e tuttavia contraccambiare con l’amore e il perdono; e quando saprete mantenere intatta la divina pace interiore malgrado tutti i dolorosi colpi delle avversità, allora conoscerete la vera felicità.”
Ritorniamo alla solita scena, al bar, tra amici.
Di fronte quindi ad un amico che ha preso fuoco per una vicenda, sono amorevole quando ardo con lui e divento ulteriore fuoco o alcol per i suoi crucci, oppure quando cerco di placare il suo spirito, semplicemente ascoltandolo, ma senza creare ulteriori scintille?
Parrebbe che il comportamento più consono, per chi assiste, sia proprio quello della non partecipazione belligerante al tutto, vale a dire del non essere parte “generosa” di un’azione di diritto che potrebbe e dovrebbe restare un “fatto privato”.
Per Yogananda siamo “sciocchi” quando ci priviamo del nostro stato di “salute interiore”.
Siamo sciocchi per come reagiamo e per il fatto che il malumore è un qualcosa che noi ci procuriamo o meglio ci provochiamo, di fronte a situazioni che non riusciamo a gestire.
Sicuramente per cogliere il discorso che ti sto facendo oggi, devi essere una persona che sta lavorando su di sé, quindi che tiene a bada il proprio ego e che ha consapevolezza di parecchie cose.
Se invece sei immerso nelle dinamiche più gettonate, in questo momento sentirai la rabbia salire, proprio come la persona incavolata del bar, che non vedendo una risposta tra il suo pubblico, inizia a schiumare alla bocca, come un cavallo e si va adirando ulteriormente.
Non esiste che gli ascoltatori reagiscano così.
Se io sono incavolato, tutti devono essere altrettanto incavolati di fronte a quanto vado dicendo, condividendo.
Ma non è così che funziona nella logica Amorevole Divina.
Attraverso di me, deve giungerti l’Amore e la Riappacificazione divina con tutti e tutto.
Questo è il mio compito, mentre ti ascolto.
Devo restituirti all’equilibrio.
Devo riportare pace al tuo interno.
Devo farti spegnere il fuoco che ti divora, non farlo avvampare dentro di me e neppure alimentarlo ulteriormente in te.
Naturalmente se io ti ascolto e mi relaziono con te attraverso la mia Anima, ma tu sei nell’Ego, non ci capiremo e a nulla servirà la mia modalità, se non a farti ulteriormente incattivire.
Ma questo non è un problema mio, perché TU SEI L’UNICO RESPONSABILE DELLE TUE RISPOSTE REATTIVE, come io lo sono delle mie.
Essere infelice non piace a nessuno, perché quindi creare una società dove la cattiveria, la rabbia, il malcontento proliferano a catena?
Se uno di noi perde la trebisonda non è “normale” che tutti facciano la stessa cosa.
La generosità, a proposito della quale ho scherzato poco sopra, deve esistere a proposito delle “buone azioni” e situazioni, non del contrario.
Ecco perché siamo scemi.
Perché scegliamo “volontariamente” di diventare, essere infelici e ci muoviamo, da soli per esserlo a pieno titolo.E’ ridicolo, ma è quello che facciamo.
Così come, nella testa di chi segue il proprio io a spada tratta, tu sei “ridicolo” a dire che “lui, da solo, si procura la sua infelicità, prendendo fuoco come un bonzo.
Eh, bella storia questa.
Stare vicino ad una persona arrabbiata, com’è?
Cosa provi nel sentirla urlare?
Che tipo di vibrazioni e di energie ti raggiungono?
Converrai con me, anche se tu non fossi particolarmente consapevole e addentro nei discorsi energetici, che quando una persona vicino a noi perde le staffe e urla, sbraita, si agita, è insomma arrabbiata, provi una sensazione “poco gradevole”.
Hai voglia di allontanarti, di ritornare a nuotare nel tuo “brodo” di poco prima, a rintanarti nel tuo mondo.
E’ come se ti raggiungessero tanti aghetti infastidenti.
E allora, di cosa stiamo parlando?
Lo vedi da solo che parliamo di una situazione che non ti va a genio, di una realtà poco carina e gradevole da vivere, da sperimentare, anche se l’altra persona sta parlando di un qualcosa di reale e magari di importante, almeno per lei.
La modalità ti urta.
La dinamica vorrebbe metterti in fuga, per spirito di sopravvivenza.
Allora, mi spieghi perché restare per assecondarlo?
Per aumentare il falò, coinvolgendo magari tanti altri presenti?
Quando alcuni alberi nel bosco pigliano fuoco, ti attivi per spegnere o butti della benzina, perché l’intero bosco si incenerisca?
Se non sei un fuori di testa o un piromane, per qualche motivo, buon senso vuole che le tue azioni siano volte a fermare, a spegnere il fuoco.
E allora mi spieghi perché non ti è dato e non fai la stessa cosa in queste situazioni?
Siamo veramente sciocchi.
Cultori “ignoranti” del nostro e altrui male.
Cosa ci accade per reagire così?
Le sue modalità ti smuovono dentro e ti portano ad osservare tutto con attenzione.
La rabbia dell’altro ti arriva anche attraverso il suo sguardo, gli occhi, e ti entra attraverso i tuoi, che non si perdono un solo passaggio e movimento.
E’ un vero “flagello”, ecco perché Yogananda lo definisce abominevole, quello che accade; è un vero vortice di negatività che si innesca.
E’ una situazione veramente “faticosa”, che crea un grande disagio tra tutte le persone presenti.
Questa modalità però appartiene a molti di noi; ci è entrata dentro e da lì la dobbiamo rimuovere, sia per noi stessi, che per gli atri.
Si tratta di fare un lavoro molto sottile, dentro di te, per essere “portatore di un diritto” intrinseco alla felicità, e per diventare sostenitore di un Diritto Universale alla Felicità.
E’ un dovere generale quello di non essere portatore, procuratore di malumore sociale.
A tutti spetta il diritto di essere in pace, di stare bene, di essere felici ed è quindi un nostro “preciso dovere”, sempre generale di fare di tutto per essere portatori, sostenitori, procuratori di queste condizioni di felicità e di pace.
Basta essere portavoce di queste modalità, di queste “cattive modalità” o pratiche di mal vivere.
Se ascolti la tua Anima, sai anche che ti spetta, come dovere, quello di non fare tutta quella serie di azioni che conducono a questo stato generale di malessere.
Se scegli di essere fautore del disagio, devi quindi anche essere consapevole che vai contro l’eticità del tuo stato animico.
Non assumere questi atteggiamenti, non significa non cercare la propria giustizia, né essere un perdente, ma significa semplicemente avere il rispetto di NOI STESSI e degli altri e del “bisogno di tutti” di stare bene, di vivere serenamente, di affrontare la giornata al meglio.
C’è un luogo per ogni cosa e una modalità per ogni situazione.
La tua Anima è un’eccellente guida, perché non l’ascolti?
Come ultimo pensiero, prima di alzarmi dal tavolino e salutare i convenuti, mi riascolto dentro quelle parole del Maestro asceso che vive in Yogananda e che, una volta a casa vado a rileggermi, per offrirtelo in queste ultime righe.
Dice così:
“Imparate a coltivare in voi stessi tutti i presupposti della felicità, meditando e mettendo la vostra coscienza in sintonia con Dio, ossia con la Gioia sempre esistente, sempre cosciente, sempre nuova.
La vostra felicità non dovrebbe mai essere soggetta ad alcuna influenza esterna.
Qualunque sia l’ambiente in cui vivete, non permettete che danneggi la vostra pace interiore.”
Siamo solo agli inizi di un Anno specialissimo e se vuoi lavorare su di Te e crescere per “essere la giusta alternativa” ai mali che ci attanagliano, ti invito a riflettere su questa scena tra amici, di cui ti ho parlato oggi e a scegliere da che parte stare, perché di qua o di là, fa la differenza e molta.
Scimmia urlatrice o Anima in Pace e pacificatrice?
Untore o Vigile del fuoco?
Personalmente ho scelto e so cosa e come fare.
Rifiuto il malumore, da sempre, e non voglio più stare con chi divampa e incendia gli animi, perché non c’è nulla che valga quanto la pace e l’amore, l’amorevolezza in tutto, anche nei momenti di maggiore fatica e prova.
E tu? Pensaci!
Amorevolmente
Ti degli Arcangeli
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com



Bell’articolo!
Grazie! Luce per Te.