Non coltivare il caos

Una delle più grandi difficoltà che viviamo è proprio quella di saperci gustare ogni istante e di fermarlo dentro di noi.
Così crescono contemporaneamente l’insoddisfazione presente e l’ansia per il futuro, che temiamo possa portarci chissà quali sventure.
Non riusciamo a concentrarci per più di 2 istanti su una cosa, qualunque essa sia.
E pensare che i monaci buddisti sanno stare immobili, fermi e con un’immagine fissa dentro.
La nostra testa?

Ciao!
In 10 minuti ha già fatto tanti di quei pensieri che, se fossero bitume, potremmo servircene per asfaltare tutta la terra.
Due numeri non ci stanno in testa.
Il nome, della persona con cui stiamo parlando, che si è presentata la bellezza di 5 secondi fa, nella stragrande maggioranza dei casi ci è già sfuggito.
Come mai?
Siamo figli e cultori del caos.

Cosa ci differenzia da chi vive “diversamente”, vedi i monaci buddisti?
La loro capacità di guardarsi dentro, di prestare attenzione a quanto gli accade, una capacità veramente unica e grandissima.
Inutile dire che noi questa chicca non l’abbiamo.


Perché?
Perché viviamo tutti sbalzati verso l’esterno, siamo persone “esteriori”, ma questo è un limite grandissimo, perché è dal silenzio, dalla conoscenza di noi che riusciamo a “misurare” e valutare il mondo fuori di noi, oltre che a crearlo in maniera più dinamica e amicale.
Quello che c’è fuori di me ho dentro di me, lo sto ripetendo da un po’ di tempo.
Ma se dentro sembro, mi vivo come fossi vuoto, il mio fuori è “vuoto”.
Perché abbiamo così bisogno di bere a volte?
Per riempire i nostri vuoti.
Alcol, cibo, chiacchiere cattive, malevole, droghe, farmaci, fumo sono riempitivi.
A scuola è faticosissimo aiutare i ragazzi a concentrarsi, a memorizzare, a riflettere sugli accadimenti in maniera costruttiva e veramente proficua.
E ci chiediamo come mai e giochiamo a rimpallarci responsabilità e colpe; per la famiglia siamo noi insegnanti, che non diamo, per noi sono loro, che non danno.
In realtà fin dal momento della nascita di un bambino, non gli creiamo i presupposti perché possa apprendere e quindi non lo fa, nonostante i tentativi scolastici, le strategie per indurlo a concentrarsi, ad aprire la mente, a fargli acquisire un minimo di sapere; per riuscirci, qualcuno dice che dovresti trovare le sue maniglie, come fosse un cassetto, per aprirgli la testa ed imbottirla di cose che lui non  desidera minimamente apprendere e quindi, nemmeno lontanamente, mettere in sé, far arrivare dentro.
Concentrazione ed attenzione sono vitali, fanno parte del processo di acquisizione, di qualsiasi forma di sapere, quindi stanno sia alla base della nostra sopravvivenza, che del nutrimento più profondo del nostro essere e sapere di essere.
Attenzione?
E’ un aspetto assente nella nostra modalità ordinaria di fare le cose, quindi soprattutto a scuola possiamo misurarlo e visualizzarlo in tutta la sua “enormità”, nella sua immensa mancanza.
I ragazzi non sanno prestare attenzione.
Sono uno spaccato, uno specchio perfetto della società odierna.
Sono in compenso “iperattivi in maniera esagerata”.
Perché?
Perché una parte di noi coglie che non riesce a seguire niente,  e quando non capiamo, ci agitiamo.
L’assenza di attenzione e concentrazione, genera agitazione e movimento.
Per questo abbiamo bambini iperattivi.
E la società?
La società odierna dimostra scarsa attenzione ai bambini e nessuna forma di “sensibilità” verso di loro.
Un lavoro che svolgo sovente con loro è quello di andare a cogliere in quale barattolo sono stati collocati e quindi quale etichetta portino con sé: attento, distratto, disordinato, capace, incapace, piagnone, autosufficiente, imbranato, bravo, sportivo, un campione …
Un bambino va capito, affiancato, compreso e “vissuto empaticamente”, che significa che tu adulto cogli come una cosa gli risulti facile o difficile, elementare o complicata, e quindi, di conseguenza significa che tu, mentre è ancora piccolo, riesci a cogliere come, in che misura e modalità lui abbia bisogno del tuo supporto, del tuo motivarlo, del tuo sostenerlo, sollecitarlo, gratificarlo o aiutarlo.
Attenzione: non sto dicendo che lo devi difendere, o fare per lui, vale a dire al suo posto, cosa gettonatissima tra noi mamme,  o dargli sempre ragione; queste sono le modalità attuali e non sono quelle di tipo comprensivo, ma bensì elusivo, perché comportano che tu, adulto, anziché sbatterti per capire come funzionano certe dinamiche in tuo figlio, o per smantellarle o per sostenerle, avvalori l’idea che lui abbia ragione, per partito preso o che sia meglio rigovernare la camera al suo posto, fargli i compiti o sistemare di persona le sue faccende relazionali con gli amichetti, visto che a lui non riesce.
Così lo rendi ancora più fragile, più incapace di gestire le situazioni, più prepotente e con un’autostima ballerina oppure un ego smisurato, a seconda dei casi e dei caratteri del soggetto.
Non lo educhi, ma lo difendi a spada tratta, quindi lo sminuisci e lo affondi tu stesso, malgrado tu sia convinto di fare esattamente il contrario, cioè di aiutarlo, educarlo al meglio, dandogli le giuste guide.
Capirlo, significa “viverlo”!
E viverlo comporta sbattimento, tanto sbattimento.
Dargli ragione no. Dargli ragione significa facilitare l’apparente soluzione del problema, mentre in realtà è perderlo.
Trattarlo così è un attimo e non richiede dialogo.
Il ragazzo chiede dialogo; lui sente qual è il suo ruolo, lo spazio che occupa dentro di noi adulti e possiamo raccontargli quel che vogliamo, ma lui ha ben chiaro se lo ascoltiamo ed accogliamo, oppure se non lo ascoltiamo: vi garantisco che i testi, soprattutto degli adolescenti, sono spesso una pesante denuncia verso la nostre “distrazioni”.
Se invece tu lo ascolti, lo vivi, lo conosci, lo cerchi, soprattutto quando è piccolo, e come adulto attivi tutte le strategie per indicargli il cammino e lo indirizzi lungo il sentiero dell’ascolto e del dialogo, gli crei le basi per il suo benessere.
In età adolescenziale con lui, non sarà una guerra, ma un cammino lungo il quale, con le sue gambe lui potrà e riuscirà realmente a misurarsi con se stesso, con te, con l’esterno e malgrado le sue cavolate, potrà e saprà restare in piedi.
Lui, adolescente con buone basi dialogiche, non è solo, non lo è mai stato, e quindi ora, malgrado le fatiche che questa fase della sua età comporti, non si sente abbandonato, ma si ritiene ben considerato e quindi reagisce di conseguenza.
Questa è la via dell’empatia e purtroppo non è la via seguita dagli adulti.
E’ la via della risonanza.
Mentre quella attuale è l’educazione della dissonanza: l’adulto fa la sua strada ed il piccolo la sua.
Non ci credi?
Osserva le famiglie al ristorante e forse capirai cosa ti sto dicendo.
Al tavolo: adulti in chiacchiere, in un angolo i pargoli di varie età, divisi e silenziosi, ciascuno tuffato nel proprio cellulare.
Avere una retta concentrazione, una giusta attenzione, sono indispensabili per avere un “pensiero coerente/giusto/proficuo”, non distorto, né giudicante.
Il pensiero caotico diventa allora la norma e, sempre in classe, purtroppo lo noti.
Tu chiedi A e Pierino ti risponde B e poi C e magari F.
Soprattutto quando devono esprimere un loro punto di vista, se sono instabili, caotici, li vedi iniziare un discorso e poi far subentrare altri pensieri, spesso apparentemente non attinenti in alcun modo con il primo, con il precedente.
Questi bambini quando devono ripassare pensano ad altre 100.000 cose e quindi diventano inconcludenti.
Il Mondo fuori di loro è però così.
Gli adulti con il caos dentro, sono inconcludenti e li rendono così.
Li riprendono, li castigano, poi si dimenticano e quindi perdono forza educativa e fanno perdere valore ai loro interventi; li difendono, ma non li ascoltano; li occupano in 200 attività e li aiutano ad evitare qualsiasi sforzo; li accontentano per dribblare il confronto e la fatica di dire di no.
Noi adulti sembriamo sani, perché a differenza del bambino, sappiamo assumere atteggiamenti ripetitivi, ma in realtà dentro siamo persone che, mentre mangiano pensano alla partita, alla partita ci schizza il neurone e ci perdiamo a pensare alla cena e così via.
Mai fermi, mai stabili, mai presenti all’Attimo.
E così siamo anche in esubero di consumo, a livello energetico.
Ci sono persone che si “perdono le tue parole”, cioè persone che mentre gli parli, pensano ad altro e quindi non ci sono, non ti vivono, non partecipano a quanto tu vai loro dicendo.
Questo è tragico.
Non godono di nessuna “forma di educazione” della mente.
Non pensi che sia utile, molto utile averla?
Senza ordine dentro, siamo disgrafici, discalculici, DSA; siamo persone in “disagio comunicativo”.
Devi lavorare dentro, per ristabilire il tuo ordine e poter così creare un fuori ordinato, un fuori che vivi, che possiedi che partecipi e costruisci nel migliore dei modi.
Se tuo figlio è caotico, prova a chiederti una volta tanto cosa rispecchia e perché?
Per sopperire queste “assenze”, lavoro moltissimo a scuola sull’etimologia delle parole, perché il nostro pensiero viene dal “pesare”, dal ponderare, dal prendere in esame, cosa che ci manca, e quindi fatichiamo a fare in maniera “ordinata”.
Per combinare poi cosa?
Metterle nel posto giusto.
Un ragazzo, una persona educata a vivere nel “caso”, memorizza e ripone a fatica ciò che elabora o le viene dato, manca dei giusti processi che stanno dietro un pensiero “creativo”, educato, lento nella giusta maniera.
Fermarsi sulla parola, sul senso di quella parola, ci aiuta a recuperare ciò che ci manca; il processo è naturalmente lento e faticoso, perché implica un lavoro a ritroso, quindi una forma di recupero non lineare.
Pensare significa che tu riesci a collocare le cose nell’attimo in cui le elabori, cioè mentre mangi pensi a quello che fai, lo “vivi”, lo partecipi, non ti sposti sul campo da rugby di tuo figlio o al bar con l’amico, ma sei lì, presente a quel che fai e tutto quello che ti passa dentro te lo godi.
Come riattivare quindi anche la presenza? Sforzandoti di assaporare, di gustare, di godere, di partecipare a quanto stai facendo, a quanto è in essere.
Anche solo quando lavi i piatti, sforzati di pensare a loro, di sentire l’acqua che scorre sulle mani, la sensazione del detersivo tra le dita, la sensazione del vetro o della ceramica sui polpastrelli, oppure quando mangi, …mmmm… senti il profumo, il calore, la morbidezza, i sapori in bocca, sulla lingua, lungo il palato e nel naso.
Gusta anche con gli occhi e tasta, senti con le mani ciò che avvicini alle tue labbra.
Ci vuole attenzione.
Devi esserci e partecipare.
Se la tua mente funziona bene, produce pensieri creativi e sa perfettamente dove e come riporli.
Pensa ora, per esempio, a quando discuti con una persona.
Cosa ti accade poi?
Che ci pensi, ci ripensi, ci pensi all’ennesima  potenza, magari fino a farti venire l’emicrania, perché crei un circuito chiuso di pensiero, di emozioni, di reazioni, quindi altri pensieri, che sollecitano altre emozioni, in maniera più marcata e numerosa e così all’infinito.
Al contrario, se hai capito cosa è successo con quella persona, perché sia avvenuto e quali sensazioni hai provato in quel frangente, il pensiero sull’accaduto è ora marginale e quindi si posiziona verso l’esterno, perde di valore, tende quasi ad archiviarsi, perché è in gran parte già risolto.
Nella testa confusa però, purtroppo questo non accade.
Il fatto resta al centro e quindi crea disturbo.
Tutto il resto ruota attorno al pensiero del fatto che hai vissuto e nasce un vortice, una sorta di mulinello risucchiante.
E’ così che per te non c’è altro che quel fattaccio e quella persona e quello che vi siete detti e come ve lo siete detti e così via.
Non riuscire a risolverci, a spostare la nostra attenzione, a saper dare il giusto peso alle vicende, a saper archiviare ciò che è stato, ci crea situazioni emotivamente ingestibili, che lavorandoci dentro, sono in grado di produrre dinamiche e fatiche impensabili, come per esempio la “paura, in futuro, di parlare con qualcuno che in qualche modo ci rammenterà quella persona”.
Dietro molte nostre ansie e blocchi ci sono situazioni di questo genere.
Molte delle nostre “fobie” e paure hanno come origine fatti accaduti, lontani nel tempo, ma gestiti in questo modo, dal pensiero caotico.
I pensieri che ti tormentano ti portano a generare altri “tormentoni”, molti dei quali ti deprezzano:
” Non capisco!”
“Non sono capace!”
“Non valgo niente!”
“Non riesco!” E chi più ne ha, più ne metta.
Sembra che dentro le cose siano sciolte, slegate le une dalle altre, ma in realtà c’è una connessione molto forte e sottile tra tutto ciò che ci accade e come lo gestiamo.
Sono i pensieri a creare e scomporre, rinforzare, far esplodere le nostre emozioni e senza il controllo dell’uno, non riesci a gestire le altre e viceversa.
E’ un vero caos.
Non hai la mente allenata, quindi non riesci a gestire questi aspetti, non trattieni i nomi, non fermi le immagini, non memorizzi nel cassetto giusto, tieni sempre in prima linea fatti che andrebbero spostati in periferia, parlo della periferia mentale, quella di archiviazione, sei “vittima” di un caos che poi nella vita pratica fa la differenza.
Capito perché poi a scuola tuo figlio fa fatica?
E’ iperattivo?
A volte ti dicono, come rimando, che è un bambino/ragazzo ingestibile? ( o magari tu stesso lo definisci tale.)
Tutto nasce da questo.
Nella cultura dei popoli orientali o presso altri popoli, questo non accade e lo vediamo anche nelle loro movenze, nel come parlano e come si muovono.
Da loro attingiamo ora le pratiche per calmarci, per ritrovare il nostro centro, ma ci dimentichiamo che per  i popoli orientali la meditazione e lo Yoga non sono sorgente di rispetto e di calma, non sono la fonte di un modo di vivere, ma semmai l’esatto contrario, vale a dire la conseguenza di una scelta di vita e di un loro modo di essere.
Essi svolgono un lavoro sulla persona ben più attento e profondo rispetto al nostro, così la persona cresce in maniera “retta”, cioè secondo dei valori ben precisi, fatti di rispetto per sé e per gli altri.
A cosa ti serve fare pratica, parlo dello yoga, se poi non rispetti il tuo prossimo e prima ancora te stesso?
A nulla.
E’ come andare in chiesa poi usare la lingua solo per dire male, la mente per giudicare e il tuo pensiero per offendere.
E’ la stessa cosa.

Oltre al pensiero retto, devi avere una ricchezza interiore, un qualcosa che dia corpo, forza, potere positivo ai tuoi pensieri, altrimenti sono vuoti o meglio pieni solo di cretinate, di ansie, di cattiverie e di assurdità.
Un comportamento fiero e corretto genera un pensiero lineare e un pensiero lineare fa di te una persona solare, attenta, creativa, innamorata della vita ed empatica.

Caos ed empatia non sono la stessa cosa e non portano gli stessi frutti.

Con amorevolezza
Ti degli Arcangeli

Questo articolo è stato amorevolmente scritto da Ti degli Arcangeli (l'autrice dei 2 libri Le Preghiere Arcobaleno dagli Arcangeli e La Via della Luce. Testi guida dell’Arcangelo Uriele ) con canalizzazione di un Arcangelo specifico oppure facendosi ispirare da Arcangeli e Angeli.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com

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