
Nell’era dei social network a consumo illimitato, dei negozi, ahimé, aperti 24 ore su 24 e del divertimento ed intrattenimento non stop, cioè «sempre e comunque», gli Arcangeli mi chiedono di parlare niente meno che della solitudine, forse perché si tratta di una condizione che paradossalmente viviamo nel peggiore dei modi e di cui, raramente, cogliamo la profondità ed il vero senso, quello descritto da Osho.
La sindrome della solitudine è una specie di morbo, che sembra colpire sempre più persone.
Se penso a Uno, nessuno, centomila di Pirandello, penso proprio a lei, alla famosissima solitudine o meglio alle centomila di forme che la diversificano, pur lasciandola integralmente lei.
Per prima cosa, facciamo una distinzione di base, molto semplice, per inquadrare meglio il fenomeno. Esiste una solitudine subìta e una solitudine cercata e voluta.
La più temuta è sicuramente la prima.
La solitudine subìta è quella che comunemente vediamo e viviamo come un qualcosa di sgradevole, perché è quel sentirsi soli, intesa come la mancanza di qualcuno al nostro fianco, qualcuno con cui parlare, condividere, una persona da amare da assaporare in tutte le sue sfumature buone e meno buone.
Questo tipo di esperienza rappresenta per noi una fatica e ci porta fastidio e sofferenza, creando poi, per risvolto, una difficoltà a volte intensa a stringere nuovi legami affettivi per insicurezza, per paura, per una sensazione di inadeguatezza a creare e sperimentare ancora una ulteriore condivisione e partecipazione all’altro con tutte le sensazioni che questo può comportare.
Questo tipo di situazione, inizialmente forzata, diventa poi, con il tempo, una scelta, perché dopo tutto ci offre uno spazio senza possibilità di nuovi dolori e dunque sembra proporci una realtà non scelta, ma protettiva; è così che si passa da un primo livello di solitudine, ad un secondo, nel quale ci si isola dal mondo a favore di una finta realtà, priva di conflitti e apparentemente lineare e prevedibile.
Una realtà però che “non è umana”, che non rientra in quanto ci propone Osho, perché sopprime la nostra socialità.
Al contrario, esiste poi l’altra versione, cioè la solitudine desiderata o ricercata, come un profondo desiderio di stare con se stessi, di ascoltarsi ed entrare in contatto con l’intimità del nostro mondo interiore ed è quella di cui abbiamo comunque bisogno e di cui ci parla appunto il grande e versatile Osho.
La nostra realtà quotidiana ci propina, sicuramente, moltissimi modi e possibilità per stare con gli altri, per viverli, per incontrarli ed anche per farne un po’, a volte, indigestione: i colleghi, la vicina di casa, lo sconosciuto sul tram, il tizio che ci taglia la strada, chi ci chiede o pretende qualcosa, beh, diciamo che spesso sopportare le altre persone non è affatto semplice e così immediato, almeno per alcuni di noi.
Siamo in tanti, qualcuno dice troppi, e il contatto con gli altri può diventare a volte un fastidio.
E non solo gli sconosciuti a entrare nel nostro raggio d’azione affaticandolo, a volte sono anche o soprattutto i nostri genitori, i figli e addirittura il compagno che ci fanno desiderare di spostarci su un’isola deserta o in un monastero trappista, almeno per un po’. …
La loro assidua presenza ci fa venire la voglia di rinchiuderci in un manto protettivo di solitudine, perché succhiano energia in maniera dirompente.
Il continuo contatto con le altre persone e con il loro super controllo, il giudizio e le loro ingerenze è aumentato proprio con l’arrivo dei social network, che incessantemente ci rendono reperibili e quindi sottoposti allo stress dello sguardo esterno: loro ci raggiungono ovunque e senza tregua, in ogni istante e ci privano un po’ di noi e dei nostri spazi.
Questo può diventare pesante da sopportare, soprattutto per i nostri figli, gli adolescenti, che affrontano fasi in cui hanno bisogno di essere accolti, riconosciuti e quindi sono particolarmente sensibili al giudizio, soprattutto dei coetanei e poi sociale.
Anche noi adulti amiamo sentirci riconosciuti dalla società, e spesso ci pare di non esserlo e di non essere abbastanza gratificati.
Da qui nasce, a volte, la volontà di fuggire ed isolarsi, che si sta diffondendo sempre di più negli ultimi anni.
La solitudine è in realtà, sotto alcuni aspetti, una libertà, e prevede l’indipendenza dall’altro e l’autonomia, ma i dati scientifici ci dimostrano che l’isolamento sociale ha gravi ripercussioni sull’umore e sulla nostra salute, aumentando il rischio di malattie cardiovascolari, di alterazioni della pressione sanguigna, oppure del livello di colesterolo; è sempre lei che aumenta il livello di cortisolo, l’ormone da stress, portandoci alla famelica depressione.
Stare con gli altri è una condizione innata, naturale ed uscirne significa creare una situazione di squilibrio di cui il corpo e tutto il nostro essere ne risentono.
Qui nasce una delle tante contraddizioni nostre, umane, che, da una parte siamo animali aggreganti, da branco, infatti facciamo parte di una società, di una famiglia, di un ambiente di lavoro, ma dall’altra parte a volte cerchiamo la solitudine o se ci capita ci venga imposta, nostro malgrado, ci sentiamo poi soli e abbandonati, colpiti ingiustamente da una cattiva sorte.
Riflettiamo un attimo insieme.
Le comunità primitive erano composte al massimo da 35 persone.
La società umana, poi, dai primordi fino alla rivoluzione industriale, era incentrata su piccoli gruppi.
Quando si è in pochi ognuno svolge una funzione fondamentale per la comunità e diventa difficile uscire dal proprio contesto, quindi andare contro il gruppo stesso e per questo essere isolati.
Per accerchiare e uccidere un animale occorre essere un gruppo e lavorare assieme, da soli si muore di fame.
Poi questi gruppi iniziarono a radunarsi tra loro, e spesso le fusioni non furono indolori, basti pensare ai Dieci Comandamenti che nacquero proprio al unirsi delle tribù di Israele, per farle andare d’accordo servì addirittura l’intervento di una “legge divina”, ovvero regole che non fossero dettate dal gruppo più forte agli altri, ma che arrivassero addirittura da un’entità altra e superiore.
Però nei villaggi e nelle corti per secoli la società era comunque composta da gruppi raccolti.
Con la rivoluzione industriale e la concentrazione delle masse attorno alle industrie e la nascita delle città moderne il gruppo di allarga e nessuno è più indispensabile e valorizzato nella sua unicità.
Qui l’uomo accentua il suo smarrimento ed inizia un percorso in discesa, terrificante, sotto un certo aspetto, fino ad arrivare alle situazioni odierne, dove la realtà supera spesso l’immaginazione.
Presente ’hikikomori dei giovani giapponesi??
E’ un fenomeno sicuramente emblematico, che estremizza questa solitudine.
Questo fenomeno purtroppo si sta diffondendo anche in Italia, dove si risconta il più alto numero di casi in Europa.
Le camere dei ragazzi diventano un porto sicuro, un rifugio, da cui talvolta non vogliono più uscire, come fosse il ventre materno, quindi un posto dove ci si sente a meraviglia, senza ostacoli e aggressioni di alcun genere.
La solitudine che viene ricercata come fuga contro i mali del mondo, diventa allora il male più grave.
Molti lo stanno scegliendo, ma anche i nostri ragazzini non affetti da questa sindrome, trovano comunque la loro “camera” il luogo ideale dove isolarsi e astenersi dalle regole, leggi di casa.
Nelle città pre-industriali non ci muovevamo: se eri figlio di un contadino avresti fatto il contadino, se eri figlio di un artigiano avresti fatto l’artigiano, … ci si tramandava il ruolo di padre in figlio, come la più naturale delle situazioni, perché ognuno doveva portare avanti un tassello importante, che altrimenti sarebbe saltato e questo allora, ci appariva poco rispettoso, non umano, verso i genitori, quindi impossibile da pensare e mettere in pratica.
C’era un equilibrio che andava mantenuto.
Eravamo statici e questo non ci permetteva neppure e tanto quella evoluzione indispensabile per crescere ed essere noi.
Oggi questa impossibilità di “scalare” la società e aspirare a un miglioramento è vista come un limite per la nostra libertà individuale, però allora, quando il gruppo veniva prima del singolo, era una tutela.
Per chi?
Prima di tutto per la società, e indirettamente per l’individuo, che sapendo fin da bambino quale fosse il suo posto nella società non aveva ambizioni e quindi non aveva alcuna ansia sociale di dover dimostrare qualcosa agli altri.
Oggi, questo tipo di rinuncia è incomprensibile, non ci appartiene più, né sfiora le nostre menti, ma qualcuno sostiene che forse è stata proprio questa libertà a renderci più infelici.
In realtà questo era un passo necessario, che avremmo dovuto sperimentare da tempo, ma così non è stato, perché la gestione umana era volta a conservare per non creare il “nuovo”, la novità, perché ci spaventa e ci crea instabilità e quindi ansia.
Nelle società che ancora oggi rispettano ancora questi canoni pre -industriali non esistono lo stress da spaesamento e la crisi legata alla adolescenza.
Se ci pensiamo è molto strano questo meccanismo, ma è così.
Chi ogni giorno sa che se il campo non rende o se la caccia va male, lui e tutta la sua tribù potrebbero non mangiare, e quindi se fallisce nel proprio lavoro rischia la vita, è meno stressato di chi rischia al massimo una lavata di testa dal proprio capo.
Perché noi che abbiamo riscaldamento in casa, l’elettricità, acqua potabile, cibo di ottima qualità, medicine e molto più di quello di cui avremmo bisogno siamo infelici?
Perché gli abitanti di queste tribù che soffrono di freddo, di fame, torturati dal dolore dei denti mai curati e da un altissimo tasso di mortalità, perché sembrano più felici di noi?
Perché nella loro condizione c’è una forte rete spirituale e sociale attorno; loro sentono di appartenersi, si sentono parte di un gruppo, hanno valori diversi dai nostri, ma solidi, tanto che si sostengono e sanno che nessuno intorno li abbandonerebbe mai, perché ha bisogno di loro per la propria sopravvivenza, mentre noi siamo soli.
Come siamo messi noi?
Beh, se guardiamo ai Paesi definiti più saldi economicamente e più potenti, diremmo proprio, non troppo bene.
Negli Stati Uniti il 50,2% dei nuclei familiari è composto da una sola persona.
Una volta era normale vivere in case abitate anche da venti persone, con nonni, figli, zii, tutti assieme, oggi chi vive con i genitori da adulto viene additato e colpevolizzato dalla società, perché ritenuto non auto sufficiente.
Il nostro mito occidentale è ora quello che “ognuno deve bastare a sé stesso”.
Abbiamo apparentemente estremizzato tutto, perché in verità, nella realtà cosmica, avevamo bisogno di acquisire autonomia e crescere, ma secondo altri canoni, attraverso altre dinamiche e modalità, che non abbiamo ancora acquisito, scovato, né raggiunto.
Caduto il vecchio ciclo, naturale, in cui le famiglie vivevano assieme molto tempo, non solo per necessità economica, ma perché prima i genitori si prendevano cura dei figli piccoli, e poi i figli adulti si prendevano cura dei genitori anziani, un ciclo che sicuramente andava rivisto perché creava legami molto forti e limitanti a livello animico, impedendoci di essere e quindi di esistere al di fuori della nostra corporeità, non siamo riusciti a creare l’alternativa dinamica e necessaria.
Così, se è vero quindi che con gli altri è difficile convivere, che molti non ci piacciono, chi ci sono persone che ci irritano e ci fanno soffrire, è anche vero che non possiamo farne a meno in assoluto degli altri.
«Soli non si può stare», diceva il più poetico dei testi biblici, perché «se cade chi è solo, non ha nessuno che lo aiuti a rialzarsi».
Un tempo vivevamo una realtà familiare molto particolare e le davamo una forza unica, ma, smantellata siamo precipitati nel nulla e lui ci ha fatto crollare.
E’ indubbiamente vero, la società di un tempo viveva in funzione di tutte queste famiglie cristallizzate, ma ora??
Scomparsa quella struttura la società si è sgretolata.
Questa è la realtà di quanto avvenne.
Non entriamo ora nel merito di stabilire se fosse giusto o sbagliato, ma consideriamo che qualcosa allora, sicuramente non funzionava e c’era bisogno di una trasformazione, che l’Uomo rimandava da tempo e che oggi più che mai è in essere; noi dobbiamo partire da ciò che siamo, per procedere e costruire qualcosa di nuovo, unico, straordinario, ma dopo esserci ritrovati e aver scelto chi e come essere.
Se arriveremo a questo, non conosceremo la solitudine, quella solitudine che rende diverso perfino il cervello, di chi la subisce.
Ci sono due ricercatori che offrono un metodo per evitare l’isolamento, in 4 semplici passi, dopo avere studiato e voluto far luce sul funzionamento del cervello delle persone sole, le quali, a loro dire, in risposta a segnali negativi, hanno un’attività cerebrale molto più veloce e pronunciata, rispetto a quella di altri.
È come se le loro menti fossero “iper allertate” di fronte ad ogni tipo di pericolo o minaccia sociale.
Del resto, la solitudine è una spirale: chi si sente di essere isolato a sua volta diventa un isolatore di se stesso, inizia a sviluppare una serie di comportamenti negativi, con lo scopo di scansare gli altri, solo per evitare di essere rifiutato.
Una forma di difesa, che non fa altro che aggravare il nostro/ suo malessere di partenza.
Solitudine non significa stare da soli, ma è quello che sente chi è socialmente isolato, perché manca un collegamento tra le relazioni sociali che una persona vorrebbe e le sue vere relazioni.
Lo psicologo John Cacioppo ha elaborato quindi un metodo per aiutare le persone che soffrono di solitudine cronica ad uscire dal loro stato e a non commettere l’errore di isolarsi ulteriormente.
Ecco i quattro passi.
Egli ci consiglia:
- Espandi te stesso.
Cosa significa?
Semplicemente di metterci nella condizione di andare oltre, per esempio, quando veniamo invitati ad un momento conviviale, nell’accettare l’invito anche quando non ne abbiamo voglia.
Non possiamo fare rete se continuiamo ad isolarci o se continuiamo a vivere online, dove molte persone mostrano un’identità “non autentica”: dobbiamo metterci in gioco, sempre e comunque. - Elabora un piano d’azione.
Non basta rispondere e creaci una vita sociale a vanvera, rispondendo a caso agli inviti.
Non ci devono essere spazi relazionali gremiti di impegni ed altri morti, ma il tutto deve essere plastico, dinamico e spalmato, come dico io.
Prendiamo quindi un calendario e “mappiamo” la nostra vita relazionale/sociale.
Se abbiamo periodi bui, senza spazi di condivisione, proviamo noi, per primi, a prendere l’iniziativa e a pianificare qualcosa, invitando altri a divertirsi insieme a noi.
Siamo o non siamo artefici della nostra vita?
“La semplice consapevolezza che non siamo vittime passive e che abbiamo un po’ di controllo della situazione e che possiamo cambiare la nostra condizione cambiando i nostri pensieri, le nostre aspettative e i nostri comportamenti può avere un effetto incredibile”, farci uscire dal torpore e restituirci alla Vita e a noi stessi, quindi mettiamoci sempre in gioco. - Seleziona.
Sì allo stare con gli altri, ma scegliendo con chi stare, non creando un clima accomodante in cui includiamo tutto e tutti, senza criterio animico.
È importante passare del tempo con le persone giuste, quelle che condividono, possibilmente, i nostri stessi interessi.
Con gli altri posso avere momenti, ma non devono diventare la mia cerchia preferenziale, perché rischio di alterare i miei sistemi, in maniera panche ermamente.
Se non ci sono persone simili nella nostra vita, è forse arrivato il mitico, magico, straordinario momento di fare un po’ di repulisti e crearci un bel piano per incontrarle.
Questo significa andare nei posti giusti, dove posso trovare chi condivide i nostri pensieri ed è in sintonia con il nostro modo di essere.
Non posso trovare ambientalisti e animalisti, se frequento il circolo dei cacciatori
Il modo migliore per uscire dalla solitudine non è la quantità di rapporti che possiamo stringere, ma la qualità. - Aspettati il meglio.
Quando soffriamo di solitudine e viviamo isolati o con scarse relazioni, tendiamo ad essere ombrosi, scorbutici, diffidenti, quindi a leggere le azioni degli altri in modo sbagliato, tanto da pensare sempre e solo al peggio.
Se un amico o peggio un conoscente ci risponde male, se ci sentiamo soli, non tenderemo a pensare che può averlo fatto perché magari ha avuto una brutta giornata o era troppo impegnato o gli era capitato qualcosa, ma penseremo subito che ci vuole tagliare fuori, che gli stiamo antipatici, che si è stancato di noi e viaaaaa….
L’accoglienza e l’amorevole assenza di giudizio, vengono meno, e questo complica tutto, perché tendiamo a diventare orchi voraci, pronti a sbranare per un nonnulla il prossimo.
Per lo psicologo, è importante concedere agli altri il beneficio del dubbio.
Come siamo ci relazioniamo.
La mia bisnonna diceva che: ”Quello che abbiamo in negozio, vendiamo!”
Infatti se non ci fidiamo e siamo insicuri di noi, lo stesso facciamo con gli altri …
Invece, più riusciamo a scoprire buone qualità in noi stessi, più riusciamo a vederle anche negli altri, diventando positivi, attenti, amorevoli, misericordiosi, in senso positivo del termine.
E allora come e cosa fare?
Viere in rete, ma una rete reale, non solo e tanto virtuale, per crearci spazi aggregativi solidi, dinamici, costruttivi e proficui, sia dal punto di vista emotivo, che sociale, umano, in senso ampio…
Non isoliamoci!
Il cielo ci ha creato per vivere ed essere con gli altri e per gli altri, quindi impegniamoci a crescere ed amare, anche e soprattutto quando la vita è stata un pochino avara con noi.
Amorevolmente ti****degli AngeliRicordate la bellissima canzone di Marco??? 😊😊
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com


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