Senza dolore

Dove stai ti senti bene?
Beh, se stamattina la tua pelle ti risultasse un po’, diciamo “stretta”, sappi che faremo insieme una bella chiacchierata per vedere, se vorrai, come modificare le cose, per ritrovare serenità e libertà interiore ed esteriore.
La scelta spetterà a te, naturalmente, e la farai solo se ti andrà di rischiare di ritrovarti finalmente libero e sereno.
Chi di noi, almeno una volta, non ha realizzato di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato?
Stamattina oso e dico che in quel preciso istante l’Universo ti ha messo “nel posto sbagliato” per il momento giusto.
Perché?
Perché facendoti stare male, in realtà ti vuole solo smuovere e renderti consapevole che così non va niente bene ed è ora di cambiare.
Sei semplicemente in luoghi, anche emotivi e relazionali, che non rispecchiano il tuo vero sé, la natura profonda del tuo sentirti veramente e pienamente vivo nel mondo e con il mondo.
Lo so, lo vivo anch’io, non ne sono immune, anzi: non di rado, capita di far fatica nel resistere a circostanze e situazioni.
Sarebbe bello allora, e sicuramente più semplice, innalzarci leggeri e volar via, ma la realtà è diversa.
Qui siamo e qui dobbiamo restare.
Problema di base?
Ti ostini nel ricercare all’esterno ciò che invece, passo dopo passo, crei tu e non vuoi lasciare andare.
Ti agganci tenacemente, come l’edera al suo muro, a qualcosa che pur dandoti disagio, è la tua normalità, la tua “vita”.
Non si può rinunciare a ciò che si è costruito, con impegno e costanza, anche se è proprio ciò che ci fa male, che ci fa stare male, perché quel muro rappresenta il nostro sistema di sicurezza emotiva.
Ma ne sei proprio certa, ti?
Beh, io ti chiedo:
”Sei sicuro che stai scegliendo la tua felicità? Perché se questa è felicità, allora è tutto perfettamente ok nella tua vita e tu stamattina ti dovresti sentire vivo, vegeto ed allegro come un grillo.
Se tutto sta quadrando tu sei in “perfetta forma” fisica, emotiva, logica e il tuo senso di inadeguatezza allora non dovrebbe sussistere nella maniera più assoluta.
Ma se così non è, allora significa che te la stai raccontando, che stai scivolando via, pian piano, mentre intorpidisci sempre di più le tue belle ali e stai, in qualche modo, sfibrando la loro consistenza magica, impedendoti quindi di poterti muovere, librandoti leggero nell’etere. Perché?”
Per paura, rispondo io, per te.
Accade, infatti, che per paura di perdere la tua stabilità personale, ti “attacchi” a posti e persone, per stare immobile, fermo nella tua affettività.
Che senso ha tutto questo?
Beh,  il pregio è quello di renderti solido nel tuo senso di essere al mondo.
Guarda come ti esprimi, come ci esprimiamo molto spesso …
“Mia moglie”, “Mio marito”, “La mia ragazza”, il “mio compagno”.
In parole povere: il possedere ci dà l’idea, la convinzione, di avere 1 ruolo, di essere qualcosa e qualcuno, proprio in considerazione del fatto che rientriamo nella “normalità” sociale.
Tu credi che sia l’altro a darti visibilità, a renderti quello che sei, a darti forma e riconoscimento, mentre così non è, nella maniera più assoluta.
In realtà sui sei “dipendente dall’altra persona” e tra voi esistono dei lacci dell’attaccamento all’altro, che non favoriscono la tua massima espressione.
Spesso scambiamo l’attaccamento con l’amore, rimanendo nella gabbia inodore e incolore dell’infelicità, piuttosto che prendere atto che abbiamo la responsabilità di scegliere e decidere se rinunciarvi, per cambiare tutto, o restare e stare sempre peggio.
Eppure, amore e attaccamento non sono una cosa sola, ma due entità separate, reciprocamente antagonistiche.
Cosa provi se pensi al tuo futuro senza questo legame che ti fa sentire, comunque, prigioniero?
L“ansia da separazione” una molla terribile, che spesso fa rimanere le vittime vicine al proprio carnefice, facendogli preferire il peggio all’incognita del futuro.
E’ quest’ansia che ti spinge a creare e mantenere relazioni affettive putrescenti, ma esistenti.
E’ sicuramente un fenomeno strano e indubbiamente più complesso, rispetto a come io te lo sto proponendo,  e coinvolge meccanismi particolari e difficili da annientare, ma ne devi prendere atto, se vuoi cambiare qualcosa nella tua Vita e concederti finalmente di viverla appieno.
Prendila così, come la paura che può precedere un lancio nel vuoto dal parapendio: se ti fermi due secondi, due, a guardare di sotto, ti prende la tremarella e vorresti tornare indietro …, ma se segui la voglia di librarti nell’aria, allora ti lancia e ti concedi di sentire il vento sfiorarti e di guardare ogni cosa da un’altra prospettiva e di restarne ammaliato.
 L’ attaccamento è comunque un fenomeno eterogeneo.
Ne esistono diverse forme: quello per un figlio, oppure per un genitore, sono diversi tra loro e rispetto a quello per un amico, per la persona amata o per altre figure, ma sai, in ognuno scattano e interagiscono meccanismi che implicano il coinvolgimento di tanti fattori e di varie aree del nostro cervello.
L’integrazione tra i vari meccanismi che avvengono rapidamente dentro di te, prepara il tuo organismo a rispondere in maniera adeguata a situazioni di particolare vulnerabilità e per te, potenzialmente pericolose, capaci di scatenare reazioni di paura e di insicurezza.
Paura e insicurezza?
Non sia mai!
Una parte di te le reputa sensazioni non buone, sensazioni che ti destabilizzano, che destabilizzano il tuo senso di essere al mondo, quindi da evitare nella maniera più certa ed assoluta.
Hai paura di trovarti da solo e di dover camminare sulle tue  gambe,  seguendo un’autentica direzione di vita.
Per questo, il più delle volte, scegli di restare, di non metterti in gioco, di rimanere in una situazione di comfort emotivo, perché anche se ci stai male, il risvolto della medaglia pensi che ti causerebbe sofferenza e pensi che non ne valga la pena.
Ma tristezza, ansia e angoscia sono sofferenza e tu le stai già comunque sperimentando, ogni giorno, ora, istante.
Però le conosci e ti racconti che ci sono anche momenti belli, momenti che tutto sommato vale la pena vivere e che quindi ci si può anche adattare, perché la vita è fatta così non si può avere tutto, né pretendere la luna …
Attingi dalla saggezza popolare pur di evitarti il grande “salto”.
E se invece te ne andassi?
Staccarti da ciò che ami e ti rende sicuro è subito sofferenza, una sofferenza più acuta, perché legata all’ignoto: ti vorresti staccare da ciò che conosci nei minimi dettagli, per  ciò che non riesci nemmeno ad immaginare.
Brrrr… sicuramente un brivido folle ti corre lungo la schiena.
È quindi l’attaccamento che determina il tuo malessere, è il sintonizzarti sempre sulla solita frequenza, su una determinata frequenza che perpetua la sofferenza, rendendoti vittima passiva del dolore, incapace di staccartene, di scioglierti da lei, o meglio da chi è causa di ciò.
Valuti sempre che sia meglio, in fin dei conti, restar fermo in una situazione che conosci, sebbene di afflizione, di tormento, di insoddisfazione, piuttosto che muoverti, cambiare e stare, come credi e ti racconti, ancora peggio.
Se sei maschio, questo è più facile e lo si vede: sono pochissimi gli uomini che, pur disamorati della compagna, mollano la situazione vecchia, per il nuovo.
Sono molto più opportunisti e  fifoni  rispetto a noi donne, bisogna riconoscerglielo, mentre noi donne siamo più credulone e più votate alla sindrome della crocerossina fallita.
In realtà  la sofferenza, che sperimenti, nasce dalla tua mancanza di una profonda accettazione della verità, nasce dalla tua paura del dolore  di dover rinunciare alla propria libertà attuale, nasce dalla paura di aprirti al nuovo e riscoprirti diverso, in preda al grande oceano della vita che si muove e su cui la tua mente, nel momento del taglio netto con il presente,  non avrà controllo e questo è destabilizzante, terribilmente destabilizzante e terrificante.
La sofferenza non è il sentiero verso una futura solitudine, toglitelo dalla testa, ma è, al contrario, un invito alla tua libertà e al benessere presente.
Ma è proprio qui, nel cuore del ciclone, quando la paura imperversa che puoi ritrovarti e ritrovare tutta quell’energia necessaria per dispiegare le tue ali, per spiccare il volo.
E l’amore diviene il tuo trampolino di lancio.
Quando sperimenti l’Amore, quello vero, allora partecipi ad un’altra realtà e dimensione.
E’ grazie a lui che puoi recidere le funi forti e tenaci dell’attaccamento, per concederti di vivere serenamente le relazioni e le esperienze che la vita ti riserva.
E’ lui, l’Amore, quell’Amore che assolve la sua funzione di guarigione perché è e diventa un vissuto sano, un vissuto che non ti inchioda in un rapporto con l’altro, che ti infonde solo sicurezza e non ti obbliga a nulla, e ti si offre gratuitamente, permettendoti di viverlo nella maniera più autentica e libera, in modo da favorire la tua crescita più profonda, che può essere per te la vela giusta, per trovare ed avere finalmente il coraggio di salpare e di concederti ciò che ti sei sempre negato.
Amorevolmente ti

Fortunato & Fortunato

In questi giorni ti passa spesso per la testa un modo di dire piuttosto ricorrente tra le persone:
”La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede bene”?
Allora oggi ci divertiremo a pensare un pochino a questa tua modalità di osservare la Vita e le tue giornate.
Già, a volte avrai avuto veramente la sensazione che la sfortuna sia peggio di eros, cioè dotata di una mira inimmaginabile, perché nella tua quotidianità, hai avuto la sensazione o la certezza che i casini si stiano infilando uno appresso all’altro.
Possibile che le belle giornate siano così poche, mentre quelle pesanti e poco proficue, così numerose?
In realtà se e quando la Vita ti sorride spesso ti sembra che sia per prenderti in giro, perché a brevissimo ti colpirà a tradimento e in maniera pesante.
Mai sentito il proverbio:
“Quando la Vita ti sorride non lo fa a te, ma a chi sta alle tue spalle”?
Sono frasi fatte, che spesso gli altri ti dicono o che tu stesso avrai detto in alcune circostanze, convinto che quando nasci male, muori male.
Ma non è così.
La vita complicata non è, grazie a dio, una questione di genetica, come pensiamo, né di ruoli, come ci viene fatto credere da parecchio tempo, con una sorta di “educazione” alla povertà, alla cattiva sorte, alla piccolezza interiore ed esteriore.
Intere generazioni sono cresciute all’ombra di Calimero, il pulcino piccolo, sporco e nero, oppure di Fantozzi, l’impiegato a cui non ne andava bene una.
Che tipo di immagine d’uomo ti facevano passare attraverso la tenerezza o tra una risata e l’altra?
Due immagini pessime.
Rappresentavano chi non ha nulla di bello, non sa fare una cosa giusta e viene deriso e preso di mira, nonostante le buone intenzioni, un po’ da tutti.
E Paperino? Il Papero portavoce degli sfortunati?
Sono stati moltissimi i personaggi così, i protagonisti di fumetti, cartoni animati e film con il master di “sfigati”, per eccellenza.
E il fortunato? Non esisteva?
Esisteva, esisteva, ma nella sua rarità, sembrava impossibile da raggiungere e da emulare.
Il fortunato era una specie di Arsenio Lupin della fortuna, uno a cui tutto, ma proprio tutto, girava sempre  e solo per il giusto verso, già, ma lui era lui, quindi, non poteva che essere così.
Anche tutto questo ha a che vedere con la  nostra “etichettatrice sociale”, che spalma e distribuisce cartellini a destra e a manca.
Non ti accorgi, ma ti hanno fornito di questo piccolo aggeggio, mentre crescevi, ed oggi, dentro ti si attiva in automatico, in maniera inconscia, come capita ai più, perché si muove sulla base delle convinzioni che vengono dal tuo passato e dalle persone che ti hanno allevato e quindi influenzato.
E tu giudichi, etichetti, te stesso e le altre persone.
E’ semplice: c’è chi è più fortunato e chi meno.
Perché questa classifica?
Per proteggerci.
Se vedi una persona brillare, subito pensi che sia e sia stata fortunata e così facendo ti schivi ogni responsabilità di altra natura.
Quale?
Semplicemente che lei si sia attivata per ottenere quello che ha raggiunto, già perché dietro ogni bersaglio in realtà si cela una freccia scoccata, con precisione, determinazione, voglia di fare centro, non della fortuna, ma proprio di quella persona.
Lei ha agito e quindi ha ottenuto.
Noi invece parliamo come se tutto fosse il frutto di un gesto della fortuna o della sua rivale, cioè della sfortuna.
La fortuna nella tua testa è un qualcosa di esterno, di ingestibile, di non controllabile, qualcosa che ti fa piovere addosso il meglio o l peggio senza alcuna tua responsabilità, mentre in realtà non è così che funziona.
Niente è fuori dal tuo controllo, dal nostro controllo.
Queste convinzioni sono il frutto di condizionamenti sociali non indifferenti.
Tu vedi una persona che ottiene un buon risultato?
Ti piacerebbe essere come lei e farcela esattamente come lei, ma ti sfugge come e cosa potresti e dovresti fare per ottenere tutto questo, per cui arrivi a dirti che quel traguardo lei lo ha tagliato, suo malgrado, semplicemente perché la Fortuna glielo ha permesso.
Ma così non è.
Una persona ottiene quando lavora su un certo fronte, programma, si attiva, si documenta, cresce, spera e ci crede.
E’ stata fortunata? Dirlo ti scarica da ogni responsabilità.
Quale?
Per esempio di capire cosa potresti fare tu per ottenere la stessa cosa.
Oppure cogliere dove scivoli e quindi sbagli il tuo bersaglio.
Tutto questo significa metterti in discussione, significa controllare il tuo operato, rivedere  i tuoi passi, lavorare e scovare le criticità ed i punti di forza di tutto quello che fai.
Impegnativo?
Sì, soprattutto se fai parte della folla immane di persone che guardano la vita dal “divano” e tutto ciò che esula dalla mediocrità e ripetitività è opera della fortuna.
Il concetto “fortunato”, “sfortunato” terrorizza l’intera popolazione, le masse.
La gente pensa che senza la fortuna nulla al mondo sia possibile e questa tipa ( la fortuna appunto), la viviamo come un qualcosa di talmente esterno a noi, d’averla nel corso del tempo raffigurata come una donna, perché nell’immaginario collettivo, noi siamo volubili e imprevedibili, cicliche, e dipinta, raffigurata.
Le abbiamo dato un corpo ed un volto perché per noi, nel nostro immaginario lei esiste, c’è e ci rompe in continuazione, dandoci una Vita squallida o superba, ma così non è.
Si tratta di un “condizionamento sociale”, che ci viene passato durante la nostra crescita e che poi va lentamente abbarbicandosi in noi e prendendo piede e forza.
E’ così che a volte ti sfugge il bello di quello che ti accade, ti manca la “visione d’insieme”, perché tendi a vedere ogni singolo fatto fine a sé e non riesci maia cogliere come nel complesso tante cose siano cambiate nella tua vita, rendendola ogni volta più perfetta.
Già, più perfetta.
Quando accade qualcosa che ti priva di una “fune a cui ti aggrappavi” , una specie di maniglia, che rendeva la tua esistenza tranquilla e metodica, tu barcolli, perdi per un attimo l’equilibrio e pensi che la Vita sia veramente dura, meschina, ingiusta, perché permette alla fortuna di toglierti ciò rendeva le tue giornate serene.
In realtà la Vita insieme con il cielo, visto che come atleta, era in “pensione” e non stavi più progredendo, perché quel traguardo lo avevi tagliato, vissuto intensamente e a lungo, fosse giunto il tempo di rinforzarti ulteriormente, di farti riprendere le gare e quindi gli allenamenti per raggiungere nuove meravigliose prestazioni.
Un atleta non smette mai di allenarsi e pretende da sé sempre il meglio ed il massimo.
Noi invece, vogliamo l’eccellenza seduti in panchina.
Corri, ti alleni per raggiungere un traguardo e una volta ottenuto, credi che ora sia così per sempre, senza più muovere un solo dito, ma così non è.
E’ la malattia più diffusa.
Hai un lavoro?
Deve rimanere quello, immutabile, per sempre.
Una moglie, una persona che ti ama?
Un compagno o un marito?
Lei è tua, lui è tuo e stop.
Perché dovrebbe essere diversamente da così?
Qualsiasi cosa in natura si muove e si trasforma, ma tu pretendi per te, che sei parte di  questa Vita, la fissità, l’immobilità, e così chiedi la non vita.
Ciò che non si muove è privo di vitalità: è morto.
E’ questo che desideri?
Se distogliessi lo sguardo dagli altri e ti allenassi a guardare le meraviglie che hai saputo ottenere attraverso gli anni e le volte in cui sei stato fatto cadere dal divano e te lo sei dovuto riconquistare, forse capiresti chi eri, com’eri e chi sei e come sei oggi e ti accorgeresti che nessuno di noi è sfortunato e tu per primo.
Quanti bei riconoscimenti.
Quante vittorie, piccole e grandi.
Quanti passi hai compiuto per giungere fino a questo momento.
Le difficoltà ci sono state, ma tu le hai superate tutte.
Nessuna esclusa.
Qualcuna in maniera mediocre, forse, ma tante in modo veramente positivo.
Ti capita mai di dirti:” Io ho fatto questo? Ma come ho fatto? Dove ho trovato la forza? Dove ho trovato il tempo? Come è stato possibile?”
Se ci pensi, tu sei molto Fortunato!!
Sei fortunato anche solo perché sei Unico!
Sei fortunato perché stai bene, sei in Vita!
Sei fortunato perché hai ancora, anche oggi, la possibilità di costruirti il tuo futuro.
Sei fortunato perché ogni giorno puoi imparare qualcosa di nuovo.
Sei fortunato perché quello che la vita ti ha affidato, solo tu lo sai fare e lo potrai fare, perché dentro di te hai delle doti innate, hai doni unici e li devi usare, li devi giocare, per fare la differenza.
Cosa ti manca ancora?
Forse il “prenderti la responsabilità”.
Presente la frase di Seneca iniziale?
Lo aveva già colto lui, tantissimo tempo fa e noi siamo qui ancora a disegnare e a pensare ad una donna bendata.
Cosa devi fare?
Prendi il pieno controllo di te, della tua Vita.
Come?
Facendoti il mazzo!!
Gli Arcangeli non mi hanno fatto perdere nessun allenamento e quello che sono, lo devo proprio a quello, mentre ricordo che varie conoscenti mi ripetevano che se stavo con loro, la mia Vita doveva essere una super strada in discesa.
Nulla di più sbagliato.
Se devo risvegliare in te ciò che dorme, devo conoscere chi sei, cosa puoi e dove e come le cose non quadrano e come fare per ristabilire tutto al meglio.
E’ così che io posso lavorare in sinergia piena con loro per te, altrimenti disobbedirei, ti compiangerei e non saprei da che parte incominciare.
Un vero allenatore è stato prima un corridore.

Ricordatelo.

  • Inizia a sfidarti.
  • Inizia a costruire il nuovo, nuove consapevolezze.
  • Inizia a vederti in modo più positivo.
  • Inizia a valutarti al meglio.
  • Inizia a guardare in modo corretto anche ciò che ti circonda.

Così e solo così inizierai ad attrarre a te esperienze migliori.
Esperienza dopo esperienza diventerai un coach e potrai allenare altre persone e creare una rete virtuosa con chi condivide le tue stesse modalità o con chi desidera farlo, attivandosi al meglio, non fingendo di cercare e poi tralasciare tutto.
Sii sempre più consapevole di essere magnifico, di essere una persona Fortunata.
Quindi non aspettarti che una bella mattina ti suoni al campanello di casa la “dea bendata” per portarti in dono la sua cornucopia.
Perché, se tutto ti va bene, aspetterai in eterno.
Inizia!
Inizia ora!
Inizia in questo stesso istante, oggi!
Credi in te!
Perché se togli gli occhiali ed inizi a guardare oltre, a prendere in ano la tua Vita, ogni giorno sarà, anche solo per uno o cento motivi, il tuo giorno Fortunato.Con Amore ti

Il miracolo delle piccole cose

fioripesco

“Il vero miracolo non è volare in aria o camminare sulle acque,
ma camminare sulla Terra.”

Siamo stati guidati, nel tempo ad attendere e desiderare sempre le cose eclatanti  e a dare poco peso alla vita normale e ai suoi accadimenti.
Così ora, come fossimo un’Umanità di  bambini con il naso in aria, quando si parla di evoluzione e di Spiritualità cerchiamo  il miracoloso, attendiamo i  fatti “soprannaturali” come la levitazione, le statue che piangono, le guarigioni improvvise, le visioni, le apparizioni, le profezie, e non sembriamo cogliere la bellezza della normalità, tanto meno assaporarla e viverla in modo intenso e costruttivo.
Anche la notizia choc, il culto del forte, del macabro, che ci viene sbattuto in faccia a tutte le ore della giornata, rientrano  in Leggi tutto…

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