Da alcuni giorni sto riflettendo parecchio, a proposito del cambiamento in essere.
Si tratta di un cambiamento talmente sottile e “velato”, che la maggioranza delle persone, prese dal problema sanitario, paiono non coglierlo e reclamano solo un ritorno alla normalità.
Quale normalità?
Sembra che in noi non sussista nemmeno lontanamente la percezione che ogni fatto, ogni evento “trasforma” la realtà, impedendole anche fisicamente di rientrare nella condizione antecedente.
Io lo sperimento in ambito lavorativo, dove si sta tentando tenacemente di mantenere in essere il “vecchio”, facendolo passare per nuovo, solo aggiungendovi mille altri “ingredienti”.
Ogni azienda odierna, scuola inclusa, ha bisogno di leader rinnovati, perché abbiamo bisogno di far emergere la nostra “spiritualità” e di creare una sinergia tra le nostre varie parti, vale a dire tra mente, cuore, anima. Tutto questo è indispensabile per questo nuovo cammino.
Mentre rifletto e rivisito le situazioni in essere, metto sempre più a fuoco come coloro che ricoprono funzioni di responsabilità, debbano avere, oggi più che mai, una capacità straordinaria di saper gestire il cambiamento in una modalità inconsueta e mai sperimentata prima.
Lo so, quello che percepisco è un qualcosa di veramente complesso, una sorta di gerarchia con all’apice una figura leader, come ho già scritto, veramente versatile e creativa.
Se cerco di immaginare questa “nuova figura”, io penso alla scuola, ma questo credo valga in ogni ambito e settore produttivo.
Il profilo, di chi è a “capo” di qualcosa oggi, è di una complessità positiva, che supera in maniera inimmaginabile tutte le competenze a cui siamo e veniamo preparati, come utili e indispensabili per espletare tale incarico.
Un po’ in tutti gli ambiti, ci viene richiesta fondamentalmente dall’Universo una conversione personale, veramente profonda e indispensabile per poter strutturare in maniera nuova, creativa e funzionale la scuola, come la sanità, come qualsiasi altra piccola, media o grande impresa.
Tu devi cambiare per giungere alla consapevolezza che il posto che ricopri è di vitale importanza ai fini di un cambiamento “ri-generante” interno e di conseguenza sul mondo esterno, quindi su tutto quanto ci circonda, mondo del lavoro ed economia inclusi.
Se riscopro la mia interiorità e il valore che io possiedo, colgo cosa devo realmente fare per il bene dei miei collaboratori e dei miei utenti, che si chiamino studenti, pazienti, clienti o in altro modo.
Riscoprire sé è indispensabile per mettersi in gioco, altrimenti tutto ciò che penso di creare o mantenere strenuamente in vita è destinato a fallire tragicamente.
Quello, che invece viene fatto, realmente, è di cercare di portare in secca l’imbarcazione in cui si è originata una falla, per procedere al suo recupero, utilizzando le tecniche e i materiali di un tempo, per rimetterla nuovamente in mare in breve tempo.
Questo, nella logica comune, è l’efficienza.
Ma il mare odierno è cambiato e le onde, forse meno tempestose, sono più subdole e non possono essere affrontate se lo scafo dell’imbarcazione non viene riadattato, a breve, ai nuovi “marosi”, che lo attendono. Detto in altro modo, bisogna creare le condizioni per avere imbarcazioni “umane” che stiano bene dentro, cioè che sappiano prendersi cura di sé nella propria interezza e abbiano quindi un corpo, una mente, uno spirito, un cuore, diciamo tutta la propria parte psicofisica, ben allineata e pronta alle onde.
Per fare questo è indispensabile un lavoro coeso, di squadra, è essenziale.
Questo significa, e io penso all’ambito nel quale lavoro, che ci debba essere coesione interna allo staff e coesione con chi opera sulla medesima utenza, vale a dire le famiglie.
Se le famiglie sono in uno stato di sofferenza che non giova, vanno supportate.
Se i docenti si trovano a fronteggiare sempre più casi “umani” faticosi, vanno accompagnati, ascoltati e sentiti veramente.
Se usciamo da questa sorta di “struttura dell’apparenza”, nella quale tutto è frammentato, riusciremo a fare qualcosa di buono, di creativo, di rivoluzionario, di accrescitivo, di veramente sostenibile e quindi di proficuo e “creativo”, non solo e tanto per i lustri terreni, quanto per i “piani universali”.
E’ un momento storico unico e positivamente straordinario, perché ci viene chiesto di cambiare, al tempo stesso, noi stessi e di cambiare il mondo, quindi di mettere in atto due forme diverse di movimento, come fossero un moto di rotazione e di traslazione insieme.
Chi dirige ha in mano un potere “enorme” in questo periodo, ma non pare avvedersene, almeno non per creare miglioramenti indispensabili.
Il potere che possiede non sta nell’essere in grado di ordinare ed essere obbedito, pedestremente obbedito, ma nel saper creare un lavoro univoco, di squadra, una squadra che lavoro in maniera empatica.
Nello stato attuale dei fatti, questa sorta di sistema manageriale distorto, ha fatto sì che ogni azione risultasse sconclusionata, incomprensibile e non portasse a nulla di veramente incisivo e chiaro, proficuo.
Come mai?
Immaginiamo di dover preparare un dolce nella cucina di un grande ristorante.
La ricetta viene scelta, con cura dallo chef e condivisa con i suoi diversi aiutanti, coinvolti nella produzione del dolce.
Essa prevede una certa quantità di ingredienti.
Per ogni singolo ingrediente è prevista e indispensabile una certa grammatura, che va rispettata per ottenere un buon prodotto, piacevole alla vista e squisito al palato.
Oltre all’elenco degli ingredienti e alla grammatura lo chef, dà indicazioni precise al suo staff, su come procedere, cioè quale ingrediente mettere prima nella terrina per la prima lavorazione, e cosa aggiungere a mano a mano e come fare, perché non si formino grumi nell’impasto e non ci siano reazioni strane.
Tutto è indicato con molta attenzione, con presenza e partecipazione “diretta” a quanto succede all’interno della cucina.
Quel dolce è il risultato di un lavoro di “squadra”, fatto con attenzione somma, sia verso gli ingredienti che nei confronti della procedura, la quale racchiude tutto l’amore per il cibo, il desiderio di creare sì un prodotto che piaccia, ma che dia anche benessere al palato dell’ospite.
In questa cucina si osserva il dolce fino al suo consumo.
Le variazioni, se ci saranno, avverranno sì in base al rimando ottenuto dai clienti, ma anche dall’osservazione diretta delle diverse persone che fanno parte dello staff.
Cosa si deve offrire al cliente?
Un prodotto dolciario, che sia migliore, rispetto a quello consumato ordinariamente a casa, quindi che svezzi il suo palato, facendolo crescere ed apprezzare la novità, il benessere, per creare un “buon gusto” culinario.
Il cliente non è venuto per mangiare la stessa crostata della nonna, per quanto buona possa essere, ma per vivere, magari inconsapevolmente, un’esperienza comunque accrescitiva, qualcosa che possa portare con sé, rientrando a casa, di utile e positivo.
Anche come impiattare, risulta quindi di grande importanza ed efficacia visiva.
Il buon nome del ristorante è quindi sostenuto da tutto questo ed è anche frutto di un processo creativo e amorevole.
Oggi abbiamo palati celiaci, intolleranti, vegani, vegetariani, normali, insoddisfatti, lamentosi, frettolosi, comunque indubbiamente difficili da soddisfare.
La bravura dello chef sta proprio nell’abilità di offrire un qualcosa di straordinario, che faccia stare bene e faccia migliorare la persona.
Questo rientra nelle sue competenze specifiche e per tanto non può sottostare alle pure e mere richieste del cliente.
Immaginiamo cosa potrebbe succedere ora dentro questa cucina di fronte ad ogni nuovo ordine, dietro il quale c’è una persona con un palato diverso, particolare e lo chef partisse con la paura di incappare in qualche sorta di lamentala e di problematica.
Lo chef parte dalle sue conoscenze, dalle sue competenze, dalle sue abilità e con amore le mette al servizio del cliente, per farlo stare non bene, ma meglio, non per guarirlo, ma per aprirgli nuovi orizzonti.
Il cuoco, il maestro pasticcere, non crea quel dolce per mettere a tacere il cliente, ma per offrirgli qualcosa di eccellente, qualcosa di positivo per il suo palato, qualcosa che quella persona probabilmente, da tempo, ha scordato, perché la malattia lo ha magari colpito e portato a scelte alimentari nuove sì, ma costrette, quindi faticose.
Da tempo magari non assaggia qualcosa e questo gli sta facendo sperimentare la fatica, la privazione e crea in lui insoddisfazione, insoddisfazione che ora questo dolce proposto con garbo, in una versione nuova e compatibile, va a compensare, a rimuovere, per offrirgli quel piacere di cui si stava privando da tempo.
Quel dolce gli cambia la giornata e rispetta il suo benessere.
Ecco allora che allo chef viene chiesto di saper creare un unico prodotto versatile, un dolce che andrà ad offrire al suo cliente, senza ansie, perché ne conosce tutte le caratteristiche, e sa perfettamente che quel dolce potrà mettere d’accordo le esigenze del palato e il benessere di chiunque.
Un leader, in cucina, crea un incontro perfetto tra il gusto, la passione e l’ amorevolezza per il sapore, in un mix di fantasia, creatività ordinaria e straordinaria.
Tutto questo crea e offre un prodotto “buono”, un frutto capace di piacere al palato di tutti i presenti, e di aprire nuovi orizzonti a ogni tavolo, nel pieno rispetto del benessere di ogni singola persona.
L’insoddisfatto? Sì, ci può essere, ma sarà un caso limitato e non lo turberà.
Allo chef viene chiesto di avere chiaro cosa serve, di nutrirlo dentro di sé, per poi poterlo trasformare in indicazioni chiare e corrette ai suoi dipendenti e poi in ordini precisi, attenti e proficui.
Sicuramente non potrà far cambiare continuamente grammature, ingredienti e tempistiche, in modo convulso e casuale, a seconda dei clienti presenti in sala.
Lo chef, come tutti i leader, deve avere la capacità di operare un cambiamento “amorevole e creativo” interiore, sapendosi staccare anche dall’idea consolidata di un suo prodotto antecedente, per soddisfare le esigenze dei nuovi palati, palati che sovente non possono mangiare un prodotto tradizionale, per problemi specifici di salute o di altra natura.
Se lo chef desse ordini e contrordini, in continuazione, facendo variare gli ingredienti, le tempistiche e la grammatura, in itinere, cosa accadrebbe?
Ora, prima di essere leader noi siamo sicuramente delle persone, siamo esseri umani, e ciò che nasce dalle nostre mani ci rappresenta, ci esprime.
Se dentro viviamo in uno stato di confusione, agiamo di conseguenza, disperdendo le nostre energie.
In questo modo creiamo malumori esterni, per esempio tra il personale e/o tra i clienti e quindi, di rimando, anche interni, che si sommano al senso di impotenza di partenza.
Creiamo confusione.
Oggi c’è confusione.
Ritorniamo all’esempio delle barche.
Ogni barca danneggiata richiede un rimessaggio.
Le barche sono molte e ogni volta si tenta di chiudere la falla, ma è sempre più ampia e sempre più faticoso prendersene cura.
Il pescatore attende la sua barca, che poi guiderà di nuovo nella solita modalità, quella che lo ha portato a sbattere da qualche parte, procurando quel danno allo scafo.
Lui si prende cura della sua barca, esattamente come gli è stato insegnato da suo padre o da suo zio, il quale lo aveva appreso a sua volta da suo padre.
Il mare oggi è però diverso, è più insidioso.
Il pescatore tra secche e marosi, venti nuovi, cozza di nuovo e si adira con chi lavora all’interno dello squero o nel cantiere e che gli ha riparato lo scafo.
Un tempo lo scafo avrebbe retto a una situazione di questo tipo, oggi no.
La barca sta male e imbarca acqua.
Il pescatore è indotto a credere che i materiali utilizzati per le riparazioni o le modalità impiegate siano scarse e infruttuose.
D’altro canto, nel cantiere si tende a pensare che il pescatore sia incapace di gestire la sua imbarcazione e questo viene avvertito dall’interessato, il quale parte, si relaziona, con una modalità più aggressiva.
Si crea un ciclo vizioso e improduttivo, con un grosso dispendio di energie e tanto malumore.
Di fondo regna il malumore generale, che si traduce poi in un passaggio di richieste rabbiose, aggressive e inconcludenti, tra le diverse parti coinvolte.
Il datore scarica sui suoi lavoratori la sua frustrazione, ritenendoli incapaci di farsi carico di questo lavoro.
Da parte loro gli operai mettono in campo tutte le loro risorse, ma la falla è grande e quella che ai loro occhi appare come l’imperizia di chi si serve della barca, porterà la toppa, con qualsiasi materiale essa venga fatta, a cedere, procurando quindi un’altra situazione spiacevole.
Cosa serve? Unire le forze, mettendo tutte le informazioni in comune, prima di procedere al restauro.
Serve cambiare strategia, per ottenere nuovi risultati.
Bisogna osservare con attenzione il mare, i comportamenti messi in atto durante la navigazione, il tipo di imbarcazione, di scafo e i materiali che lo caratterizzano, le tecniche disponibili per riparare lo scafo, i materiali soprattutto quelli nuovi che il mercato propone e tutto per creare una sorta di rimessaggio “curativo” definitivo e proficuo.
Come in cucina.
Ecco! Il leader di cui necessitiamo oggi deve avere la “semplice” consapevolezza interiore che serve questo per creare un equilibrio esteriore e consentire a tutti, oltre che a se stesso, di stare bene.
Un altro aspetto che ci manca è quello di avere ben chiaro qual è lo scopo della nostra vita.
Apparire?
La ricchezza?
Occupare la prima pagina del mondo che mi circonda?
Qual è lo scopo della mia vita?
Qual è il senso delle fatiche che mi trovo ad affrontare ogni giorno?
Per cosa vale la pena che io viva?
Ci sono degli aspetti, degli ideali, dei valori, dei sogni, qualcosa che va oltre me stesso e per cui sono venuto?
Che legame esiste, oggi, tra me e loro?
Li metto in gioco in ciò che faccio?
In questo momento è stato sollevato un tale polverone, che fluttuiamo al suo interno, dimentichi di tutto questo.
E’ come se vivessimo in una sorta di sogno senza tempo, senza più pensare che tutto potrebbe finire da un istante all’altro e che la montagna che desideravo raggiungere, forse è ancora là, ben distante da me, esattamente dove l’avevo immaginata la prima volta.
Proviamo a chiederci se la nostra vita fisica dovesse spegnersi proprio in questo preciso istante, la nostra Anima sarebbe soddisfatta?
Avrebbe raggiunto il suo obiettivo?
Negli anni che abbiamo trascorso qui, in questa vita, abbiamo permesso alla nostra Anima di attivarsi?
Ci siamo battuti per dare forma e vita a quei valori, quei sogni, quegli ideali che la nostra Anima racchiude dentro di sé e che sono specchio di chi l’ha originata?
Ora come ora, umanamente, abbiamo perso la meta.
Lo so, me ne accorgo, che oggi avere una meta e sapersi orientare, sapere dove la nostra Anima, vuole condurci, è sicuramente difficile.
Camminare per lei ci richiede coraggio e una grande consapevolezza.
Significa sovente andare contro il cammino ordinario e andare a sbattere contro il gregge che procede unito e compatto, senza chiedersi mai nulla.
Solitamente è quando il cielo ci manda la precarietà di una malattia o l’insicurezza dovuta alla perdita di un lavoro o alla fine di una storia d’amore, che noi ci riappropriamo del nostro vero senso dell’esistere o quanto meno abbiamo l’occasione per farlo.
Lì sta la possibilità di riscattarci e fare finalmente il giusto, il dovuto.
Lì troviamo la forza per farci carico delle nostre vere responsabilità verso noi stessi e gli altri.
Come deve essere oggi un buon leader?
- Un buon leader è capace di sognare.
Un buon leader deve essere capace di sognare, perché se non sogni, non visualizzi il risultato e rimani immerso nell’energia e nella polvere odierna.
Devi immaginare, visualizzare la tua montagna.
Se non immagini e non tieni gli occhi puntati sulla meta, ti ritrovi a osservare ciò che ti sta intorno e quindi temi e ti muovi con cautela, cercando di non urtare nessuno, di non emergere dal gregge e ti comporti come uno chef succube del cliente: ordini, poi dai un contrordine, poi fai modificare gli ingredienti, poi chiedi che dall’impasto venga addirittura tolto quell’ingrediente, ma vista l’impossibilità a farlo, urli e imprechi contro i tuoi aiutanti.
Tu sei adirato e loro esasperati.
Chi sogna non teme, ma parte con la speranza nel cuore e osservando il suo obiettivo, l’unica cosa che per lui conti e verso la quale non nutre il benché minimo dubbio. Anzi: parte con la convinzione che potrà solo tagliare il traguardo. - Un capo crede e perché crede ottiene.
La paura non lo tocca, perché non vive dei pensieri altrui.
Sa che a lui è dato raggiungere l’irraggiungibile se solo tiene gli occhi fissi sulla meta. - Un leader si prende cura di chi lavora con lui.
Questo richiede una profonda “umanità”. Un leader è una persona che lungo il suo passaggio attraverso il dolore, ha scoperto di essere una creatura umana, quindi si è ritrovato vulnerabile e mortale, proprio come tutti. E ne ha tratto grandi insegnamenti.
Questa “scoperta” ora lo porta a guardare chi ha davanti, di chiunque si tratti, attraverso gli occhi del suo cuore.
Egli lavora con la consapevolezza di essere tra altri esseri umani, esattamente vulnerabili come lui, persone che sperimentano la fatica, il dolore, la sofferenza e spesso il dubbio.
Questa consapevolezza è la sua forza e gli permette di cambiare il suo modo di approcciarli e di creare relazioni convenienti, nel senso di creative per l’ambiente. - Il vero leader sa assegnare il giusto incarico a chi lavora per lui.
Ogni lavoratore è dislocato in un ambito lavorativo, adatto alle sue competenze, ma anche al suo carattere e alla sua intelligenza emotiva, oltre che razionale; questo crea un ambiente coeso, proficuo e creativo.
Perché le cose a volte non funzionano?
Semplicemente perché a volte, tu trovi la persona sbagliata a svolgere un certo lavoro e questo rallenta e crea danni.
Una persona con un carattere introverso, musone e comportamenti solitari, se la posizioniamo dietro un banco, a gestire il pubblico, sicuramente non è adatta.
La stessa persona, spostata in un altro settore o punto della produzione, là dove le venga semplicemente richiesto di mettere in atto le sue competenze e abilità senza pubblico, diventa un aiuto per il sistema e dà eccellenti profitti.
In solitudine, si concentra e tutte le energie che solitamente usava per i clienti, in una relazione faticosa, ora le può utilizzare per essere presente, proficua e attiva.
La persona giusta al posto giusto crea solo buon umore e benessere.
Si crea un ambiente lavorativo ben gestito, dove regnano l’empatia e la solidarietà umana, utilissime ai fini di un buon prodotto.
Prendersi cura delle persone con cui lavori e con cui interagisci, significa proprio saper riconoscere in grande umiltà che la fatica o il dolore che vedo nell’altro, li conosci e sono qualcosa che tu stesso hai sperimentato. Proprio grazie a loro tu puoi e sai entrare in una relazione profonda con gli altri.
Quante volte, al contrario, l’esperienza dolorosa rende la persona solo più arida e cattiva nei confronti degli altri? Come mai?
Semplicemente perché quella persona non ha attraversato l’esperienza faticosa o dolorosa traendone vantaggi esperienziali.
Li ha vissuti fine a sé e ora, appesantita, riversa sull’Anima che le sta di fronte, celata dentro l’altro corpo, la sua amarezza, la sua frustrazione e il suo senso di impotenza. - Il leader deve anche avere un giusto concetto e senso di responsabilità.
Noi guardiamo e ci assumiamo le responsabilità solo a breve termine, quindi rimaniamo solo nel campo esperienziale personale e umano.
Esiste una forma di “responsabilità che esula dal soggettivo” e si apre all’universale.
Le azioni che ciascuno di noi compie non hanno valenza e ricaduta solo nel proprio vissuto o in quello di una piccola e ristretta cerchia, ma toccano e rientrano in un progetto divino, quindi di ben più ampia portata.
Questo rende il leader un attore fondamentale e principale nella storia dell’umanità. - Il leader è consapevole che cambiare se stesso e il mondo vanno di pari passo.
Quando un leader afferma che oggi bisogna stare attenti a come ci si muove e che è necessario cercare di non risultare sgraditi a nessuno, non sta cambiando se stesso e non sta cambiando il mondo.
Con lui siamo fuori e lontano dal modo di operare secondo i veri valori che ci vengono richiesti da Dio.
I Valori odierni, purtroppo, viaggiano in tal senso, cioè in buona parte non sono quelli animici e proprio questa stortura ha determinato e sta determinando le sofferenze e le fatiche attuali, in tutti i settori e gli ambiti.
Chi occupa posizioni di rilievo deve avere la percezione che è lì per cambiare le cose, non per subirle, né per confermale, là dove risultano in qualche modo faticose, distruttive o dannose.
Questo comporta che un leader deve aver attivato un certo processo di crescita interiore, deve possedere la piena consapevolezza del suo ruolo, deve cambiare se stesso in funzione del “bene universale” e quindi cambiare contemporaneamente il mondo.
Le due cose devono procedere di pari passo.
Potrebbe sembrare raccapricciante, pensare che un leader dovrebbe prendere ogni decisione pensando se quello che sta facendo, alla luce della sua morte, potrebbe rientrare nelle sue mansioni e per il bene comune.
Il leader non sta lavorando per sé, ma per un qualcosa di ben più grande e ampio.
Ho letto che il priore nelle comunità dei certosini, un tempo era solito sdraiarsi in una bara, quando doveva prendere una decisione di grande portata per l’ordine a cui apparteneva.
Ricordo allora di aver trovato assai bizzarra questa cosa.
Oggi mi è molto chiara. - Agisci per un bene supremo.
Tu sei un capo, un leader, quindi devi guardare ogni fatto, piccolo o grande, proprio partendo da questa prospettiva.
“Son qui per salvarmi la faccia o per aiutare le persone nel loro cammino?”
“Devo risultare piacevole e quindi non devo dire il vero, perché risulterei antipatico o la mia missione comporta che io faccia quello che devo, senza pensare al personale?”
La situazione che fronteggi che pone sicuramente di fronte ad una certa realtà.
Tale realtà è proficua o sta creando situazioni malate?
Se parti da questo punto di vista, riesci a lasciar andare le tue preoccupazioni, le tue aspettative personali, le tue paure di poter fallire, o ancora di risultare spiacevole a qualcuno, e la preoccupazione di contravvenire al modo ordinario attuale di agire, perché tu agisci solo in funzione di ciò che è veramente “importante” non per te, ma per tutti.
E quello che è importante esula dal tempo e dallo spazio.
E’ eterno. - Il leader si prende cura di sé e di chiunque, allo stesso identico modo.
Lavora per il bene comune, proprio come dovrebbe fare ogni persona, indipendentemente dal fatto che sia un medico, un avvocato, un operatore ecologico, una casalinga, un politico o un padre di famiglia.
È un modo di essere, un modo di vivere, sicuramente creativo e innovativo.
Io mi prendo cura di me e mi prendo cura di te, esattamente allo stesso modo, quindi ti conosco, ci sono, ti parlo e ti ascolto.
E’ così che chi dirige, chi si trova a guidare qualcuno, in famiglia, piuttosto che nel sociale, crea una rivoluzione felice e non rabbiosa.
Ma la crea.
Non porta alla reazione, ma porta alla costruzione del nuovo, partendo dallo spirito, dall’Anima.
C’è tanto da convertire oggi e lo dico da “passionaria”.
Stiamo sopravvivendo e lo stiamo facendo in maniera “insignificante”.
Non stiamo lasciando segni che traccino il cammino ai nostri ragazzi.
Dobbiamo essere anche esempi.
C’è bisogno di entrare nel gioco, per cambiarne le regole, non per cercare di dribblarle o fare in modo che vengano solo rispettate, anche quando creano un gioco distruttivo e in qualche modo dannoso.
Ci vuole entusiasmo, ci vuole sicuramente coraggio e fede, perché senza questi non diamo Amore, non siamo nella verità dell’Amore , quindi non stiamo né creando, né sostenendo, né alimentando la vera Vita e la trasformazione delle persone e il loro cambiamento.
Buona riflessione a tutti!
ti
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com



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