Il senso della Vita

In queste giornate dedicate ai nostri defunti, anche il tempo, come tutti gli anni, è grigio e sembra così voler partecipare a quanto stai vivendo e richiamando nella tua memoria.
Sono le tue ore peggiori, se fai parte di quelle persone che hanno da poco perso qualcuno, e stanno piangendo una morte reale, fisica, o una storia, una relazione, finita.
Lasciar andare qualcosa o qualcuno è sempre e comunque per noi, pesante.
Perché?
Perché siamo soliti creare relazioni e legami a doppio filo, spesso contorte e di conseguenza difficili da sciogliere, da tagliare, da prendere per il giusto verso.
Mi risuonano dentro i versi di Jung, letti in queste ultime ore:
“L’anima non è di oggi.
Essa conta milioni di anni.
Ma la coscienza individuale
è solo il fiore e il frutto di una stagione,
germogliato dal perenne
rizoma sotterraneo”.

Sono parole importanti, forti, che dovresti scrivere sulla porta del frigo, così da poterle rivedere molto spesso e fare nostre, affinché ci offrano una sempre maggiore “presenza”.


Non è il corpo la parte immortale di noi, lo “storico”, vale a dire l’essenza che sopravvive e sopravviverà a tutto, tempo incluso, ma bensì l’Anima.
E’ lei l’immortale.
L’Anima è il fuoco eterno, che ti vive dentro e ti alimenta, è la tua parte saggia e antica, sempre connessa al tutto.
E’ stata generata nella notte dei tempi, quindi reca in sé doni e ferite senza tempo.
Ma tu, uomo dei social, sperimenti solo la tua coscienza individuale, quindi ti appartengono nella consapevolezza solo i fiori ed i frutti di questa stagione che stai vivendo. Niente altro, sembra.
Eppure le nostre vere radici sono profonde, sono “rizomi”, come dice Jung, sotterranei e perenni.
Che pensieri complicati, vero?
Sono riflessioni che nascono spontanee in queste giornate, così speciali, quando osservi quanto ti accade intorno e ti accorgi che i tuoi occhi vedono una realtà, che stride con ciò che tu sei e sai, una realtà che non ti appartiene e che genera in te un altro tipo di comportamento.
Quello che tu fai, allora, potrebbe essere scambiato per mancanza di rispetto o quasi “ateismo”, mentre in realtà non lo è, nella maniera più assoluta.
Cosa noto?
Noto che ci si affanna ad acquistare un omaggio floreale da portare a chi ci ha lasciato, ma siamo lontani dal capire il mistero della morte e dall’accoglierlo.
Rispettare è giusto, ma dietro queste forme “cerimoniali”, si cela un tipo di legame deviato, distorto nel tempo.
Si parla spesso di antenati, ma non abbiamo molto chiaro che cosa in realtà significhi e quale rapporti ci leghi a loro.
Siamo portati a pensarli sempre e solo legati a noi, al nostro ceppo familiare e non in maniera allargata.
In realtà nel corso della nostra storia umana, siamo andati restringendo una consapevolezza che appartiene a tutto l’Universo.
Antenato non è solo e tanto il trisnonno, ma chiunque ci abbia preceduto, pur non appartenendo alla nostra famiglia.
E’ una visione più ampia, più “spaziosa”, più sinergica con la nostra storia animica.
Siamo andati creando campi percettivi sempre più ristretti e perdendo la nostra cultura allargata, la nostra appartenenza al cosmo.
Del resto basta guardare il cordone ombelicale, mai reciso, che manteniamo con i figli, il senso di “possesso” nella coppia, l’appartenenza familiare soffocante, per comprendere che qualcosa si è inceppato ed ha generato una sorta di “travisamento” a favore del piccolo, dei legami a doppia mandata con pochi consanguinei, quindi con i frutti di questa stagione e non di tutte quelle che ci appartengono, prima ancora come anime e poi come Anime più volte incarnate.
Noi siamo simili a “portali”, che consentono ad altre Anime l’accesso a questa realtà esperienziale.
Diamo modo ad una creatura di luce di raggiungere la sua esperienza di corporeità, contribuendo a generarle un suo corpo fisico, che accolga la sua parte eterea, un corpo fisico/ una scatola, che nutriamo dentro di noi, semplicemente per portare alla vita fisica piena uno spirito, una scintilla del Tutto. Il nostro compito, fatto di alcuni step, prevede ora che, con lo stesso amore che ci ha permesso di “viverla” e generarla, la educhiamo alla “sua piena autonomia”, cioè facciamo emergere ciò che già sa, che le appartiene, affinché sia nella Libertà sua divina, chi deve essere.
In realtà, questo figlio di Luce, prima ancora che terreno, da noi viene sperimentato come pura fisicità, come una proprietà, come un prolungamento del nostro sé e quindi attiviamo tutte le strategie e le dinamiche per tenerlo legato a noi, alle nostre esperienze e al nostro “mondo terreno”.
Così i figli di Luce, diventano figli solo della terra, intesa come materia.
Mai visto o sentito o sperimentato cosa accade in una famiglia quando un figlio o una figlia vivono l’esperienza della separazione o del divorzio?
Si chiede loro di rientrare nel “nido” familiare o quanto meno di prenderne uno proprio, ma nel raggio d’azione di pochi metri.
Ci si giustifica adducendo che ora quel figlio/figlia “ha bisogno” e quindi lo o la si vuole proteggere.
Questo non dovrebbe accadere se fossimo parte delle leggi vere che regolano il nostro “vivere animico”.
Colui o colei che ha completato il proprio “percorso di crescita” e quindi è pronto allo sgancio dalla base “ospitante”, dovrebbe spiccare il volo e qualsiasi cosa gli accada, comunque sia il vento, sarebbe cosa buona che proseguisse il suo cammino, il suo percorso, senza interferenze esterne.
Il mondo animale ce lo attesta.
Ci nutriamo di forme di “attaccamento” che ci disturbano vicendevolmente e infatti utilizziamo molto i possessivi mio, miei, anche nelle relazioni emotive, affettive, amorose.
Le amicizie soffocano, perché non le sappiamo vivere nella vera Luce amorevole.
Non esiste nella nostra “testa” l’idea che un’amicizia abbia fatto il suo tempo ed una delle due parti voglia, desideri allontanarsi, perché dentro di noi cova la formula “per sempre”, che applichiamo a tutto e tutti.
Non concepiamo che il tempo ci porti a “cambiare” da tanti punti di vista e quindi, pur nutrendo ancora affetto, benevolenza, gratitudine e tanta riconoscenza, si possa sentire il bisogno di andare oltre, di sperimentare e vivere in altre dimensioni e modalità.
Vorremmo vivere come mummie, imbalsamando tutto e tutti e questo è un limite, una vera fregatura, perché fa morire, fa soffocare anche le situazioni più belle.
Un fiore, sotto una campana di vetro, soffoca e muore (pensiamo al Piccolo Principe); si crea una sorta di ecosistema ingestibile con un rialzo spaventoso della temperatura interna e quindi una “vera autocombustione”, con deflagrazione potente.
Potrei fare molti altri esempi, anche legati all’esperienza di coppia, ma il mio intento ora è un altro.
Mi viene in mente in canto degli indiani Navajo, che ho fatto incidere sulla lapide di mia mamma:
Dice: “Non piangere sulla mia tomba …Non sono qui.

Non sto dormendo. Io sono mille venti che soffiano;

Sono lo scintillio del diamante sulla neve

Sono il sole che brilla sul grano maturo

Sono la pioggia lieve d’autunno.

Quando ti svegli nella calma mattutina

Sono il rapido fruscio degli uccelli che volano in cerchio

Sono la tenera stella che brilla nella notte

Non piangere sulla mia tomba Io non sono lì”

In questi versi c’è tutto.
C’è il senso di quello che abbiamo smarrito.
Noi siamo parte di un tutto a cui ci ricolleghiamo dopo la morte fisica, spogliandoci della nostra identità nominale ( Pierino, Giacomo o Giovanni)  e fisica ( alto, basso, magro ) per divenire quello spirito infinito che permea ogni cosa.
C’è un articolo molto profondo di Paola Biato, che ci rammenta chi sono gli antenati e come sono stati “riconosciuti e venerati” nei secoli e presso le varie culture.
Vi si legge:
“Fin dall’antichità il culto degli Antenati si è diffuso in innumerevoli forme in tutto il mondo.
Nella Grecia classica il culto degli antenati avveniva attraverso la commemorazione degli eroi, ovvero spiriti di persone che avevano compiuto grandi gesta nella loro vita.

In Egitto  ponevano molta attenzione al culto dei morti, ma quello per gli Antenati era rivolto principalmente ai discendenti delle dinastie reali che attraverso rituali celebravano la loro stirpe e la commemoravano.

I Romani possedevano un culto dei Lari, o antenati appunto, che veniva trasmesso in eredità insieme ai beni di famiglia. Essi erano i protettori e gli spiriti tutelari del focolare domestico, vegliavano sulla famiglia e sulla discendenza e a loro venivano offerti piccoli e semplici rituali devozionali.

I Celti tramandavano l’importanza degli Antenati, ricordati e celebrati attraverso miti e leggende che i bardi, druidi cantori, solevano raccontare, ricamando strofe in loro onore.

Altre forme possono essere rintracciate nel resto del mondo, in Oceania, America e soprattutto in Africa dove il culto degli Antenati, molto simile a quello del paleolitico e neolitico europeo, è connesso con la forza vitale del Creatore e gli spiriti della terra e della natura, celebrati attraverso canti, danze e rituali in cui si indossano maschere rappresentative, dove il corpo è veicolo del potere e della forza vitale degli Antenati stessi.”
Noi abbiamo degli antenati “biologici”, dai quali discendiamo, che per sostenerci, proteggerci, guidarci, portarci l’Amore di chi ci ha creato, devono fare un percorso “evolutivo”, che li renderà poi “antenati”.

Ma come possono i defunti andarsene ed essere portatori della Luce Divina, dall’alto verso il basso, se non li molliamo, se li teniamo stretti a noi con lacrime “ e stridor di denti”.
Come riescono ad allontanarsi da questa realtà, da noi, se li invochiamo sempre, disperati?
A volte sono trascorsi 20 anni e noi li piangiamo, come se fossero partiti da due ore??
Perché siamo così attaccati alla materia?
Perché siamo “poverissimi” nella piena espressione del nostro sé animico.
Non lo tiriamo fuori.
Non lo facciamo vivere e fiorire, quindi rimane solo ciò che vediamo, tocchiamo, annusiamo, percepiamo con i sensi.
E se a morire sono i figli, proprio per questo “atto e senso di possesso” che ci appartiene, la situazione è sovente emotivamente ingestibile.
Soprattutto noi donne, siamo spesso disastrosamente ancoranti.
Siamo delle imbalsamatrici professionali.
Eppure siamo noi le prescelte per il cambiamento del Mondo.
Dobbiamo invertire la direzione, dobbiamo riscoprirci e ritrovare la nostra forza, quella potenza divina che possediamo in maniera così unica.
Il nostro grembo ha l’onore di perpetrare un atto “generativo”, che ripercorre l’Amore Divino, ma proprio perché tale, dovremmo avere la consapevolezza piena e straordinaria che il tutto ha un tempo, un termine, che precede la morte stessa.
Il figlio non ci appartiene, ma è di colui che lo ha generato.
Proviamo a ragionare insieme.
Se tu hai uno zainetto borsa, di un bellissimo colore e un’amica, la tua cara amica, si trovasse a cercarne uno proprio di quel colore, per una cerimonia, e non lo trovasse, tu cosa faresti?
Quasi sicuramente glielo “presteresti”.
Bada bene: “presteresti”.
E se lei, terminato il tutto, non te lo restituisse, ma fingesse di nulla o addirittura si mettesse a fare storie e pretendesse di tenerlo, come ci rimarresti?
Cosa proveresti?
Lo so, siamo persone, non zainetti, ma trattiamo chi ci ruota attorno proprio come fossero borse, scarpe o altro: proprietà.
Ma non lo sono.
Tu vivi appieno la tua “meravigliosa” appartenenza, facendo da portale, da forno che dà vita al dolce che poi verrà offerto a chi se ne vorrà nutrire.
Questi attaccamenti, che avvengono attraverso mille situazioni standard, frasi fatte, nutrendosi di pregiudizi, preconcetti, situazioni limite, creano una Società avvelenata e in declino.
Ecco perché è importante che si entri nell’ottica di lasciare andare, sia i vivi che soprattutto i morti, i defunti.
Chi è in vita deve percorrere un cammino, in un tempo suo, che potrebbe essere anche poco, rispetto ai nostri pensieri genitoriali e proprio per questo, deve “viverlo”, deve materializzarlo, deve spenderlo, deve dargli forma e corpo, colore nel minor tempo possibile.
Presente cosa rispose Gesù a mamma e papà che dovettero lasciare la carovana e ritornare indietro da soli a cercare quel figlio di pochi anni, che non stava sui carri, ma si era fermato, a loro insaputa, a discutere con i Dotti del Tempio?
Ecco, dovremmo stamparcelo in testa.
Ogni figlio ha un compito, che noi non possiamo e non dobbiamo limitare, castrare e reindirizzare, secondo i nostri desideri terreni, nella maniera più assoluta.
Egli è un figlio del Creatore e ha un compito suo, ben diverso forse da quello che noi abbiamo in testa per lui, che sia fare l’idraulico sotto casa o l’astronauta per la Nasa, come vorremmo.
La stessa cosa con i defunti.
Lascia andare i defunti, poiché la morte è solo un cambiamento, è solo un passaggio, un passaggio estremamente importante, carico di un senso, che trascende la materia e ci porta all’interno della Vita universale ed animica.
E’ un processo, un’esperienza indispensabile per passare dal nostro stato, dalla nostra condizione di materia a uno più sottile.
E’ ritornare alle nostre origini, arricchiti da questo vissuti, per volare verso un’altra dimensione, quella appunto dello spirito.
Se resti attaccato a chi parte come una cozza allo scoglio o come l’edera al muro, puoi trattenerlo, puoi essere il suo peggior nemico, nell’ambito della sua evoluzione.
Ma ci crediamo a sta vita spirituale o ce la raccontiamo?
Ecco allora, che chi ci lascia lo ritroviamo poi, al termine di un suo percorso evolutivo, come antenato archetipo o spirituale, ciò come sostegno, come fonte di ispirazione, di illuminazione.
Loro, sono esseri che hanno compiuto un’evoluzione spirituale ed ora lavorano per il bene universale, quindi per la Nasa intergalattica, meglio di così …
Magari con loro abbiamo avuto legami terreni, corporei, magari no, ma stiamo certi che tutti loro, indistintamente,  ci sono e saranno vicini ogni volta che reputeranno ci serva una spinta, un faro nella notte, una carezza.
Chi si avvicina allora a noi?
Chiunque, tra gli Antenati, senta di poterci portare aiuto.
Possono essere guide, i maestri spirituali, ascesi che hanno vissuto sulla Terra in un passato più o meno prossimo o remoto, che vogliono seminare e far fruttare il pianeta, creare qualcosa di positivo ed edificante, i quali quindi vengono da noi perché siamo, in quel momento, o potremmo esserlo, terreno fertile, potremmo essere le loro mani quaggiù, oppure siamo accomunati a loro da “un insolito destino” simile al loro.
Ci son passati e sanno, quindi ci aiutano.
Così noi siamo il Tutto e questo tutto è in ciascuno di noi e ciascuno di noi è parte di quel tutto.

Si dice: “IL TUTTO E’ NELL’UNO E L’UNO E’ NEL TUTTO”.

Abbiamo perso questa verità e appartenenza. Abbiamo creato una degenerazione, trasformando il legame in una catena, che ci sta stritolando i polsi, piagando le caviglie e stringendo il collo.
Così non riusciamo a camminare, non lasciamo che gli altri a loro volta percorrano il loro sentiero, non possiamo usare al meglio le nostre capacità ideative e costruttive (mani legate) e ci manca l’aria, il fiato e quindi non riusciamo a riossigenarci in maniera proficua.
Così pensiamo, sosteniamo e crediamo di appartenere solo alla nostra famiglia e alla sua storia, piuttosto che ai regni invisibili, che nel tempo abbiamo smantellato e privato del loro fascino, essenza e significato.
L’Universo animico è stato sostituito dall’universo familiare.
Essere plasmati in questo modo, dai genitori delle varie ere ed epoche, ha significato per noi, perdere, aver perso, i nostri “genitori universali” e anche l’universo, come nostro genitore, come dice molto bene Paola Biato.

L’Universo ci appartiene.
Respira e vive in noi e noi in lui.
Ma se lo rinneghiamo e lo soffochiamo, facciamo come il Drago con il suo cavaliere: ferito l’uno anche l’altro soffre e muore.
L’universo ci nutre, ci ama, ci insegna, ci educa ed in qualche modo, con i suoi interventi, ci plasma.
Se noi viviamo, fermamente convinti, ancorati solo alla famiglia terrena, soprattutto ai nostri genitori, convinti di essere solo il frutto ed il risultato della loro storia, stacchiamo gli auricolari che ci collegano al sopra, al tutto e non sentiamo più nulla, di ciò che ci circonda e ci parla.
Il Mondo che muore, che si scioglie, ci visualizza questo sfaldamento che è in atto.
Ricordare i defunti? Sì, lo dobbiamo fare ma come un gesto nuovo.
Dobbiamo ritornare a far parte della nostra “vera famiglia”, nella nostra “vera casa”, ritrovando i nostri Antenati, perché così e solo così riprenderemo a sentirci parte del tutto e a sentire il respiro del Pianeta, del Cosmo, di noi, di quella parte di noi in cui vive quel Tutto dimenticato.
Accendiamo un Lume bianco in onore degli Antenati e chiediamo di riscoprire la nostra vera essenza, senza pianti, lacrime e inutili tragedie, perché solo così restituiremo un senso a tutto quello che oggi “pare che un senso non ce l’abbia”, come canta anche Vasco rossi.
Amorevolmente ti

Questo articolo è stato amorevolmente scritto da Ti degli Arcangeli (l'autrice dei 2 libri Le Preghiere Arcobaleno dagli Arcangeli e La Via della Luce. Testi guida dell’Arcangelo Uriele ) con canalizzazione di un Arcangelo specifico oppure facendosi ispirare da Arcangeli e Angeli.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com

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2 commenti

  1. Anna

    È vero quello che dici sui defunti penso a mio marito sempre piangendo rivolgendomi a lui con rabbia perché ci ha lasciati voglio sentirlo vicino ma ho capito grazie a te che questo non è il modo hai ragione cercherò di abituarmi alla sua assenza lasciandolo libero di trovare la sua dimensione lui saprà come aiutarci dal cielo come lo faceva quando era sulla terra ti abbraccio Anna grazie

  2. *** ti degli Arcangeli

    “…..lui saprà come aiutarci dal cielo come lo faceva quando era sulla terra ”
    Lo sta già facendo e la mia risposta alla tua bellissima testimonianza precedente te lo ha detto, per lui, tuo ex marito.
    Ora lui cammina nell’oltre, fiero di averti incontrato.
    Tu hai dentro la ricchezza, la forza dell’Amore e dello scambio che hai ricevuto e originato dal vostro stare insieme.
    Non disperderli e non usarli per creare rabbia e farti del male e fare del male a lui e alle leggi dell’Universo.
    Con Amorevolezza

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