Comprendo che la morte sia ancora un tabù e a volte un aspetto della Vita che non tutti riescono ad affrontare con serenità, sebbene sia un aspetto dell’esperienza, che l’Anima ha vissuto molteplici volte, trovandosi a vivere la reincarnazione.
Forse quanto sto per scrivere e per condividere riuscirà a far fare Pace o ad offrire un ulteriore aspetto in merito a questo momento che viviamo comunque ogni sera, quando lasciamo il nostro Corpo a riposo dentro il letto e noi procediamo il nostro vivere nel mondo astrale, indossando, per usare un’espressione umana, una veste più sottile e delicata.
Con il sonno tu lasci il cappotto giornaliero e rimani con la tua “camicia da notte”, l’abito più impalpabile e delicato, adatto per il resto della tua esperienza nell’astrale.
La mattina poi rientri e indossi di nuovo l’indumento più pesante, quello adatto per sbrigare le faccende nella materia e vai avanti così fino al giorno e all’ora in cui scegli, in accordo con il tuo proposito, di non riprendere più il cappotto, ma di mantenerti per un po’, con la tua veste più leggiadra.
Visto così, penso che già l’immagine che vi state offrendo, vi consenta di cogliere la continuità che l’Anima sperimenta e l’avvicendarsi normale tra due stati, che a un certo punto s’interromperanno, ma solo a livello di credenza e di pensiero umano, perché la Vita in sé permane immutata.
La morte è solo un istante in cui l’Anima sceglie di togliere uno dei suoi indumenti e di non rimetterlo per un po’, ma questo non muta le sue abitudini sottili e la Vita che le appartiene.
Comprendo che può risultare comunque una scelta più o meno faticosa, soprattutto quando la partenza comporta il togliersi l’abito, passando attraverso una malattia considerata importante, con cui ci si deve misurare, per dismettere la veste più pesante.
Esiste in proposito un Libro, che consiglio un po’ a tutti, sia a chi ha maturato una visione più leggera e accogliente di questo momento, ma soprattutto a chi per svariati motivi fatica a pensare alla propria morte o a quella di un congiunto, senza provare paura e senso di sgomento.
Questo Libro è stato pubblicato da Daniela Muggio.
Il titolo è emblematico e leggerlo è permettersi di entrare in contatto con la morte da un’altra prospettiva, più Rispettosa e accogliente, meno impattante e più nutriente.
Il Titolo è “Di Morte non si Muore” (sotto vi lascerò il link per poterlo acquistare se lo desiderate, in Ilgiardinodeilibri o Macro), un titolo di certo emblematico.
L’Autrice: Daniela Muggia
Forse parecchi tra voi già la conoscono, oppure no, comunque vediamo insieme di scoprire chi è l’Autrice e quanto ci rivela in merito alla Morte, di cui, a quanto anticipa nel titolo, non si muore.
Daniela Muggia ha ricevuto il premio Terzani nel 2008,
per l’Umanizzazione della Medicina; la sua specialità è comporta l’essersi perfezionata in tanatologia con Cesare Boni, alla Federico II di Napoli e,
più recentemente, in Terapia IADC, con Graham Maxley nel 2015.
Questa Terapia, IADC, è una terapia psicologica breve, che aiuta a elaborare il lutto attraverso esperienze multisensoriali di “comunicazione” con il caro defunto, indotte tramite stimolazione bilaterale.
Si basa sulla percezione che sia possibile facilitare l’elaborazione del dolore in una persona, se guidata in maniera medica, per riuscire a superare un lutto.
Da quasi 40 anni lei studia e pratica la tradizione tibetana (al suo mentore principale, Sogyal Rinpoche, si deve il prestigioso “Libro tibetano del vivere e del morire”), la quale dispone di una ricchissima tanatologia.
Con una quasi altrettanto lunga esperienza a fianco dei malati terminali, ha messo a punto il Metodo ECEL (Empathic Care of the End of Life) per l’accompagnamento empatico della sofferenza alla fine della vita e nel lutto, orientato eticamente alla compassione.
Ha svolto per questo molti Master universitari, progetti ECM e di formazione del personale di ospedali e hospice per sostenere sia i terminali che i familiari.
Nel 2010, in un reparto di terapia intensiva cardiochirurgica di Parma, ha creato e sostenuto un progetto, che è diventato progetto-pilota per l’Umanizzazione e la dignità della persona nelle terapie intensive della regione Emilia Romagna, chiamato il metodo ECEL, che è attualmente accreditato per gli ECM (Educazione Continua in Medicina).
Daniela Muggia, attraverso questo progetto, mira alla creazione di una nuova figura professionale, l’OPERATORE ECEL, un accompagnatore empatico della sofferenza legata alla fine della vita e al lutto.
Questo percorso vi richiama di certo la Tecnica Doula, di cui spero abbiate letto in un altro mio articolo, già in essere e applicabile per tutti coloro che desiderano vivere il proprio trapasso o quello di un familiare, senza nessuna forma di accanimento terapeutico e con dolcezza.
Si tratta anche in quel caso, di una nuova tecnica, di un un accompagnamento compassionevole delle persone considerate gravi e terminali e dei loro familiari.
Il corso professionalizzante, di cui Daniela Muggia è uno dei docenti e responsabile scientifico, è organizzato dall’Università Popolare In Corde Scientia di Torino.
Daniela Muggia è cofondatrice e Presidente dell’Associazione Tonglen ODV (www.tonglen.it) di Torino, i cui volontari, per buona parte formati in ECEL, offrono un accompagnamento gratuito della fine della vita e del lutto alle persone e agli animali.
Questa metodologia trova applicazione in altri campi della sofferenza, ovunque sia possibile contare sull’empatia di chi cura e di chi riceve le cure.
Ecco un estratto, così che possiate avvicinarvi anche a questa Nuova Prospettiva nascente, in merito alla Morte, attingendo direttamente dal Libro.
❤️La morte non è un interruttore
“Tutti muoiono, ma nessuno è morto”. Proverbio Tibetano
State per leggere un
🤍ESTRATTO dal LIBRO “Di Morte Non si Muore”
“Se il titolo del libro vi pare provocatorio… beh, forse lo è. E forse no.
L’Occidente, infatti, ha spesso descritto il passaggio dalla vita alla morte come un interruttore che passa da “acceso” a “spento” appena il cuore smette di battere e un esame degli strati più superficiali del cervello mostra che non vi è più attività.
Un attimo prima sei vivo, un attimo dopo sei morto. Ma queste due etichette sono come istantanee fotografiche, incapaci di cogliere il complesso processo, esteso nel tempo, descritto da molte tradizioni tanatologiche della Terra, prima fra tutte quella tibetana, oggi largamente studiata anche da neuroscienziati, medici e tanatologi occidentali.
La ricerca neuroscientifica si è inizialmente dedicata, in effetti, soprattutto allo studio dei processi neurali che intervengono nel breve tempo che circonda la morte clinica, ma oggi è in grado di valutare empiricamente il processo esteso del morire e, più specificamente, di indagare sulla possibilità che sussistano attività cerebrali dopo la cessazione della funzione cardiaca e respiratoria.
L’eventualità che le antiche tradizioni mistiche possano non aver torto è, nel caso di quella tibetana, supportata da una serie di osservazioni di testimoni oculari meticolosamente annotate in tempi antichi e a noi vicini, da cui non si può prescindere.
Ci si interroga allora tanto su come poter dimostrare o misurare oggettivamente la presenza di una coscienza soggettiva post mortem, quanto sugli eventuali fattori o comportamenti (per esempio la meditazione) che possano favorire il persistere di un’attività cerebrale, dopo il decesso, collegabile a una tale consapevolezza soggettiva, e, ovviamente, sui risvolti etici di una conferma del genere.
Di questo si occupa uno studio ancora in corso che riguarda il fenomeno noto come tukdam, in tibetano, fenomeno di cui parleremo qui ma soprattutto nel capitolo 7.
Lo studio
Lo studio in questione, condotto da un gruppo formato da esperti del Center for Healthy Minds dell’Università del Wisconsin-Madison e da medici tibetani, fra cui il dottor Tsetan Dorji Sadutshang che è a capo di una importante istituzione medica, il Delek Hospital di Dharamsala in India, è anche il primo progetto che riporti le osservazioni sul tukdam in modo sistematico ad essere sottoposto a revisione paritaria su una rivista scientifica: Frontiers of Psychology.
Tenta per primo di descrivere il fenomeno del tukdam nella letteratura scientifica, medica e medico-legale occidentale, e intende scoprire se durante le ore successive alla morte clinica gli individui che mostrano i segni del tukdam abbiano un’attività cerebrale misurabile.
I risultati dell’indagine sono ancora di là da venire, perché al momento i ricercatori si sono trovati davanti a difficoltà tanto culturali quanto logistiche con le quali dovranno venire a patti in qualche modo per poter rilevare in tempo utile i dati di cui hanno bisogno.
Sebbene questo significhi che non si hanno ancora dati per risolvere l’enigma che il tukdam rappresenta per la scienza, il report pubblicato su Frontiers of Psychology avvia se non altro una riflessione sul fatto che la morte sia un processo e non un istante nel tempo, e su quale compito abbia l’intera società nel garantire olisticamente il benessere fisico, mentale e spirituale (non necessariamente inteso nel senso di “religioso”) di chi sta attraversando tale processo.
Il mio personale augurio è che questa riflessione possa offrire anche all’etica un contributo informativo su pratiche come il prelievo di organi dopo che un individuo è stato dichiarato “clinicamente morto” e sulle condizioni che possono favorire una transizione pacifica nel processo di morte
Cos’è il tukdam?
Lo stato di tukdam si verifica quando il corpo del “defunto” mostra una serie di segni, tra cui assenza di decomposizione dopo la morte, che in genere è preceduta da un periodo di meditazione che accompagna il processo stesso del morire, ma soprattutto è il coronamento di una vita di pratica meditativa.
Secondo le numerose testimonianze, molte delle quali riportate nel capitolo 7, questo stato meditativo si manifesta esternamente come un ritardo o un’attenuazione dei processi di decomposizione post mortem: il viso di coloro che sono in tukdam è descritto come radioso, la pelle rimane morbida ed elastica, e l’area intorno al cuore si dice sia più calda del resto del corpo.
E questi segni possono permanere per una settimana o anche un mese: persino nella stagione calda; in India, c’è chi è rimasto in questo stato meditativo post mortem anche per un mese.
Quando compaiono i segni di decomposizione corporea, si capisce che il tukdam è finito.
Questo stato è ritenuto dai buddhisti tibetani un modo di esperire la natura fondamentale della mente, resa particolarmente accessibile nel momento della morte giacché la mente ordinaria smette di registrare impressioni sensoriali e di impegnarsi in elaborazioni concettuali: un’opportunità che sorge in modo naturale per tutti gli esseri senzienti durante il processo della morte, ma che richiede un buon addestramento meditativo per poter essere riconosciuta e usata per la realizzazione spirituale.
Rimane una forma di consapevolezza o coscienza dopo la morte clinica?
Dylan Lott, fra i ricercatori dello studio citato, ricorda che gli studi precedenti, misurando l’attività cerebrale di una persona in meditazione attraverso strumenti come l’elettroencefalografo, hanno rilevato una impronta speciale, per cui si è chiesto se anche nel caso di un praticante che medita fino alla morte non vi possa essere una segnatura neurale unica o residua.
L’ipotesi è supportata da studi su animali ed esseri umani che riportano un’attività cerebrale residua e misurabile nei primi minuti dopo la morte clinica, quando il respiro è cessato e il cuore ha smesso di battere, implicando che ci possa essere un certo livello di consapevolezza o coscienza post mortem.
Le difficoltà incontrate dai ricercatori
Lo studio ha fin qui preso in esame 13 casi di dichiarato tukdam, ma ha dovuto affrontare complesse condizioni sul campo, in India.
Occorre comprendere bene che, nel contesto buddhista tibetano, il tukdam è considerato un segno di elevata realizzazione spirituale, e quindi di una vita vissuta secondo i princìpi di un’etica compassionevole, ed è ritenuto un indizio certo che colui che lo esperisce sarà in grado di portare grandi benefici al mondo nella sua prossima incarnazione, e che assisterlo in questo compito meditativo, sia un modo per creare con lui un legame karmico favorevole, per la prossima vita.
Ha un impatto spirituale fortissimo per i tibetani che, bön o buddhisti, hanno il privilegio di assistervi.
Dylan Lott fa notare che “è molto importante costruire un rapporto di fiducia con i praticanti che circondano chi è in tukdam, trattandosi perlopiù di discepoli che assistono il loro maestro.
Per quest’ultimo, come per loro, la morte è una opportunità unica per conseguire lo stato di Illuminazione, o liberazione, dunque occorre procedere con grande delicatezza per non interferire con questa opportunità”.
E il dottor Tsewang Tamdin, Presidente del Consiglio Medico dell’istituto Men-Tsee-Khang (Sowa-Rigpa), ci ricorda quale impatto potrebbero avere i risultati di questo studio sulla società tibetana:
“Se gli scienziati saranno in grado di fornire le prove del tukdam, si risveglieranno fra i giovani la fiducia e l’interesse per le pratiche meditative tradizionali”.
E aggiunge che l’impatto potrebbe essere di ben maggiore portata: “Spero che possa costituire, per tutta la società, un esempio di cosa possa fare una mente piena di gioia e tranquillità”.
Si comprende dunque il primato, presso le comunità, del buon esito del tukdam per chi lo pratica su qualsiasi indagine scientifica, per cui il permesso di studiare il deceduto nel caso di questo studio è arrivato diversi giorni (e non ore, o minuti, come sarebbe stato auspicabile!) dopo la morte clinica; insieme alle altre difficoltà logistiche per raggiungere i luoghi, spesso remoti, in cui il tukdam era in corso, questo è stato certamente un fattore limitante nella raccolta dei dati: per esempio, la prima rilevazione è avvenuta ben 26 ore dopo il decesso.
Non vi erano più segnali EEG, ma questo, fanno notare i ricercatori, ovviamente non esclude che ci siano stati prima, e che i ricercatori possano essere arrivati troppo tardi per misurarli. Essi hanno rilevato anche una certa criticità nell’equipaggiamento che avevano a disposizione: è possibile che possa non essere sufficientemente sensibile per le rilevazioni necessarie.
Come si accertano i casi di tukdam?
Scrive il dottor Tsetan Dorji Sadutshang, che ha contribuito alla ricerca sul campo e come consulente allo studio di cui stiamo parlando:
“Gli individui che ero sicuro fossero in stato di tukdam erano persone il cui corpo non mostrava alcun segno di decomposizione anche dopo una settimana – dice. – Questo è il segno più affidabile, e ci sono pochissimi casi del genere… una persona che sia veramente in tukdam mantiene ancora una certa luminosità della pelle, in particolare del viso. Si trattava di individui noti per essere, rispetto a chi non era in tukdam, espertissimi praticanti diDharma, e c’erano, in questo senso, molti testimoni”.
Da quale esigenza nasce il progetto
Il progetto nasce da decenni di collaborazione tra Sua Santità il Dalai Lama e Richard Davidson, direttore del Center for Healthy Minds, e dalla sfida lanciata a scienziati, psichiatri e psicologi perché scoprano, applicando rigorosamente il metodo scientifico, cosa accade alla mente durante il manifestarsi del tukdam.
“La medicina occidentale ha della morte un concetto binario: sei vivo in un dato momento o morto in un altro, – dice Davidson. –
Ma i processi biologici non funzionano come un semplice interruttore: sono più graduali.
Abbiamo la speranza che questa ricerca catalizzi un dibattito e sollevi domande sulla morte come un processo e non come un interruttore binario”.
Il team ha in programma di continuare la collaborazione e di coinvolgere i praticanti buddhisti tibetani, maschi e femmine, per indagare sulle loro esperienze e sul loro benessere mentre invecchiano nei campi profughi dell’India e del Nepal, creando con loro un rapporto di fiducia e rispetto tale da poterli poi esaminare quando e se entreranno in tukdam.“
Questa Lettura è un Viaggio avventuroso
L’autrice, come avete letto attraverso le pagine introduttive, ci conduce allora in un’esplorazione affascinante con un piede nella tradizione e uno nella scienza, secondo l’approccio di indagine tanatologica che la distingue.
Attraverso i suoi approfonditi studi, ci viene permesso di entrare in contatto con la forza immortale della Coscienza e i misteri della Morte, un complesso processo che non si estingue solo con il decesso fisico, come la Scrittrice dimostra, attraverso la sua fitta casistica.
Il Libro, “Di Morte Non si Muore” si sofferma sul fenomeno del “tukdam“, che la Dottoressa, come avete letto, ha studiato per quattro anni e di cui questo libro è il prezioso frutto.
Attraverso lo scritto, si viene guidati, passo passo, nel conoscere i 13 casi dichiarati di “tukdam” per consentirci di approcciarci a un’altra forma di passaggio conosciuto come morte. La lettura può scuoterci e alleggerire la pesante cappa che la tradizione di pensiero, ha per noi comportato.
Gli esempi, riportati, sono molto recenti e con tantissimi testimoni, che permettono di avvalorarne l’autenticità, malgrado le difficoltà dichiarate, di analizzare i corpi dei trapassati attraverso questa esperienza di morte meditativa.
Il “tukdam” è il risultato di una costante e profonda pratica meditativa che vede il monaco tibetano morire fisicamente, in estrema serenità.
Tuttavia, nonostante il decesso, la Coscienza continua ad “abitare” il corpo, il quale non mostra alcun segno di disfacimento, come il rigor mortis o la decomposizione ed anche a temperature ambientali elevate, com’è avvenuto in India.
“La meditazione, quindi, si prolunga durante il processo di morte e anche dopo”.
Questa condizione può durare persino, come scritto, fino a 30 giorni dalla morte fisica!
Cosa accade dunque in questo spazio temporale?
Questo fenomeno non è solo molto interessante, ma anche importante per tutti noi, poiché dimostra che la Coscienza non è un mero prodotto del cervello come sostiene la scienza, ma è un fenomeno “non locale”.
Ciò significa che la Coscienza non è soggetta alla morte e prosegue un suo cammino esperienziale.
In casi estremi, il “tukdam” può produrre il cosiddetto “corpo di arcobaleno”, ossia la Coscienza vive mentre il corpo si “trasforma”.
Durante questa fase può anche avvenire che ci sia una riduzione parziale del corpo, che diventa non più lungo di un avambraccio, arrivando addirittura a scomparire, lasciando sul posto solo unghie e capelli.
Secondo il Buddhismo, inoltre, il “tukdam” è considerato un segno di elevata realizzazione spirituale, e quindi di una vita vissuta secondo i princìpi di un’etica compassionevole.
È ritenuto un indizio certo che colui che lo esperisce sarà in grado di portare grandi benefici al mondo nella sua prossima incarnazione, e che assisterlo in questo compito meditativo sia un modo per creare con lui un legame karmico favorevole per la prossima vita.
Leggendo, scoprirai…
Fra queste pagine, scoprirai tante cose incredibili, come appunto il “tukdam”, i “corpi di arcobaleno” e altri fenomeni ritenuti un tempo leggende, ma che sono oggi al vaglio della scienza, che incomincia ad avvicinarsi alla tradizione dello Spirito.
Secondo l’Occidente, il passaggio dalla vita alla morte è simile a un interruttore che passa da “acceso” a “spento” e infatti anche le tumulazioni vengono spesso fatte praticare poche ore dopo che questo spegnimento pare avvenuto, cioè appena il cuore smette di battere e il cervello cessa qualsiasi attività.
Per la scienza tradizionale, un attimo prima siamo vivi e un attimo dopo morti, ma il tukdam “ci racconta” di altro.
Mi viene in mente il caso di un senzatetto, di qualche anno fa, il cui corpo venne trovato con un’espressione di beatitudine impressa sul volto. Il suo Corpo sottile se n’era andato, abbandonando quel cappotto in un angolo freddo e discosto, di una grande città, di certo in “buona compagnia”.
Gli Angeli che presiedono questo istante lo avevano di certo raggiunto e gli avevano teso la mano, perché la Luce avvolgente aveva lasciato una traccia tangibile, imprimendo la Beatitudine in quel corpo di materia, che traspariva dall’espressione del volto. Quell’Uomo ha vissuto in un altro modo il suo “Stato tukdam”, il suo stato Meditativo.
E anche questo ci deve spingere a riflettere.
Non è appannaggio solo dei Monaci vivere esperienze Sublimi, attraverso continue pratiche, perché è il Cuore, la nostra Potente trasmittente che se connessa all’IO SONO, ci permette di esperire stati Contemplativi e momenti di “Vita meditativa”, davvero unici. E quell’Anima che aveva vissuto manifestandosi attraverso quel Corpo, grazie al quale aveva di certo esperito tante situazioni che la maggioranza degli uomini non provano, ha lasciato un “testamento sottile”.
Scegliere allora questa Lettura ti consente di mettere quanto meno in dubbio le etichette ordinarie e di scoprire che esistono aspetti profondi, che riguardano questo cambio dimensionale, aspetti che le consuetudini occidentali non sono stati fino ad ora capaci di cogliere, come appunto il complesso processo descritto attraverso svariati racconti, ripresi e corredati dalle numerose tradizioni tanatologiche planetarie.
Di certo questo è un Libro che affascina, che smuove, un’opera da regalarsi
e regalare, se si ama cercare la Verità, oltre la consuetudine.
E’ tempo che anche l’accompagnamento a chi sta per lasciarci, sia più consono alla nostra Natura Divina e avvenga in un clima sereno e colmo di dolcezza, così come nascere. L’Ambiente ha un legame con quanto sta avvenendo e lo Spirito di un struttura colma di dolore, quale può essere un grande ospedale, per quante figure professionali disponibili possano esserci, andrebbe “rivisitato” e in profondità. Buona riflessione a Tutti!
Con Amore, Ti degli Arcangeli
“Di Morte Non si Muore”, di Daniela Muggia
lo trovi in “Ilgiardinodeilibri” oppure “Macrolibrarsi”
Rammento l’altro importante Articolo, in cui ho parlato di un’altra tecnica, dal titolo:
L’accompagnamento al fine Vita -Le Tecniche Doula
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com




Gratitudine cara Anima di Luce ✨️