L’Artista della parola.

Si legge in Giovanni v 1,1-18
“ In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
Oggi voglio soffermarmi sulla “potenza creatrice della parola” e parto quindi proprio dai versi di Giovanni, versi nei quali ci viene rivelata una delle verità eccelse del nostro esistere, e cioè la potenza creativa che appartiene alla parola, potenza che ciascuno di noi, in quanto Figlio di Dio possiede, e utilizza in maniera inconsapevole e spesso distruttiva.
La Parola è il pilastro delle nostre relazioni.
La Parola è la nota aggiuntiva che tra le forme di vita esistenti, incluse quelle che noi reputiamo inanimate, appartiene solo all’uomo almeno con queste dinamiche, modalità e forza creativa.

Cambiare il proprio linguaggio è un bisogno che in parecchie persone avvertono, soprattutto nella situazione attuale, ma tale esigenza è sovente difficile da attivare.
Perché? Semplice! Come tutte le cose semplici ci risulta inattuabile e questo perchè esiste una nostra parte inconscia, educata dall’esperienza e dai preconcetti sociali, la quale ci fa credere che i grandi cambiamenti, siano legati a grandi e intensi sconvolgimenti.
Sei interiormente convinto che solo un’impresa straordinaria possa guarire certe tue fatiche e quindi la soluzione a portata di mano ti pare priva di fondamento o talmente rapida, da apparirti quasi impensabile come “soluzione utile per il tuo caso”.
Invece la semplicità è la vera alleata di ogni situazione, anche se temi non lo sia, perché vivi complicandoti la vita e circondandoti di “problemi”, un’altra parola da seppellire.
Con la parola tu generi il Paradiso o l’Inferno in terra.
Lei è così potente che attraverso la sua Energia, tu puoi ottenere il tuo “sommo Bene” o il suo contrario, proprio quaggiù, sulla Terra, nel tuo vivere quotidiano.
La sua potente vibrazione e il suo potere creativo, sono esplicitati molto bene proprio in quei versetti della Bibbia, che ti ho trascritto poco sopra, in apertura a questa nostr chicchierata odierna.
La Parola è creatrice, è una sorta di bacchetta magica, semplice all’apparenza, ma estremamente potente.
La Parola è un dono che Dio ci ha concesso, quel dono che venendo direttamente da Lui, principio e origine di ogni cosa, ne conserva intatto tutto il potere, tanto che si dice appunto che “ in principio era il Verbo e il verbo era Dio”, proprio per sottolineare che la potenza creativa di Dio è parte integrante di lei, la Parola è come dio.
E’ esattamente attraverso la Parola che tu manifesti ogni cosa, indipendentemente dal tuo linguaggio, dalla lingua che ti appartiene, Tu manifesti e crei la tua realtà mediante le parole che pronunci.
A questo proposito mi capita di essere infastidita dal ripetersi di certe parole e di certi suoni.
In particolare c’è una persona, con cui lavoro, che spesso parlando di situazioni particolari apostrofa gli eventi, i fatti, le azioni e le persone, utilizzando la parola maledetto- maledetta.
Le mie orecchie avvertono una sorta di stridore, un fastidio inimmaginabile.
E’ come se per un attimo l’Universo emettesse un suono che non gli appartiene; visualizzo, in tempi reali, l’immagine di vari ingranaggi che stanno ruotando e d’improvviso una parte di essi si mette a ruotare in senso contrario rispetto all’impronta iniziale, creando una sorta di stridore e di disordine pericoloso.
E’ come se, per un attimo, rischiassimo di vedere quelle parti del meccanismo, uscire dai loro incastri e quindi generare una sorta di esplosione, di deragliamento, di spaccatura.
Chi le pronuncia non ha la minima consapevolezza di quanto sta “creando” o meglio distruggendo attraverso quel tipo di parola. E questo mi è chiaro e mi fa pensare.
Ecco perché ci vorrebbe un vero e proprio corso formativo o educativo, anche nelle scuole, per guidarci nell’utilizzo della parola.
Quando la utilizziamo siamo sovente nella medesima condizione di Topolino nella storia “dell’Apprendista Stregone”, quando lui, volendo emulare il suo maestro, perde il controllo delle scope, dei secchi, delle spazzole e di tutti gli attrezzi che ha animato, grazie alla bacchetta magica sottratta al suo stregone.
La parola è come quella bacchetta magica: crea e anima la tua realtà, realtà sulla quale sovente perdi il controllo, proprio perché nasce da un uso sconsiderato della “bacchetta magica della Parola”.
Quello che sogniamo, quello che desideriamo, quello che facciamo e quello che siamo realmente, passa e si plasma, si crea, proprio grazie alla parola.
Lei è il pennello con cui tu, artista, disegni e colori, sfumi, la tua realtà.
Tu credi che la Parola sia solo un suono, un simbolo, un segno, mentre “lei è già la tua realtà”, in quanto racchiude dentro di sé questa potenza creativa, potenza che tu utilizzi senza alcuna conoscenza e consapevolezza.
Ogni parola è quindi da conoscere e da legare alle altre con grande attenzione.
Un esempio pratico?
La nostra società utilizza spesso la negazione per esprimere un qualcosa di affermativo e già in questa dinamica si può notare la nostra scarsa conoscenza in merito a questo suo potere.
“ Non hai ancora fatto i compiti?”
“Non ti siedi un momento?”
“Non c’è l’acqua!”
La negazione supporta il verbo e agisce su due fronti: da un lato non ne elude il senso, ma lo potenzia e dall’altro, all’interno del costrutto, nega il senso dell’intero pensiero.
Infonde la negatività somma, massima.
Lo priva del suo “significato”.
Tutto questo ha una forza di presa potente sulla nostra mente e quindi condiziona tutta l’infinita serie di pensieri che la mente è in grado di generare, pensieri che, guarda caso, sono di solito poco creativi e per nulla positivi e artisticamente propositivi.
Proviamo a pensare a una situazione classica: una mamma che chiede al figlio se ha svolto i compiti.
Una mamma che si rivolge al figlio chiedendo lumi a proposito dei suoi compiti ed esordisce con la negazione, innesca una serie di risposte che non sono per nulla costruttive.
Se dice “non hai fatto i compiti”, parte dal presupposto che il figlio sia inadempiente e si mette nella condizione di chi si aspetta solo la conferma a questa sua “ipotesi”.
Lei dà per scontato che il ragazzo non abbia adempiuto, che il figlio ripeta un suo schema negativo.
Non gli concede di fare e di spezzare certe dinamiche. Si esprime come se fosse convinta che l’altra persona non sia in grado di assumersi la giusta responsabilità riguardo a questo dovere e quindi gli rivolge una domanda retorica. Questo suo atteggiamento viene d’altro canto letto, anche a livello inconscio, come una mancanza di fiducia e come un “verdetto”; in questo modo la risposta non tarda a venire; il ragazzo si programma, come se fosse una sorta di telecomando, a rispondere “sempre” in maniera esaustiva a questa situazione. Se la madre si aspetta un figlio che non fa i compiti, ebbene lui sarà quel figlio che “non fa i compiti”.
Tu sei nella convinzione che tuo figlio sia inadempiente e lui è inadempiente. Ti accontenta.
Se tu mamma, sei solita apostrofare tuo figlio, in questo modo, la tua attesa viene solo “confermata”, spessissimo, se non sempre, dalla sua risposta, risposta che è  e viaggia in perfetta consonanza con le tue “attese”, attese espresse attraverso la parola, proprio in questo modo.
Perché non chiedergli invece:
“Paolo, hai fatto i compiti?”.
“Giovanni, hai eseguito i compiti?”.
“Simone, sei riuscito a completare i compiti?”.
“Amore, hai fatto tutti i compiti di …?” oppure “hai svolto tutti i compiti?”
Lasciare spazio all’evento positivo e propositivo, interagisce con le energie del ragazzo in maniera costruttiva, perché lo mette nella giusta predisposizione d’animo per “entrare” nella possibilità di essere attento e creativo, anziché trovarsi nella condizione di essere già “bollato”, già certificato come un “inadempiente DOC”, sul nascere.
La negazione, a rinforzo del verbo, quindi dell’azione, vibra e raggiunge le sue cellule, si amplifica, si trasmette a tutti gli strati del suo essere e lo programma ad essere un ragazzo del “non”, cioè colui che nega quell’azione per antonomasia.
La nostra “deformazione mentale” e umana, ci spinge poi a credere che formulando la domanda in quel modo noi ci serviamo semplicemente della negazione perché l’esperienza ci ha insegnato e quindi ora ci spinge a reputare in questo modo nostro figlio, perché lo conosciamo e sappiamo già che lui è fatto così, che si perde a giocare e tralascia i compiti.
In realtà la domanda formulata in questo modo, alle origini, ha creato un rinforzo ad un comportamento che poteva essere “limitato”, episodico, ma che è divenuto poi una costante, proprio grazie a questa modalità di trasmettergli la nostra richiesta, a questo uso “particolare” della parola.
Se tu avessi invece la “consapevolezza” che il tuo parlare ha contribuito a generare in lui questa sorta di risposta “assertiva” verso la tua richiesta, inizieresti a fare attenzione a come formuli una domanda e di conseguenza a quante volte e in quante occasioni utilizzi la negazione, soprattutto ad inizio della frase, per esprimere un concetto o formulare una richiesta.
Il non è privativo, significa che neghiamo categoricamente ciò che poi andiamo esprimendo o richiedendo.
Se la negazione si accompagna poi ad un verbo di volontà, la negazione sparisce, scompare e predomina il “volere”.
Un esempio?
“Non voglio più un lavoro così!”.
In questo caso il “verbo volere” è un desiderativo e allora la mente non coglie la negazione, ma visualizza il lavoro che tu vorresti evitare, coglie appieno la potenza del verbo che segue, volere, e quindi si attiva per attrarre.
 A seconda della forma verbale utilizzata dopo la negazione, ecco allora che tu crei situazioni paradossalmente opposte a ciò che in realtà vorresti ricevere.
“Non voglio più un compagna come lei!” E cosa ti succede? Che l’Universo ti manda una persona che ti fa rivivere le stesse situazioni. Karma? Può essere, ma sovente non sono i vissuti che non hai colto, ma è la tua richiesta che è sbagliata. Tu formuli un pensiero nello stesso identico modo.
“Non pensare a un orso bruno!” E tu a cosa stai pensando? All’orso bruno.
Ecco, è proprio di questo che sto parlando.
Il che, se ci pensi, è spaventoso.
Pensa a quante negazioni o quanti verbi “forti” vengono usati nel mondo, nel corso di una giornata e quale potere creativo, di tipo negazionista e attrattivo la loro energia richiama, evoca.
Tu hai il potere di pensare e di “creare” gli eventi della tua Vita.
La grande sfida è che dovresti smetterla di “evocare” ciò che vorresti evitare e che quindi, in automatico, attraverso la Parola e l’immagine che la mente crea, dentro di te, tu plasmi, attrai, “crei”.
A volte qualcuno ridendo dice: “Questo casino me lo sono tirato da solo!”.
In realtà è vero, perchè in ogni istante, da solo, tu, attraverso la Parola che usi, costruisci una certa situazione e quindi la tua realtà.
L’Animale non possiede la parola, l’Uomo sì.
L’uomo è dotato di uno dei più potenti “strumenti” che il Padre gli abbia dato in dotazione e ne fa un uso abbastanza opinabile, proprio per una sua assoluta e completa inconsapevolezza.
La parola mi rammenta l’immagine delle spade.
Le spade con la lama a doppio taglio.
Quella spada, se affonda nella carne in un certo modo, procura danni inimmaginabili, crea ferite che faticano a ricongiungersi, proprio come certe parole che penetrano nell’inconscio, e diventano difficili da sanare.
La stessa spada la visualizzo come la spada di Damocle, una spada che penzola sopra la nostra testa, appesa ad un filo esilissimo.
Eppure questa spada, nelle mani di Dio era un pennello, era uno scalpello, era argilla che si plasma, ma nelle nostre, diventa altro.
Noi la trasmutiamo sovente in una spada, con la quale devastiamo qualsiasi cosa si trovi lungo il nostro cammino.
Desideri essere un Artista dello Spirito?
Vuoi apprendere l’Arte della Creazione?
Allora presta attenzione all’uso che fai della Parola.
Lei è un dono, è un pennello dalle lunghe e morbide setole, è una spatola per raschiare la tela, è la bacchetta con cui tu “puoi”animare ogni cosa.
Quando ti trovi di fronte a quello che comunemente chiamiamo problema, ma che in realtà dovremmo incominciare a visualizzare come un obiettivo o come una sfida, saper utilizzare in maniera attenta e consapevole la Parola è indubbiamente un’eccellente possibilità risolutiva.
Noi ci aspettiamo che ogni situazione che viviamo e percepiamo come una “montagna” debba richiedere, per essere scalata, chissà quali strategie e miracoli; in verità ci vuole veramente poco.
Basta poco e di solito quel poco già fa parte di noi, ma lo ignoriamo e quindi approdiamo alla parola solo attraverso la sua funzione grammaticale, sintattica, certamente senza pensare a lei in termini “creativi”.
Cambiamo prospettiva e diventiamo consapevoli di quello che diciamo:
“Ho un problema: mio figlio non riesce in matematica!”
“Ho una obiettivo: che mio figlio riesca in matematica!”
“Ho una sfida: far amare a mio figlio la matematica!”.
Le tre frasi esprimono lo stesso concetto?
Per risponderti immagina di avere di fronte a te, tre sentieri.
Ogni sentero ha un nome e il nome corrisponde all’inizio della tua frase.
I 3 sentieri, si chiamano quindi: “ho un problema, “ho un obiettivo” e “c’è una sfida”.
Li immagini identici? Ti suscitano le medesime reazioni?
Ti portano a visualizzare la stessa tipologia di sentiero o sono completamente o parzialmente diversi?
Quale dei tre percorsi lo visualizzi come più facile e percorribile?
Il primo sentiero, “ho un problema” sicuramente sia come immagine visiva, che come sentire profondo, interiore, ti appare come un’impresa ardua, come un qualcosa di faticoso e dall’esito incerto; quel sentiero, trasformato in immagine visiva, è sicuramente scosceso, irto, sconnesso, pieno di pozzanghere; è un percorso che si addentra in una sorta di selva oscura, nella quale difficilmente potrai vedere raggi di luce e pensare che oltre quei rami contorti, ti attenda una risoluzione positiva e confacente alle tue attese.
L’esperienza ti fa vivere e visualizzare la parola “problema” come un percorso arduo ed estenuante”, un sentiero che sovente non porta al tanto atteso lieto fine.
Al contrario la “parola obiettivo” appare come un qualcosa di più accogliente, di fattibile, di realizzabile, un qualcosa che ti chiede di mettere in campo le tue abilità, le tue competenze, la tua esperienza o quelle che comunque dovrebbero essere strategie alla tua portata.
E’ un sentiero che richiede prestazioni che sei certo di poter mettere in campo, abilità che reputi di avere e quindi sei sicuramente ben disposto e pronto a metterti in gioco, a incamminarti lungo quel percorso. Sei ben disposto, sei tranquillo, sei carico di fiducia.
Il sentiero lo percepisci come adatto a tutti e tutti; hai la certezza che, a seconda delle proprie prestazioni, chi vi si incammina, arriverà sicuramente in fondo, anche se con una tempistica diversa.
Nulla ti fa pensare a un sentiero impercorribile, inagibile, estenuante.
Il terzo sentiero, invece, “ho una sfida” si presta ad essere percorso da chi ama il rischio, da chi vuole misurarsi, da chi si è allenato e vuole battere un record.
E’ fattibile, ma richiede dinamicità, abilità più specifiche, senso del richio, gusto per l’avventura e quindi un’attenzione maggiore.
Ti rammenta sicuramente i sentieri montani, quelli che richiedono una preparazione maggiore, quelli adatti solo a chi gode di un’amicizia più profonda con la montagna.
Quel sentiero rappresenta una sorta di sfida, anche con se stessi.
Non tutti magari lo affronterebbero o lo inizierebbero con la stessa intenzione e disposizione d’animo, ma sicuramente potrebbe diventare una “sfida” anche per chi ha bisogno di recuperare autostima, oppure per chi volesse mettersi nuovamente in gioco, ritrovare il brivido della follia creativa.
E l’immagine che visualizzi pensando al “sentiero sfida”?
Un’immagine sicuramente in salita, ma una salita che sembra chiamarti e dirti:
“Vuoi provare? Vieni! Qui c’è bisogno di tenacia e di voglia di tagliare il traguardo e se vuoi, tu puoi farcela”.
Credo che i 3 sentieri, di cui ti ho appena parlato, ti abbiamo esemplificato al meglio di cosa sto parlando oggi, in questo articolo.
Quante parole da disattendere!
Non, problema, stress, ansia, coronavirus, rabbia… sono solo alcune delle parole più gettonate nel nostro lessico ordinario, creativo, già, perché è sempre e comunque tale, anche se ne siamo inconsapevoli.
Sono Parole forti, con un’energia e una vibrazione senza uguali, quindi in grado di creare veramente un “mondo” poco gradevole.
Cosa puoi combinare allora, per costruirti una realtà migliore? Devi metterti in gioco, come sempre, e partire da piccoli cambiamenti quotidiani.
Devi solo individuare quelle parole negazioniste, negative, distruttive che usi più frequentemente e che potenzialmente possono dare spazio e adito a un qualcosa di “ambiguo” e,   vedere di trovare quella parola, quel termine, quel vocabolo che potrebbe sostituirle egregiamente, Parole utili per esprimere al meglio ciò che tu vuoi, ciò che in realtà ti auguri, ciò che potrebbe fare la differenza per il tuo bene quotidiano.
Ecco allora che, al posto di una negazione, trova un verbo, un sostantivo o altro, che esprima esattamente ciò che ti auspichi per il tuo bene, per il bene della situazione che vivi e per il benessere delle persone di cui stai parlando.
Quella Parola che scegli, deve “creare” in modo consapevole e positivo.
Togli certi termini, come ansia, il cui suono già richiama una sorta di vortice interiore, di scompenso, togli la parola rabbia, così forte e potente nelle sue duemila espressioni tipo: “Mi fa rabbia”, “mi viene la rabbia”, “mi fa crepare di rabbia”,  “mi prende la rabbia”, “non gestisco la rabbia”, “mi è venuto un attacco di rabbia” …
Se, per esempio, escludi dal tuo vocabolario “personale” la Parola rabbia o limiti il suo utilizzo, a poco a poco, lei scomparirà anche dalla Vita.
Smettere di evocarla, la terrà distante da Te.
La stessa cosa a proposito delle altre parole che ho menzionato.
Tu sei il peggior nemico di te stesso, perché ti saboti, senza accorgertene.
A volte credi che per rendere la tua Vita straordinaria serva chissà qualche alchimia, ma basta poco in realtà per trasformarla e permetterti di stare bene e di vivere al meglio.
Dietro ogni Parola esiste una “forma visiva”, un’immagine.
Quell’immagine ti compenetra.
Vuoi una vita serena?
Inizia a curare il tuo linguaggio.
Fai attenzione a ciò che dici e a come lo dici.
Ricordati che sei un Artista, che sei una sorta di “prestigiatore” della tua e dell’altrui Realtà, proprio attraverso la Parola e quindi attivati a “creare” una magia unica, e ad insegnarla a tuo figlio.
Ti accorgerai che i piccoli possiedono “in dotazione” una certa semplicità espressiva che il tempo e il camminare al nostro fianco, distorcono e trasmutano in un qualcosa di diverso.
I ragazzi subiscono il fascino del lessico e dell’etimologia della parola e quindi vale la pena far riscoprire questo antico e saggio potere alchemico, perché l’arte primaria per stare bene nasce proprio nella quotidianità, dal come ci esprimiamo.
Pensiamo alla situazione attuale.
Miete più vittime il virus o la forza delle parole utilizzate per parlarne?
Cosa ha creato e crea questa forma di “informazione” e di trasmissione nella quale la parola ruota attorno a un lessico semplice, ripetitivo, ridondante, che evoca solo immagini negative?
Beh, i frutti di questo lessico sono sotto il naso di tutti.
Buona parola a tutti!
ti

Questo articolo è stato amorevolmente scritto da Ti degli Arcangeli (l'autrice dei 2 libri Le Preghiere Arcobaleno dagli Arcangeli e La Via della Luce. Testi guida dell’Arcangelo Uriele ) con canalizzazione di un Arcangelo specifico oppure facendosi ispirare da Arcangeli e Angeli.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com

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