
Sorrido, perché la grandezza divina la colgo fortissima nel susseguirsi degli eventi, che mi portano fatti, letture, libri, persone, tutte legate al qui e ora.
Cosa ho appena letto? Una pagina, apparentemente apertasi a caso sul mio pc, in cui si parla, niente di meno che di una nota fotografa, di origine danese , il cui titolo è: «Fotografo la morte per capire meglio la vita».
Vi si legge:
“Cathrine Ertmann, fotografa danese, ha immortalato, nel 2012, i corpi dei defunti dell’istituto patologico di Aarhus per documentare quello che accade quando la vita finisce.
E anche per lanciare un messaggio.” (Vanity Fair)
Scorro velocemente tutto l’articolo messomi sotto il naso e così scopro che, fino a quel momento il rapporto della fotografa con la morte era stato poco idilliaco, come un po’ per tutti noi, o meglio per tutte le persone che la colgono attraverso i “luoghi comuni” .
Anche le visitazioni religiose, in verità, fatte di parole impegnative, al lato pratico, quando la morte viene a rompere l’equilibrio nella nostra esistenza, finiscono sempre per rivelarsi incapaci di sostenerci.
Non e sentiamo dentro, non ci appartengono e quindi scivoliamo nel dolore e nella non accettazione di questo passaggio inevitabile: andarsene.
Un tuo caro ti lascia e tu pensi di impazzire o che non ce la farai mai a venirne fuori.
Ti senti nel buco nero e le belle parole a poco servono.
Questa fotoreporter, però, ci darà una bella scossa, lei, che non aveva mai visto così da vicino, il corpo di una persona morta.
Cosa è successo?
Quello che mai ti aspetteresti.
Un bel giorno le viene dato, insieme con una giornalista, di documentare quello che accade, quando esaliamo l’ultimo respiro, ciò tutto quello che accade a quello che resta del nostro corpo fisico, quando la vita finisce.
Dai primi scatti, superata la fatica” del guardare un cadavere, scopre che guardare in faccia la morte, partendo proprio dal suo obiettivo fotografico, non era poi così spaventoso.
E ha capito.
Ha capito sia il valore della morte, che il “vero senso della Vita”.
«Avere la possibilità di guardare da vicino persone morte – ha spiegato nell’articolo riportato dalla rivista Vanity – che non fossero miei parenti, e quindi senza un coinvolgimento emotivo, mi ha trasmesso pace. Pensare alla morte è peggio che vederla».
Oggi questa fotoreporter ha un progetto.
Il suo progetto si chiama About Dying.
A cosa serve?
A mettersi in gioco per cercare di aiutarci a spezzare il nostro tabù sulla morte.
Noi temiamo sempre, ciò che non conosciamo.
La morte fa parte dei tanti misteri, delle porte chiuse, che ci ripetiamo di non volere e non potere aprire, fino all’istante in cui lei, la signora indesiderata, lo fa per noi, venendoci a trovare o in prima persona o, indirettamente, prendendosi qualcuno di caro e/o conosciuto.
La morte è dura da digerire, eppure è una condizione naturale.
La fotografa, incaricata di farlo per lavoro, sta in realtà svolgendo un “servizio” a chi, lassù, ci ha generato.
Lavora per il Padre eterno.
I defunti vengono da lei e dalla giornalista, messi nella condizione di non essere “umanamente” riconoscibili da nessun familiare, ma gli scatti che vengono fatti, risultano utilissimi al fine di far sapere e avvalorare le affermazioni, che lei stessa farà in seguito, non solo e tanto come fotoreporter, a sostegno della diffusione delle immagini e del suo progetto.
Questo incarico, in realtà, andava stranamente a soddisfare un suo interesse, proprio legato ad un altro articolo apparso, tempo prima, su un malato terminale, il quale raccontava di sé e di ciò che diventa veramente importante, quando il tempo che ti rimane da vivere è “quantificato” dal responso di un medico e ti sembra così breve, terribilmente e ingiustamente breve.
E’ tutto partito da lì.
Da quelle affermazioni, fatte da una persona che raccontava ciò che le era capitato e aveva sperimentato, dopo quella tragica e ignobile sentenza clinica.
Quelle parole che lei aveva letto, quella storia così cruda, i pensieri che le erano poi nati dentro, rivisitando l’accaduto, riaffiorano, dalla sua anima, nel preciso momento in cui le viene affidato il compito pesante di fotografare un corpo che si decompone.
Il lavoro andava a mettere in gioco proprio quelle sue curiosità, rimaste dentro, insieme con tutte quelle infinite domande ed emozioni a proposito del “passaggio obbligato”, che ci attende.
Vedere e fotografare la morte, quindi, le serviva; ero lo step utile e necessario, per “risvegliarla” e per regalarle una nuova prospettiva a proposito della vita e della sua importanza.
Lei fotografa, stava per recuperare il suo “compito animico”, attraverso quel lavoro.
Poteva accoglierlo e farlo suo o ricusarlo.
Lei lo accolse e così nacque questo impegno sociale: risvegliarci attraverso non solo e tanto le fotografie, gli album, ma soprattutto attraverso le sue testimonianze.
«Dopo aver lavorato al mio progetto, camminavo per strada e sentivo sopraffatta guardando le persone camminare, chiacchierare e ridere – dice -. Volevo urlare loro: “Sei vivo, goditi la tua vita!”.
Spero che le persone che guardano le mie immagini sperimentino la stessa sensazione».
Buffo, vero?
Due giorni fa anch’io ti invito ad amare la tua vita e ti parlo di Holly, la ragazza australiana ed oggi, il pc abbandonato acceso, mi presenta questo servizio legato a questa fotografa danese e al suo progetto.
Forse che il cielo voglia dirci qualcosa?
A tutti noi l’ardua sentenza!!
Una cosa è certa: attraverso quegli scatti questa donna impegnata, riscopre il valore della Vita e rafforza la sua la sua convinzione che sia necessario assaporare ogni giorno, finché si ha la possibilità di farlo.
Lo riscopre e “se ne fa portavoce”.
L’Universo poteva portarla alla stessa cosa lasciando che il suo cane morisse, investito da un’auto, oppure che perdesse un suo caro, ma non è stato così; la possibilità non le è stata offerta attraverso una perdita, ma attraverso un semplice incarico lavorativo, un compito pagato, un qualcosa che è diventato fondamentale per lei, nel momento in cui si è lasciata coinvolgere e quindi è riuscita a cogliere quel messaggio che passava attraverso un impegno non troppo carino, ma utilissimo ai fini delle sue riflessioni e prese di consapevolezza.
Morte, dolore, fine, distruzione fisica, l’hanno guidata a riflettere sulle cose che veramente contano in questa vita e quindi a riscoprirla tanto da desiderare parlarne e diventare così una “risvegliatrice” a proposito del vero valore della Vita.
Ti ricordi il mio articolo a proposito delle cose che rimpiangiamo di più alla fine dei nostri Giorni?
Beh, in questo periodo qualcuno lassù vuole che ti scuota e ti metta su queste frequenze, forse perché sia possibile vivere sempre a mille, avere una vita piena di buone bollicine e in maniera “giustamente spericolata”, senza falsi miti, miraggi inutili e problemi e tensioni inaudite.
Sai cosa scrisse anche Holly in quella lettera, postata il giorno successivo dalla famiglia su Facebook?
Addirittura la ragazza ci invitava a donare il sangue.
“ …se puoi, fai una buona azione per l’umanità e inizia a donare regolarmente sangue.
Ti farà sentire bene.
Mi sembra che sia qualcosa di trascurato, considerando il fatto che ogni donazione può salvare 3 vite! Questo è un impatto enorme che ognuno può avere e il processo è davvero così semplice.
La donazione di sangue mi ha aiutato a rimanere in vita un anno in più – un anno che sarò per sempre grata di aver vissuto qui sulla Terra con la mia famiglia, gli amici e il cane.
Un anno in cui ho trascorso alcuni dei momenti migliori della mia vita…
Fino a quando non ci incontreremo di nuovo».
In realtà non sappiamo scegliere ciò che rappresenta il nostro vero bene, così come non sappiamo se potremo percorrere il nostro cammino “nella maniera ordinaria”, vale a dire invecchiando, come tutti ci aspetteremmo, anche Holly lo dice, per cui dovremmo veramente scegliere di farlo in maniera positiva, attiva, eccellente, vera.
Invece sciupiamo tutto e alla fine siamo solo pieni di rimpianti, di rimorsi, di desiderata, e viviamo di corsa, con il fiato corto, con la fretta in corpo e il gelo della morte sul collo. Mai visto i nonni dribblare, nelle maniere più assurde, le file in banca, piuttosto che in posta o chissà dove, adducendo che hanno fretta? Fretta di cosa?
Fretta di andare dove?
La loro fretta è solo dovuta al fatto che stanno “rincorrendo il tempo perso”, quel tempo che indietro non torna.
Ogni giorno 86400 secondi.
Come li spendi?
Quanti te ne restano?
Cosa hai comprato nei giorni scorsi, con le cifre spese?
Quanti minuti, secondi, ore, giornate, settimane, mesi ed anni hai già trascorso?
Un sondaggio riportato dal Sole e 24 ore, ci fa un quadro un po’ apocalittico a proposito del consumo del tempo sui Social …
Vi si legge.
…”Nel 2004 controllavamo il telefonino 9 volte all’ora, oggi lo facciamo più di 15 volte, cioè una volta ogni 3-4 minuti.
E secondo la ricerca “Global Digital 2018” passiamo circa 6 ore e 8 minuti al giorno su internet, di cui quasi due sui social network.
Forse anche per questo la società di Mark Zuckerberg ha lanciato, oggi, nuovi strumenti per aiutare le persone a gestire meglio il loro tempo su Facebook e Instagram.
Si tratta di una dashboard delle attività, di un promemoria quotidiano e di un nuovo modo per limitare le notifiche, disponibili da oggi attraverso le impostazioni delle due app (su Instagram bisogna cliccare su “La tua attività”, e su Facebook su “Il tuo tempo su Facebook”).”
Siamo forse impazziti?
Se oggi i nonni, che ancora ben poco sanno di questi strumenti o meglio hanno fruito poco o nulla di questi Social, rincorrono il Tempo, lo desiderano indietro e lo rimpiangono, cosa ne sarà di noi, persone social per eccellenza?
Abbiamo sempre bisogno di qualcosa o qualcuno, che ci gestisca, che ci dica che è ora di fare o di stoppare. E noi, dove siamo in tutto questo?
Dovremmo ricordarci che la morte è l’unica cosa certa che ci attende, nella vita.
Puoi sperare di arrivare alla fine dei tuoi giorni, in pace con te stesso e soddisfatto delle spese sostenute, ma se vuoi che sia così, devi attivarti perché lo sia, dando un giusto senso, peso e valore a tutto ciò che fai, alle persone che incontri, alle situazioni che ti permetti di vivere e a come le vivi.
Ricordi la scrittrice Bronnie Ware? L’infermiera di cui ti ho parlato, che ha lavorato in un hospice per malati terminali, alla quale quelle persone hanno affidato i loro rimpianti più ricorrenti e che sono diventati le pagine del suo libro, che ora sta spopolando?
Ecco come arriviamo alla fine dei nostri giorni.
Carichi di rimpianti, di cose non dette, non fatte, non partecipate.
Sai come viviamo? Te lo ricordo subito.
- Sommersi di falsi problemi.
- Ogni affermazione o battito di ciglia a casa, in ufficio, al supermercato, dovunque diventano un problema, un pensiero ricorrente, un vero tarlo, quindi un’ansia o rabbia o invidia o cattiveria ingestibili, che ci divorano e ci soffocano.
- Niente o poco tempo trascorso all’aria aperta, a gustare un cielo limpido, il vento tra i capelli, il sole sulla pelle o le gocce di pioggia che battono e cantano sul tuo ombrello.
Viviamo seduti ad un tavolo, davanti ad uno schermo a seguire i Social. - Abbiamo un sacco di Social da seguire, anziché prenderci cura di noi stessi e di chi ci sta attorno.
- Spendiamo ogni giorno 8 ore, appurate ( vedi sopra) a farci gli affari degli altri, ad esprimere pareri ed opinioni inutili, o a postare like e purtroppo anche brutte parole.
- Ai bambini piazziamo in mano il cellulare in qualsiasi momento della giornata, affinché non rompano e non ci distraggano dalle cose spesso di poca utilità che stiamo facendo. Secondo noi, che capacità ha un bimbo di 2 anni di gestire una finestra sul mondo qual è il cellulare e l’Web?
Il piccolo non ha competenze di tipo informatico e tecnico, ma nel giro di poco se le procura, utilizzando le sue capacità esperienziali e la sua memoria, due strumenti validissimi, che sa attivare al meglio, perché lo hanno aiutato fin dal primo giorno in cui venne al mondo, per apprendere niente meno che a parlare, muoversi, camminare, mangiare, fare pipì e popò.
Ma un cellulare e l’Web non sono solo e tanto questo.
Sono un Mondo, una finestra spalancata sul tutto, un tutto dove noi ADULTI, dobbiamo esserci, perché un bimbo di due anni non ha il senso del valore e del disvalore, non conosce ancora il male ed il buio interiore, ma dentro l’Web, suo Social li incontra e sovente, ci si imbatte da solo ed allora non gli bastano e non gli servono la memoria, le dita piccole ed esili, veloci e l’andare per tentativi.
La velocità di usarlo non pone limiti e quindi vede, sente, coglie, interiorizza di tutto.
Incamera e prima o poi ce li rende.
Non sa se si tratti di finzione o realtà, ma sa che quello che vede lì dentro esistono, perché lo vede, come vede il gatto che si struscia sulle sue gambe in cucina o il cane che lo strattona e abbaia per giocare fuori dallo schermo.
Se questi strumenti ci sono e noi glieli diamo, significa che va bene così, che sono parte della normalità della vita.
Se vede litigi ed insulti li prenderà per giusti e positivi.
Se vede immagini agghiaccianti, le reputerà ordinarie.
Se vedrà la vita da una certa prospettiva è perché si sta addentrando nel bosco come Cappuccetto e lì, come il personaggio della fiaba, incontrerà il lupo ed il cacciatore.
Si nutrirà di ciò che gli apre davanti, di ciò che vede e di conseguenza crescere a seconda del cibo avuto.
Quello che invece noi, adulti, dovremmo fornirgli sono prima i Valori, le cose solide, buone, genuine, insomma creargli un pregresso che lo renda capace di vedere e vivere ogni cosa in maniera corretta, di sapere e potere leggere tra le righe, dentro le righe e oltre, per cogliere, rivisitare, comprendere, valutare, ponderare, scegliere, osservare, fare proprio e se necessario scartare ciò che è amorale, privo di valori, distruttivo e fonte di energie e situazioni affaticanti e magari al limite.
Ci lamentiamo poi, e diamo addosso a scuole ed oratori, ai mister e a chi si occupa dei nostri figli, ma noi siamo i primi ad averli abbandonati in questa bagarre e ad avere la coda di paglia, quindi a riversare sugli altri i nostri sensi di inadeguatezza e di assenza, di mancanza.
- Ci permettiamo di gettare la nostra vita nelle maniere più assurde
- E mettiamo i piccoli nella condizione di farlo a loro volta, in maniera ancora più rapida, incisiva e distruttiva.
“Avrei voluto avere il coraggio di vivere la mia vita”, ripetono
oggi, tante persone in punto di morte.
Fai in modo di non essere una di quella.
Con amorevolezza ti
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