
Se ti guardi intorno, soprattutto in questo periodo nel quale tutto pare sospeso, a causa del disagio che stiamo vivendo, riesci ad individuare immediatamente la persona solare e la persona affaticata.
Le differenzia, non solo l’espressione del volto, la postura, la modalità con cui fanno ogni cosa e agiscono, ma la parola, il modo in cui essi esprimono il loro pensiero, soprattutto quello emozionale.
Tu stesso sei o non sei positivo e propositivo.
Nessuno pone grande importanza al “valore della parola”, sul quale io da tempo sto insistendo, anche a scuola, con i miei ragazzi.
La “parola” è un dono, perché racchiude in sé un vero e potente potere alchemico, potere di cui siamo sovente all’oscuro o non sufficientemente consapevoli.
La parola è una sorta di “chimica”, che nasce e ci programma già nell’utero di nostra madre.
E’ lì, che mentre ci formiamo alla Vita fisica, riceviamo il nostro primo “vocabolario”, una sorta di enciclopedia che non solo e tanto ci accompagnerà incontro alla Vita, ma che programma ogni nostra cellula, facendo di noi “creature” serene, oppure ansiose, fiduciose o sfiduciate, positive o negative.
Dentro la mamma, partecipiamo a tutto ciò che le appartiene, soprattutto al suo “costante dialogo interiore”, un dialogo fatto di immagini, pensieri, emozioni e parole interiori.
Per nove mesi, in questa “simbiosi creativa”, il nostro corpo si forma, il nostro “tutto” prende vita e assorbe ogni singola vibrazione materna.
Una mamma che teme il parto, che pensa con angoscia al futuro, che rischia di perdere il suo bambino, che non è amata, che soffre e ha poca fiducia in sé, vibra, pensa, si muove, parla realmente e interiormente in un certo modo, un modo che sicuramente non è assimilabile a quello di una mamma più serena, aperta, disponibile, leggera nell’affrontare la vita.
Sono parecchie notti e parecchie albe in cui, nella sua pancia, ci si addormenta e ci si risveglia con lei.
Tu in lei e lei “in te”.
A questo non pensiamo e non rivolgiamo la dovuta attenzione.
Durante la gravidanza, ci viene consigliato di fare attenzione al cibo, ci viene detto di non fumare e limitare gli alcolici, di non assumere farmaci o altre porcherie, di stare il più possibile tranquille, ma il discorso è molto più ampio e andrebbe gestito in maniera indubbiamente più attenta.
Una mamma insicura, non genererà Rocky Balboa.
Una mamma ansiosa non darà alla luce un bimbo chimicamente “sano”, perché quelle cellule di suo figlio, si formeranno e svilupperanno dentro una sorta di centrifuga emotiva, dove verranno impastate e “informate” in stampi tossici e deformati, quindi deformanti.
Quando nasciamo abbiamo quindi già una sorta di “predisposizione” a una certa modalità di “comunicazione verbale”, la quale è però successivamente accentuata e ulteriormente attivata e svilita, dal contesto familiare, dalle frequentazioni sociali, dalla scuola materna, gli amici di famiglia, le successive scuole, le attività sportive e religiose.
Tu in pratica “parli” e quindi sei, esattamente come il “cibo che hai ricevuto”.
Dentro la pancia hai “respirato” tutte le emozioni di tua madre e sei stato programmato di conseguenza ad una vita che rispecchia tutto questo, perché quello che hai dentro lo esterni e lo realizzi poi fuori di te.
Intorno a noi, soprattutto oggi, con il Covid, cosa vediamo?
Vediamo molta angoscia, sfiducia, paura e ansia, incrementata dagli strumenti di “comunicazione”, i quali dovrebbero, per etica fare sicuramente informazione, scegliendo meglio il linguaggio, il timbro, soprattutto la quantità e la qualità dei dati che passano.
Non possiamo dare solo il peggio, se vogliamo creare una svolta, giustificandolo come fosse un dato oggettivo.
Spiego. Come in una famiglia che sta sperimentando una malattia incurabile, non esiste solo quella realtà, ma esistono anche situazioni buone, positive, propositive, come per esempio una nascita, un bel voto di un bambino, un compleanno, una visita gradita, una bella giornata di sole, una seduta di chemio che non ti affatica come altre volte ed è su quelle che fai ruotare il tuo quotidiano, per vivere ancora e non morire anzitempo, la stessa cosa dovrebbe accadere anche nel sociale, cioè nella famiglia allargata, che vive questa nuova pesante realtà.
Al contrario si parla solo della malattia e lo si giustifica come un atto dovuto, come un gesto amorevole per la salvaguardia e il benessere collettivo.
No! Questo non è amore, ma semmai creazione di piombo, quindi un’alchimia devastante e contraria.
E’ riportare l’opinione pubblica nell’ottava sotto.
E’ lasciare i membri della grande famiglia tutto il giorno incentrati solo sulla malattia, sui sintomi, sui morti, sulle nuove infezioni, sui doveri e su questo genere di problematica.
Perché? Perché così vado a lavorare sul “tasto prenatale” di tutte quelle persone affaticate fin dalla creazione, nella pancia della propria mamma e lentamente finisco per aggredire anche coloro che sono uscite bene dall’esperienza uterina.
Perché le parole negative, dubitative, ansiogene, terrorizzanti fanno parte del “pregresso neonatale” di tantissime persone.
Se in una situazione di “normalità”, questa nostra chimica rimane meno espressa, in un contesto faticoso, si esterna appieno, generando il nostro malessere esteriore o meglio un malessere interiore intenso, che poi, da dialogo interiore, diventa realtà fuori di noi.
L’Universo conosce il sì o il no.
Noi conosciamo e viviamo, attiviamo anche le “100” sfumature di grigio.
Ogni volta che iniziamo un discorso con un se, un ma, un però, stiamo dando spazio a quello che siamo dentro, cioè a quel noi, originato in un contesto, anziché in un altro.
La parola è molto potente e nemmeno a scuola le diamo il “giusto senso e valore”. Noi esigiamo dai ragazzi una buona conoscenza lessicale e una chiarezza espositiva, una correttezza verbale, che equivale anche ad una sorta di scelta educata dei termini, soprattutto verso le altre persone, ma in realtà siamo spesso “diseducati” prima ancora che verso gli altri, verso noi stessi.
La poca autostima si esterna anche attraverso la parola, ma sovente quella è solo la punta di un iceberg, una sorta di montagna sommersa fatta dal nostro mondo cellulare, improntato, segnato, marchiato da una certo tipo di sigillo.
Un bambino registra le emozioni, materne, da subito.
Ciò che la mamma vede, ciò che la mamma sente, ciò che la mamma sperimenta, appartiene anche a suo figlio.
Un bambino che riceve “forti impronte chimiche”, spesso sviluppa patologie; alcune già visibili alla nascita, altre che si andranno manifestando nel corso degli anni, a mano a mano l’esperienza del piccolo andrà allargandosi.
Lì dentro, veniamo programmati anche al “come parleremo” poi fuori, soprattutto da adulti.
La donna “costruisce l’essere umano” a sua immagine e somiglianza, per tutta la durata della gestazione.
La nostra chimica della parola, nasce quindi dentro la pancia della nostra mamma, quando attingiamo tantissimo anche dal suo passato; noi siamo in genere molto legati al passato, e solitamente tendiamo a ricordare non i fatti belli, positivi, cioè ciò che ci ha fatto stare bene, ma ahimè le esperienze faticose.
La mente è la “zia” impertinente, che ti riporta, soprattutto quando vivi situazioni delicate, come la gravidanza, tutte le esperienze pregresse, come il parto precedente, un tradimento, la malattia di qualcuno, una e morte, una fatica, proprio per cercare di tenerti lontano da qualsiasi novità, da qualsiasi cambiamento, perché potrebbe celarti una sorta di ripetizione di quel vissuto.
Ripresentandotelo però, ti costringe a riviverlo, quindi ad attivare un dialogo interiore legato a quei ricordi, di conseguenza una sorta di chimica che non fa bene né a te, né al tuo piccolo.
A scuola, al lavoro, ma prima ancora in famiglia, dovremmo “educare” chi nasce ad un dialogo sia interiore, che esteriore positivo, sia nella scelta delle parole, che nelle forme pensiero che esse esprimono, oltre che nel timbro della voce, cioè nel come pronunciamo.
Anche la modalità ha la sua importanza e fa una grossa differenza.
Perché le persone accanto a me si sentono bene? Perché la mia voce è tranquilla, pacata; anche quando sono agitata dentro, vibra comunque su certe frequenze, quindi si mantiene su modalità comunque carezzevoli per le orecchie e per l’interno della persona.
Una voce acuta, una voce stonata, una voce grossolana, non solo stona quando ti raggiunge, ma ti trasmette il messaggio su certe frequenze, quindi crea una sorta di impatto, anziché un altro.
Prendiamo come esempio un bambino, la mattina, poco prima di andare a scuola.
Vive in genere, la stessa situazione: una figura adulta che lo sollecita o lo invita a fare o non fare certe cose, utilizzando sempre le stesse parole, con lo stesso timbro, spesso negativo, perché si tende a sottolineare le dimenticanze, i lati deboli, le inadempienze, in uno spazio quindi sia temporale che d’ambiente, sempre uguale.
Un aspetto rinforza l’altro e crea nel bambino una sorta di fastidio, un fastidio che presto lo spinge a passare dall’ascolto, al sentire: sa che gli parli, ma non interiorizza, quindi non lascia passare quello che dici e di conseguenza non ti risponde in maniera emotiva ed empatica.
Tu sprechi energie, inutilmente e a lui non serve.
Buonissima cosa, sarebbe invece il cambiare tono, lo scegliere ambienti diversi, una volta il letto, un’altra l’anticamera, un’altra ancora la cucina, ma soprattutto puntare ogni volta su aspetti nuovi e soprattutto sulle cose positive, che gratificano e quindi spingono ad aprire le orecchie per ricevere.
Tutti abbiamo bisogno di riconoscimenti, di accoglienza, di amore, quindi è partendo da quello che dobbiamo andare incontro all’altro.
Motivati a livello cellulare al peggio, abbiamo bisogno del meglio.
Possiamo riprogrammarci? Sicuramente sì!
Chi compie un percorso verso la conoscenza interiore, scopre queste fragilità e vi lavora.
In questo modo, consente alla propria Anima di esplodere e superare queste dinamiche legate proprio alla nascita, cioè al passaggio da una condizione di somma trasmissione animica, lassù, ad una veicolata alla parola, che genera una sua impronta chimica e quindi certe situazioni di base.
La parola attiva le nostre emozioni, è come un pulsante.
Quindi, se vediamo una persona a volte insicura, che sta poco bene, un po’ giù di tono, dovremmo scegliere parole adatte, parole che generino una chimica adatta a “sanare” il suo momento, non ad accentuarlo.
Dire a chi vediamo affaticato: “Ma che brutta cera , stamattina! Ma stai poco bene?”
Meglio dargli sicurezze, rinforzi buoni, puntando su altro, magari un indumento che lo esalta, dando valore ai toni caldi della sua camicia, oppure usando parole, spesso brevi, ma che spingono all’azione, all’andare oltre, al “tirarsi insieme”, come direbbe qualcuno in modo molto diretto.
“Su, su, forza!” è un eccellente corroborante.
E’ una sorta di mano che spinge, un caffè che dà una sferzata di energia.
La parola giusta, al momento giusto, è pura “alchimia”, è creare la giusta condizione, dando fiducia e togliendo incertezze.
L’Alchimia, cioè il saper trasformare il ferro in oro, è proprio questa.
E’ così che creiamo “conferme”, quelle conferme che essi non hanno, perché programmati sotto tono, ma non solo nella pancia, ma in tutta la propria esistenza, con i rimproveri, le ammonizioni, le sottolineature in rosso sui quaderni, gli interventi fatti solo per sminuire o sottolineare le pecche e mai le virtù.
Pensiamo anche al mondo del lavoro: a certi livelli non ci si sogna minimamente di chiamare un dipendente, se non per riprenderlo o fargli notare le manchevolezze, le dimenticanze, le cose non svolte al meglio.
L’educazione serve per tirare fuori il meglio che abbiamo dentro, non il peggio e lo possiamo e riusciamo a fare solo in un ambiente sereno e accogliente, dove c’è accoglienza e buona motivazione, quindi un insegnamento, cioè viene lasciato un segno, che vale la pena tracciare, perché renderà quella persona diversa e sé.
Il Mondo ha bisogno di tutti, è fatto di tutti, ma perché ciascuno di quei tutti ci sia e collabori, si esprima, offra la sua “unicità”.
Tu rimboccati le maniche e abbi una buona chimica della parola!
La tua Vita migliorerà sicuramente e offrirà parecchio a tutte le persone che ti orbiteranno intorno; il lavoro darà frutti diversi e ti permetterà di dimostrare il “tuo valore”, perché la tua chimica della parola viene creata dal valore, con valore.
Allenati come Rocky, per riprogrammare la tua cellula a creare, non a distruggere.
Siamo i frutti dell’albero materno e paterno e siamo ciò che pensiamo, sicuramente, ma siamo Anime forti, uniche, potenti e possiamo “riprogrammarci”, com’è giusto sia.
Questo lavoro fa parte proprio del nostro “percorso” evolutivo, del nostro distacco dall’albero che ci ha permesso la Vita, di essere.
Allora ringrazio mia madre e mio padre, e sono loro grato, perché grazie a loro ho potuto vivere questa esperienza terrena e da buon alchimista, mettermi all’opera, per trasformarmi in oro e quindi mettermi nella condizione, non di ricalcare le orme degli avi, rimanendo nella stessa impostazione chimica, distruttiva, bensì nella mia nuova modalità, fatta di toni, vibrazioni, modi, parole giuste per me stesso e quindi per chiunque attraversi il mio cammino.
Serenissima trasformazione alchemica a tutti!
Con Amore, ti.
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