“La morte è parte naturale della vita.
Gioisci per coloro che intorno a te si trasformano nella Forza.
Dolore non avere; rimpianto non avere.”
Perché parlare di viaggi?
E cosa intendo per diverso?
Sto semplicemente parlando della “grande partenza”, che viviamo sempre con paura e sofferenza, quella sofferenza che ci aleggia intorno, ogni volta che la malattia compare, vicino a noi.
Come possiamo accettarla?
E’ facile, soprattutto negli ultimi tempi, sentir parlare di suicidi, di cancro, di aneurisma, di malattie rare e inspiegabili, o di gravi problemi neuro-motori che strappano o modificano la vita a tante persone giovani o anziane che siano, rallentate o piene di vita.
Perché tutte queste partenze tra persone che spesso, indipendentemente dall’età, hanno ancora tanta voglia di vivere?? Perché accade questo?
In natura la morte è parte della vita, cioè una presenza costante.
L’uomo invece la teme e quindi tenta di esorcizzarla, di allontanarla dalla sua vita, facendo del suo meglio per fare finta che non moriremo mai, che entreremo presto in una specie di nirvana senza tempo.
Perché?
Perché ci identifichiamo continuamente, costantemente, con i nostri corpi.
“Io sono il mio corpo, sono i miei pensieri, … queste sensazioni, … questi desideri, … questo stato di benessere o malessere …
La natura con i suoi cicli pacifici ci insegna, ci ammonisce ed educa, …ma noi non la sappiamo vedere, né ascoltare.
Anche per noi esiste la ciclicità, la stessa, ma noi svicoliamo e non vogliamo sentirci dire che un giorno moriremo, perché questo è quello che i corpi devono fare.
Ecco allora che è importantissimo comprendere chi siamo e quale sia la nostra vera e primaria esistenza.
Come?
In che modo?
Eccellente può rivelarsi la meditazione.
Durante la meditazione possiamo entrare in profondità nella nostra mente, per investigare la vera natura del nostro corpo e della mente e per comprendere cosa è che muore veramente di noi, quale parte?
Chi muore?
Eh, proprio quella parte che vorremmo tenerci stretta …
La morte fisica può essere serena, pacifica, quindi un dono, una benedizione quando riusciamo a coglierla come un semplice ritorno degli elementi agli elementi.
Al contrario, se questa visione non ci appartiene, ecco che la stimiamo come una nemica, come un’esperienza spaventosa da allontanare e tenere a debita distanza, il più possibile.
Che cosa cerchiamo veramente nella nostra vita?
Semplicemente la felicità, un posto sicuro, la pace.
Ma dove le cerchiamo queste meraviglie?
Semplice, cerchiamo disperatamente di proteggerci, raccogliendo ed ammassando sempre più cose, mettendo inferiate alle finestre per difendere”la roba”, aumentando la diffidenza, accrescendo il senso di separazione, sforzandoci di avere tutto sotto controllo…
Ci sentiamo apposto solo con la punta delle scarpe lucidate a festa, con un’auto di dimensioni stratosferiche, con la laurea nel cassetto, perché crediamo che sia così che ci venga riconosciuta maggiore autorevolezza, più rispetto e … così chiediamo soluzioni immediate.
La nostra è una cultura di gratificazione immediata.
Riflettiamo sui nostri comportamenti.
Quanta rabbia e disappunto emozionale e quindi corporeo ogni volta che qualcosa sembra rallentare le nostre giornate: siamo costantemente sull’orlo del disappunto, per qualsiasi cosa, sia che il computer si blocchi, se la mensa non ci soddisfa, se non otteniamo un qualcosa di sperato, se non raggiungiamo un accordo di lavoro o se non otteniamo una promozione.
Abbiamo indubbiamente bisogno del cibo, dei vestiti, delle auto, delle medicine, dei telefonini, dei vari strumenti materiali, ma abbiamo ancora più bisogno di una stretta di mano, di un contratto fatto a viso aperto con il sorriso, di un rifugio e di una protezione, … di un luogo in cui riposare, di calore … , di amicizia.
Per il viaggio che mai vorremmo intraprendere, in realtà, abbiamo proprio un grandissimo bisogno di avere con noi molte di queste cose “trascurate”, in nome solo delle apparenze materiali… e del nostro attaccamento alle stesse, le quali ci danno, di rimando, solo un senso di vuoto, di desiderio continuo, di insoddisfazione, perché stiamo cercando nel luogo sbagliato.
Quando improvvisamente un fulmine ci colpisce, possiamo essere solidi e stabili come una grande quercia?
Dove possiamo rifugiarci?
Mi passano davanti le immagini del Buddha, quando ancora non era un illuminato, ma un ricchissimo principe, che aveva tutto.
Suo padre aveva addirittura cercato di proteggerlo dalle brutture della vita, fornendogli tutti i piaceri possibili e un palazzo diverso per ogni stagione.
Ma non poteva trattenere suo figlio e un giorno il principe uscì e vide ciò che doveva vedere la vecchia- la sofferenza, la malattia ,la morte e la rinuncia, qualcuno che aveva rinunciato al mondo per scoprire la vera verità.
Molte persone vogliono scalare l’impossibile, le vette più alte, semplicemente non accorgendosi che la montagna più alta del mondo, è in ognuno di noi.
Non accettiamo soprattutto il vuoto, che la morte ci offre.
Quando mia madre, la primavera scorsa, stava morendo, aveva grosse difficoltà a respirare…
Improvvisamente un pomeriggio si svegliò da un coma profondo e i suoi occhi pieni di “vita”mi guardarono.
Dalla profondità del male, che l’aveva resa un vegetale, in quel momento tornò ad essere presente e pienamente cosciente; non c’era disperazione o affanno, ma sorrideva, con una serenità e gioia splendente.
Dov’era finita la malattia che l’aveva consumata e rapita così intensamente?
In quel momento c’era la piena realizzazione delle nullità della forma: non era corpo, non era fatica, né malattia, … e lei non stava morendo, stava solo realizzando il suo viaggio verso la dissoluzione degli elementi che solo così ritornano alla loro origine.
Nelle nostre relazioni personali, soprattutto con la nostra famiglia, possiamo iniziare a usare la saggezza come nostro rifugio.
Questo non significa che non amiamo i nostri familiari e non soffriamo per loro, ma che non siamo più dipendenti da come percepiamo nostra madre, i figli, il padre, gli amici o il compagno.
Viviamo nella consapevolezza amorevole.
E’ allora che non dipendiamo da nulla di esterno: la nostra felicità o qualsiasi altra emozione pacifica non è dipendente né dal loro essere, né dal loro amore nei nostri confronti, né dal fatto che loro vivano o muoiano.
In questa condizione è possibile essere umani, pur sentendo la verità del modo in cui sono le cose.
E quello che ci può capitare in questa condizione è comprensibile appieno, quando per esempio viviamo due modalità diverse della medesima realtà, in cui però mostriamo i due lati di questa esperienza; muore un parente e pur essendo il dolore dolore, non lo manifestiamo come sofferenza, ma semplicemente come dolore; ci può però capitare di esprimere la sofferenza, quando per esempio, leggendo un brano sulla guerra e lo sterminio degli ebrei, ci immergiamo a tal punto nel racconto che visualizziamo i loro corpi nudi gettati in enormi fosse, tormentati, torturati ingiustamente, … ed allora ecco farsi largo la sofferenza, cioè ciò che noi aggiungiamo a queste cose.
Quello che noi viviamo di solito, di fronte alla partenza di qualcuno che amiamo o con cui abbiamo percorso un tratto di strada è solitamente quest’ultima, perché respingiamo la morte, quel viaggio, e quindi passiamo dal dolore alla sofferenza, dal senso “divino del tutto” a quello puramente umano.
Non è un fallimento provare queste sensazioni.
Non è una punizione.
E’ parte di questo viaggio umano.
Fa parte della vita.
Quando non siamo in grado di sentire quello che dobbiamo sentire, quando facciamo resistenza o cerchiamo di sfuggire alla vita, allora siamo come gli schiavi, ammanettati alla sofferenza,mentre se sentiamo semplicemente il puro dolore così com’è, in questo ciclo, per un semplice ritorno degli elementi agli elementi, allora la nostra sofferenza muore e così riusciamo a cogliere l’essenza della morte e del viaggio obbligato, con lei.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com



Ho scoperto da poco questo sito e ne sono entusiasta! Grazie per questi splendidi messaggi che infondono speranza e pace a tutti noi, che spesso ci lasciamo sopraffare dai nostri dolori e non riusciamo ad avere più fiducia nella vita…Buon viaggio a tutti!
Ne sono felicissima.
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Questo mese una bellissima lettera di Uriele, che verrà spedita appena il mio tecnico informatico potrà prenderla in carico.
Per ora un abbraccio dolce ed infinito
ti degli Arcangeli
Ps Seguimi ancora, ci conto!!! 🙂 🙂 🙂