
Ammattita? No, sono solo molto attenta ai fatti degli ultimi tempi e quindi particolarmente immersa nell’osservazione delle situazioni sociali attuali, che guardo per poter fare un’analisi costruttiva dei nostri vissuti, dei nostri pensieri e delle nostre emozioni, quelle che nascono e ne conseguono.
La nostra è società sicuramente ammalata e affaticata, ma, nonostante tutto, le è dato di cambiare, d’invertire la rotta, deve solo volerlo e sceglierlo..
Ho già ripetutamente detto (vedi articolo specifico del 26 scorso) che la paura intride il nostro modo di operare, di pensare e quindi di reagire sia fisicamente, che emotivamente.
Il nostro modo di relazionarci è una sorta di circolo vizioso, una sorta di cane che si morde la coda, in un’assenza totale di mancanza del nostro “sentire primario”, smarrito nella notte dei tempi.
Di quale sentire sto parlando?
Sto accennando a tutti quegli aspetti interiori, che non abbiamo coltivato e che, mancando, ci rendono persone capaci di comunicare e relazionarci solamente in modo egoico e non animico, quindi di essere persone cultrici della competitività, del benessere individuale, soggettivo e del trionfo personale.
Ci siamo ridotti così, perché ci sono venuti a mancare solo alcuni aspetti, considerati da varie persone di poco conto, è sto parlando di cosucce come l’empatia, la capacità di ascolto dell’altro, il riconoscimento e la presa in carico dei suoi bisogni, delle sue verità, la comprensione, l’accoglienza ed il riconoscimento, giusto per citarne alcune, in parole povere ci manca l’accettazione di chi vive fuori di noi.
Sì, ma sono in pochi a preoccuparsene, anche se in molti si lamentano poi di vivere in una società aggressiva e malata.
Già, notarlo lo notiamo tutti, ma attivarci per fare la differenza, beh, quello è cosa di pochi, perché costa troppa fatica.
Se avessimo avuto la fortuna, in famiglia, di essere educati all’ascolto e all’accoglienza empatica, ora non vivremmo nel clima di terrore odierno; saremmo persone più aperte, socievoli, sorridenti, persone che non sperimentano la paura “cronica” di nessun genere, tanto meno quella di essere giudicati, di essere criticati, oppure di venir rifiutati, di non essere accolti, cioè non temeremmo di essere snobbati ed umiliati dai nostri simili.
Ma, questo tipo di educazione ci è venuta a mancare e così, noi abbiamo accolto in seno la paura o forse l’abbiamo solo fatta riaffiorare.
Noi siamo un concentrato di paura, una paura nelle paure e la conseguenza è che ci sentiamo in dovere, verso noi stessi, per sopravvivere, di non mostrarci come siamo realmente, cioè di non “concederci di essere noi”.
Per evitare di risultare invisi, sgraditi o sgradevoli a qualcuno, non importa a chi, cerchiamo, fin da piccoli, di fare ed essere come pensiamo gli altri si attendano, ed essere poi, a nostra volta, benevolmente accolti e accetti a tutti.
Strano, ma nella nostra testa, essere se stessi, coincide con il fare fiasco, combacia con una sorta di disconoscimento, di rifiuto, di esclusione umiliante, che da qualche parte deve aver avuto, tratto le sue origini, perché altrimenti non avrebbe motivo di esistere.
Come mai questa cosa ha messo radici dentro di noi?
Da dove ha preso il via? Perché?
Purtroppo iniziamo con il dire che questa convinzione è parecchio diffusa, è ben radicata nel nostro profondo e purtroppo è condivisa dalla maggior parte delle persone.
Da dove ha preso il via? Dalla nostra infanzia e da lì si è talmente propagata, come fosse un’erba infestante, che ora la estendiamo, per esperienza, a tutte le persone che ci vivono e ci passano accanto.
E’ partita dal nostro rapporto genitoriale, nei confronti di mamma e papà, ai quali abbiamo dato un certo potere e poi l’abbiamo riversata, allo stesso modo, su chiunque incrociasse la nostra vita, il nostro cammino.
Questo significa che nella relazione con la mamma ed il papà, o con almeno uno dei nostri genitori, noi abbiamo sperimentato la paura, che ci è poi rimasta addosso, facendoci sentire come piccole formiche, di fronte a dei grossi pachidermi.
Un tempo, mamma e papà per noi erano tutto.
Li temevamo e desideravamo solo renderli felici, quindi ci sottomettevamo, perché temevamo le loro reazioni e perchè non volevamo creare il loro disappunto ed esserne allontanati.
Il più grande dolore? Non essere degni della loro presenza, essere ignorati e cacciati, lasciati soli.
Di solito, verso la mamma si sperimentava la paura, mentre il papà ci procurava terrore, che era capace di incutere, come fosse una sorta di ciclope adirato.
Era una forma di obbedienza e riverenza dovuta soprattutto al modo in cui i genitori si ponevano verso i figli, utilizzando la mimica e perfino la voce in un certo modo, autorevole, per creare una specie di controllo e predominio solo fisico, non di tipo morale o legato a dei valori.
Anche fuori dalla famiglia dovevamo relazionarci e lo schema poi, una volta acquisito nelle relazioni familiari, tendeva a ripetersi.
In tutti i posti di aggregazione, se eravamo sottomessi alle figure genitoriali dalla paura, scattava la stessa cosa: ti sottomettevi, come facevi in casa, pur provando rabbia.
Sono dinamiche distorte, che il tempo, purtroppo, ha solo peggiorato, tanto che oggi, le ultime generazioni, frutto delle precedenti, sono rabbiose, portate alla violenza ed alla sopraffazione.
Ma i ragazzi, i bambini, non nascono violenti.
Arrabbiati, cattivi, aggressivi si diventa con l’esperienza.
Guarda il comportamento di un bambino piccolo, e per piccolo intendo intorno ai 18 mesi, quando l’influenza esterna è ancora lieve, e lui è ancora se stesso, quindi capace “di essere”, guardalo come si relaziona, come si comporta verso un proprio simile, soprattutto se lo vede triste e magari piangere.
Gli offre il suo ciuccio.
Lo bacia, gli dà il biberon o il giocattolo che tiene in mano.
Cerca di fermare il dolore dell’altro.
E’ empatico, accogliente, direi quasi avvolgente verso l’altro.
Prendete lo stesso bimbo a 3 anni: un’altra persona, a volte veramente irriconoscibile, una sorta di mostro del mio e del “lo voglio, perché è mio!”
Aristotele, già un po’ di anni fa, diceva di noi che siamo “animali socievoli”, comunitari, che stanno bene con gli altri, che amano gli altri e sentono il bisogno di goderne la vicinanza , di vivere e stare in gruppo, di sostenersi e aiutare chi ha bisogno.
Fa parte esattamente della nostra Essenza, cioè di quella parte a cui diciamo di no, quella fetta di noi che disconosciamo, allontaniamo, rinneghiamo.
Ma noi siamo nati e vissuti, fin dalle nostre origini, per stare e vivere in forma comunitaria, aggregativa: che fossero clan o tribù, eravamo più individui, tutti insieme.
Noi ora andiamo predicando che la famiglia è il supporto dell’Essere Umano, mentre in realtà è la Comunità, perché apparteniamo al gruppo, non alla coppia o poco più.
E oggi, che la famiglia è in crisi e la comunità è stata abolita, abrogata, come fosse una legge, in nome del soggetto, non abbiamo più nessuno capace di venire in aiuto di chi fatica ed arranca, soprattutto i più piccoli.
Nella tribù i piccoli erano di tutti e quindi una deficienza materna o paterna o di entrambi, non era una cosa terribile, perché i piccoli crescevano lo stesso in armonia ed equilibrio, perché erano figli del gruppo, che li viveva come appartenenza e, viceversa, mentre anche i piccoli percepivano il gruppo come un loro punto saldo e fermo, un vero riferimento.
La pazzia di una madre o di un padre, oppure la loro morte non erano un problema, perché i cuccioli d’uomo non erano mai soli.
Del resto, non molti anni fa, se chiediamo ai nostri nonni, sono esistite figure di insegnanti, o parroci o zii, oppure nonni, capaci di fare la differenza ed essere fari nella notte di quei bambini un po’ affaticati o nati in famiglie troppo numerose.
Al contrario, oggi, avendo un rapporto, una relazione in genere univoca, cioè solo con la parte genitoriale, se una parte della coppia (sperando non lo siano entrambi) è schizzata, oppure assente, paranoica o molto egoica, la fatica dei figli, nel crescere, e lo squilibrio conseguente, sono ben evidenti.
Non c’è alternativa, cosa che un tempo esisteva.
Oggi la Comunità è smantellata.
E’ come un vecchio palazzo, fatto esplodere per metterci altro.
Non abbiamo Valori condivisi, la fiducia nell’altro è scomparsa, Dio non si sa più se esista e chi sia, non c’è relazione con il prossimo, passato o trapassato non fa differenza, permettetemi la battuta, in poche parole: stiamo tutti lontano da tutti.
Cosa trova allora spazio?
Ma la diffidenza!
La ricerca del potere personale, l’avidità, il bisogno di gloria , il bisogno di avere un posto al sole, sui social, dovunque, l’importante è averlo.
Siamo soli, individualisti, convinti di conoscerci al meglio, senza bisogno di niente e di nessuno.
Gli altri li cerchi per “interesse” e nulla di più.
Già, così perfino i pensieri di Freud son divenuti realtà e in particolare la sua immagine del bambino, un bambino che lui vedeva come un essere socievole sì, ma solo per forzatura, perché spinto, dagli adulti e dalle circostanze, per vari motivi, a relazionarsi con i suoi simili,.
Questa sua teoria, molto limitante, ha preso piede e si è manifestata.
Ma il bambino nascendo, non è così e anche la scienza oggi lo sta ribadendo.
Siamo noi a “renderlo fatto così”.
Dobbiamo almeno essere consapevoli di questa cosa, e cioè che la Società, quella odierna, con i suoi interventi diseducativi, soprattutto attraverso le iniziative mediatiche, ci porta pensare a noi in termini individualisti.
Lei ci guida nel credere che se dovessimo esprimerci in modo “originale”, perderemmo la nostra possibilità di essere apprezzati ed accolti, quindi a ritenere che, se vogliamo essere inclusi, dobbiamo omologarci alla cretineria e alle fobie collettive; è così che, le sue varie parti, famiglia inclusa, o meglio quel che ne resta, fanno leva sullo spirito competitivo dei piccoli, lo nutrono fuor misura e poi, guarda caso, alimentano anche la diffidenza.
Ma competizione e diffidenza generano solo paura dell’altro e si nutrono della paura stessa.
E così, tra competizione, paura, solitudine, diffidenza e prevaricazione, tutto continua, in un ciclo perpetuo, senza più fine.
Amorevolmente Ti degli Arcangeli
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