
Puntare sull’unicità, non sull’appiattimento di massa, o meglio ancora sul poter esprimere quello che ci appartiene nel migliore dei modi, per dare spazio a noi stessi e creare e contribuire al cammino generale dell’Uomo.
Ogni essere umano, non essendo un’isola, nel suo percorso di crescita, “eredita” inevitabilmente, il linguaggio, le credenze, i valori, le regole e i ruoli tipici del proprio popolo, della propria famiglia e del gruppo sociale a cui appartiene.
Nasco nella giungla eredito questo e questo…
Nasco nel deserto questo e quell’altro …
In altri termini, apprendiamo il modo di vedere la realtà e di vivere la propria vita da chi sta intorno a noi, ambiente incluso.
Come si chiama tutto questo processo?
Inculturazione e socializzazione.
Importanti?
Sì, ma nella misura in cui ci “rendono liberi”, non soggetti a …, cosa che in realtà avviene regolarmente.
Sono indubbiamente passaggi essenziali, che ci rassicurano, soprattutto da bambini, quando guardiamo i grandi e vorremmo essere forti come il papà, scaltri come lo zio, pacati come il nonno …
Sono tappe che ci consentono di orientarci nel mondo e diventare membri riconosciuti della società, ma c’è un prezzo da pagare, e piuttosto alto, per tutto questo.
Più introiettiamo questa eredità culturale, più ci abituiamo a vedere la realtà solo ed esclusivamente attraverso certe “lenti preconfezionate” e a ragionare secondo determinati schemi mentali.
Siamo come macchine, o meglio, è la nostra mente che, per certi versi, ci rende simili a un computer, programmato in larga misura da altre persone, dai nostri genitori, dalla scuola, dai libri, dai mass media, per fare, dire o non fare, non dire certe cose.
Abbiamo bisogno di fare invece più esperienza, per acquistare maggiore autonomia “versatile”.
Esperienza?
Perché non ne facciamo?
Sicuramente sì, certo, in tutto entra anche un po’ della nostra esperienza diretta, ma è poca cosa: non più del 5-10 per cento di quanto sappiamo e crediamo vero deriva dalla nostra esperienza personale, tutto il resto è qualcosa che abbiamo letto su libri o giornali, che abbiamo visto e udito al cinema o alla televisione, che ci hanno detto i nostri genitori e gli insegnanti, quindi qualcosa che “ci viene consegnato”.
Ogni situazione è come una medaglia, ha due facce.
Anche questo processo di apprendimento “dagli altri” presenta quindi, da un lato, importanti vantaggi, perché ci consente di velocizzare il nostro orientamento nel mondo, senza che ogni generazione debba ripartire dall’età della pietra, ma dall’altro, diventano, con il tempo, un ostacolo formidabile alla nostra crescita individuale e collettiva se non si evolvono fluidamente.
E questo, purtroppo, è quello che è avvenuto alla nostra civiltà e a ogni altra civiltà attuali.
Perché sostengo questa posizione?
Perché ogni civiltà, una volta raggiunto un certo grado di organizzazione sociale, tende ad irrigidirsi su se stessa, in uno strenuo mantenimento di principi, credenze, valori che un tempo erano nuovi e funzionali, ma che poi, non evolvendosi, divengono sempre più anacronistici.
Perché ci si irrigidisce?
Per una forma di conservazione: i gruppi e le classi dominanti vogliono mantenere il loro potere, la loro condizione, così come tutti i soggetti, o una buona parte di chi forma una società.
Certo, qualcosa di stabile, che funga da pilastro sociale, ci vuole, è utile, anzi spesso indispensabile, per non perdersi in un mare di input sensoriali.
Il problema è che gran parte degli schemi, delle credenze, o dei valori di una società vengono portati avanti a prescindere dalla loro effettiva validità, a volte per semplice ignoranza o superstizione, più spesso per altri motivi, non sempre edificanti.
Ancora oggi, sebbene “uomini social”, informatizzati, tecnologicamente più evoluti, ci portiamo dentro modi di pensare vecchi di secoli, se non di millenni, con conseguenze tutt’altro che benefiche sia sul piano collettivo che su quello singolo, individuale.
Ma la cosa più buffa, è che ci illudiamo che le nostre idee, i convincimenti, le credenze, i valori, siano davvero nostre, mentre invece sono in gran parte il frutto dei condizionamenti ricevuti, della inculturazione subita.
Se vogliamo sviluppare davvero la nostra soggettività, quello che siamo dentro, la nostra individualità e realizzare noi stessi, il primo passo da compiere, è quello di sprogrammarci, cioè uscire dal gregge, cosa non semplice, perché comporta il prendere le distanze da quello che non ci appartiene, che non sentiamo nostro, come le idee, oppure i valori, modi di pensare, le credenze, gli schemi mentali e comportamentali che abbiamo, fin da piccoli, ereditato passivamente.
Ripuliti, solo così, possiamo scoprire chi siamo veramente e quindi iniziare a vivere una vita realmente nostra.
Ci sembra sicuramente un’idea folle, anche perché archetipi, schemi, giudizi e pregiudizi, imperversano silenti, dentro ciascuno di noi …
Anche l’identità, quella che ciascuno di noi possiede, il senso di se stesso che l’individuo va formandosi nel suo percorso di crescita, risentono profondamente dei condizionamenti sociali, di quello che “pensano tutti” o la maggior parte delle persone.
Positivo tutto questo?
Non proprio!
La nostra realtà ci attesta che noi siamo quindi il frutto di parecchi condizionamenti, che ci limitano nella nostra spontaneità, distorcono i nostri reali bisogni, e una delle sue conseguenze, la peggiore, è che dentro di noi nasce una specie di “falsa identità”, cioè un’ idea di noi stessi che non corrisponde al vero, all’essenza profonda e alla unicità insita in ognuno di noi, ma che deriva piuttosto da maschere e modelli ai quali la società ci spinge a conformarci.
E’ allora che ciascuno di noi sceglie di essere “bravo”, “cattivo”, buono o malvagio, manipolatore o manipolato …
Così siamo una società di personalità che quando si esprimono, manifestano in primo luogo una parte dei nostri genitori e parenti, poi degli insegnanti che abbiamo incontrato, nel nostro percorso scolastico, dei preti locali, degli amici, che a volte ci influenzano per manipolarci, ispirati dalle migliori intenzioni, semplicemente ripetendo inconsapevolmente quegli stessi “errori” di cui sono stati, a loro volta, vittime in passato.
Sappiamo che la vita ci porta poi ad incrociare altre persone, con cui ci rapportiamo direttamente, le quali, pur non essendo così vicine a noi, alla fine non sono però meno influenti delle precedenti;
anch’esse, in modi voluti o subdoli ci “boicottano” e ci trasformano.
A volte non ci pensiamo assolutamente, ma anche un cartoon, un fumetto, il protagonista di un film, i personaggi di un libro, il giornalista di un quotidiano o di un TG, il nostro eroe preferito … ci “deformano” l’impronta vera iniziale.
Lo so, qualcuno starà pensando che sto parlando di un qualcosa di impossibile, che sto prospettando un “mondo asettico”, mentre in realtà sto solo tentando di riflettere insieme sull’importanza di riavvicinarci il più possibile al nostro “vero sé”.
Non ditemi che a qualcuno, magari costretto dal proprio lavoro, non sia mai balenata la voglia di togliersi le scarpe, la cravatta … o altro e di fare la follia di camminare scalzo, senza il nodo scorsoio intorno al collo, … nella piena libertà.
Perché?
Perché dentro di sé ama questa parte di libertà che sente sua, ma di cui è stato “spodestato” in nome dei comportamenti e delle modalità sociali.
“L’abito non fa il monaco”, dovremmo tatuarcelo in viso, a chiare lettere.
Siamo “ingessati” in certi schemi che ci rendono imbalsamati e crediamo di essere validi, carichi di valori e al nostro posto, solo quando rientriamo per filo e per segno in tutto ciò che “socialmente” ci esprime, fa di noi, anche attraverso l’abito, gli indumenti, un prete, un medico, una fiorista, un/ una insegnante…
Ve lo immaginate un Prof. con i rasta?
Io sì e mi viene da ridere all’idea dello sconvolgimento “mentale”, prima che di altra natura, che comporterebbe tutto questo.
Sarebbe forse meno capace, per via dei suoi capelli?
Che ridere!
Allora Sansone sarebbe ancora in mezzo a noi …
Eppure un prof. ce lo immaginiamo vestito così, che parla cosà, che si muove in un certo modo e solo in quello ( almeno in certe teste, non nella mia, né in quella degli Arcangeli e quindi del divino che li invia in suo nome).
Abbiamo dato un volto, una fisionomia ed un colore di pelle, perfino al nostro Dio cristiano ed a Maria, che sono quanto meno “anacronistici”, ma a noi piacciono e stanno così da sempre.
Ma sono così??
Beh, non proprio, visto le origini etniche, di appartenenza.
E la carta stampata, il cinema, la TV, quanto “pesano” nella vita di ognuno di noi?
La scuola svolge, come è ovvio, un ruolo centrale, non solo e tanto nel trasmettere la cultura e il sapere, ma nel formare l’identità di ognuno di noi.
Purtroppo, ciò che la nostra società chiama “educazione” non è un portar fuori, un far emergere ciò che già ci appartiene, ma semmai un iniettare dentro di noi credenze, valori, norme morali che influiranno potentemente sulla personalità e sul senso di sé.
Famiglia, oratorio e scuola, al posto di stimolare la consapevolezza e l’apertura mentale degli individui, fino ad oggi, hanno soprattutto cercato di uniformarci e di offrirci conoscenze e giudizi preconfezionati, invece di insegnarci come tirar fuori e poi utilizzare le nostre capacità conoscitive e di giudizio, parlo di giudizio autonomo, quello che appartiene di ogni essere umano.
E’ così che pian piano perdiamo la spontaneità, la curiosità, l’empatia, cioè la nostra capacità di entrare in contatto diretto col mondo, con gli altri, riducendo perfino la nostra creatività e l’autonomia.
E’ vero che qualcosa è cambiato in questi ultimi decenni, ma è ancora troppo poco, e spesso è più nell’apparenza che nella sostanza.
E il resto?
Mmmm…
Spostandoci dalla famiglia, dalla scuola ed oratorio, ai mass media il discorso non è purtroppo migliore.
Siamo quello che incorporiamo, ciò che ingeriamo e questo vale non solo per il cibo, ma anche e soprattutto per le parole, i pensieri, le idee, le fotografie, le immagini, i simboli, le storie… con cui nutriamo la nostra mente…
Alla nostra società non importa veramente l’offerta culturale e quella dei media è quindi stata improntata sulla quantità, non sulla qualità, così come sul consumismo superficiale e sul materialismo, cioè su quegli ingredienti base che vanno dalla violenza al denaro, dalla sessualità morbosa al potere, dalla competizione selvaggia al dominio, la sfiducia verso l’altro.
Ma guardiamo i giochi delle playstation, che acquistiamo, regaliamo e quindi girano tra le mani dei nostri figli: più che aiutarli a risvegliare il loro benessere, le loro coscienze individuali e comunitarie, tendono, a renderle violente, aggressive, addormentando o lasciando dormire la parte migliore.
La famiglia più di ogni altra cosa influenza l’esistenza di ogni essere umano.
Quando nasciamo, creiamo un legame particolare con i nostri genitori, ma soprattutto con la mamma, la quale soddisfa i nostri bisogni primari, come mangiare e bere; la figura del papà è spesso marginale, molto marginale, ed è sempre l’altra figura, cioè nostra madre, che lo rende essenziale ai nostri occhi, perché lo elogia, gli dà importanza, ci mostra di stimarlo e amarlo.
Il padre lo vediamo un po’ come un giudice, a volte un castigamatti, dal quale dipendono i nostri comportamenti.
E’ lui che ci dice o meglio ci fa capire ciò che, come bambini, possiamo o dobbiamo fare, per essere accettati e premiati.
Un sorriso, un bacio o una carezza sono per il bambino fonte di gioia, mentre anche solo un viso adirato, preoccupato, corrucciato sono fonte di ogni sua preoccupazione, alimentate anche dalle parole, dai commenti della mamma.
Se i nostri genitori sono ansiosi, esigenti, nervosi, calcolatori, … questi comportamenti sono sicuramente portati all’esasperazione, con continue pretese di obbedienza, con continue e ripetute regole, richieste, imposizioni, che il bambino non riesce a capire, ma cerca di soddisfare per essere ok, essere come gli pare che i grandi “lo vogliano”.
Con l’inizio della scuola, le cose si complicano poi, ulteriormente: partono a razzo le pretese di alti rendimenti scolastici, di prestazioni sempre eccellenti e quindi ciò che riaffiora in noi è solo paura, insicurezza, panico.
Faticosissimo quindi l’essere bambino.
In questo contesto crescono, come funghi, i sensi di colpa.
Se non si riesce poi a tener dietro alle “richieste” dei grandi, si forma in noi la convinzione di essere incapaci e di non meritare nulla dalla Vita.
I caratteri più forti, combattivi, reagiranno in altro modo, cioè cercando di farsi largo a spallate nella vita, soprattutto per una rivalsa inconscia verso mamma e papà, ma gli altri, quelli con scarsa autostima, saranno sempre più “vittime” della situazione e diventeranno dei perdenti, dei bambini/ragazzi e poi adulti paurosi ed insicuri, timorosi di ogni personaggio che reputino abbia una minima autorità, dal vigile, all’impiegato dietro allo sportello, al medico o all’avvocato …
Quando entriamo in queste dinamiche, cerchiamo solo di compiacere gli altri, di trovare affermazioni ed approvazioni continue al nostro operato, di essere simpatici ed arrendevoli sempre.
E’ arrivato il momento di “crescere” in libertà e consentire a noi stessi di uscire fuori e di stare al meglio, creando un qualcosa di diverso e nuovo per noi stessi e per i bimbi che verranno.
Cambiare si può, si deve e spetta solo a noi attuare l’inversione di rotta ed essere felicemente noi stessi, magari con i rasta, ma felici di esserlo.
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