
“L’amore non conosce mai la paura. “
Ghandi
Riporto con piacere le parole della Dottoressa M. Mazzilli, perché sto parlando con parecchie donne soffocate da rapporti malati, le quali rifiutano l’idea di allontanarsi dal loro compagno o di chiedere aiuto; esse ritengono di avere ricevuto il grandissimo compito di aiutarlo e si sentono malvage al solo pensiero di allontanarsi da lui, anche se le botte e i pericoli divengono ogni giorno più tangibili e violenti.
Ci sono situazioni che richiedono molta attenzione e consapevolezze spirituali che spesso non abbiamo.
E’ vero, nei Vangeli sta scritto che il buon pastore lasciò il suo gregge per una pecorella smarrita, ma il pastore era un uomo, non una donna, e andò a ripescare la sua pecorella una volta, a quanto ci venne detto, non tutti i giorni o più volte di seguito, perché sapeva di rischiare per riportare a sé quell’una persa.
E’ vero che ci viene detto di perdonare 70 volte 7, ma non ci viene chiesto di farci ammazzare, in alcun modo; prendere in modo estemporaneo un insegnamento così importante, potrebbe costare parecchio; ogni cosa, ogni ammaestramento ha il suo giusto valore nel contesto in cui venne pronunciato e dato.
Sappiamo anche che due erano i ladroni accanto alla croce, ma ad uno e uno solo furono aperte le porte del paradiso, perché aveva in sè la fiamma dell’Amore e della compassione.
Il violento non ha Amore da dare agli altri.
Ecco cosa sostiene nel suo discorso la Psicologa, menzionata sopra:
“E’ importante che le donne imparino ad individuare i segnali della violenza per trovare in se stesse il coraggio di liberarsi da uno stato di abuso. La sofferenza più grande sta nel rimanere immobili, come paralizzate, senza capire come mai si è portate a voler rimanere in una situazione che non può essere tollerata. Molte donne finiscono per credere che sia normale essere punite, anzi riescono addirittura a convincersi che la violenza faccia parte delle cose “poco piacevoli” ma inevitabili nella vita. Imparano a controllare la paura e arrivano alla conclusione che gli uomini siano un pericolo dal quale è indispensabile difendersi. Da piccole sono educate ad aspirare al “principe azzurro”, ma contemporaneamente a diffidare di tutti gli uomini. Da adulte non saranno in grado di fidarsi di ciò che provano e, nel momento in cui subiscono una violenza, non sono sicure di percepire oggettivamente la realtà anzi non parlano dell’abuso, temendo di essere schernite o perfino considerate colpevoli. La nostra cultura quindi confeziona un ruolo femminile attribuendogli fragilità, dipendenza, emotività e spinge la donna a richiedere e desiderare la protezione dell’uomo. Di fronte alla opportunità di una separazione è molto facile che la donna scelga di restare con il proprio compagno nonostante le continue aggressioni nell’intimità della sua casa.
Perché molte donne, colte, intelligenti, indipendenti economicamente e professionalmente soddisfatte, tollerano la violenza domestica? Da sempre la donna ha nascosto i propri desideri e i propri bisogni per modellarsi con quelle che erano le aspettative della società e inoltre, ha sempre fatto fatica a costruire la propria identità professionale. Essere “femminili” vuol dire essere, amorevoli, sensibili e docili, quindi fragili e dipendenti, belle fisicamente ma non eccessivamente altrimenti si potrebbe mostrarsi seducenti e, se l’uomo diventa violento, si potrebbe essere accusate di averlo provocato. La cultura tramanda che, per tenersi un uomo, è indispensabile ostentare dedizione e dipendenza, concetto questo non tanto lontano da quello che si impara da bambine che, per conquistare l’affetto dei genitori, ci si deve mostrare brave nelle faccende di casa, coscienziose e assecondare la felicità degli altri a discapito della propria. Paura di essere abbandonate, bisogno di appartenenza, grande senso di colpa per la rivalità con gli uomini, sfiducia in sé e vergogna ostacolano queste donne, dissuadendole dal denunciare gli abusi e svelare i propri vissuti.
Purtroppo, ancora oggi, la società tende a scaricare sulle mogli la responsabilità della riuscita del matrimonio e troppo spesso, se il partner degenera nella violenza, sono proprio loro, quelle donne vittime di aggressioni, a sentirsi fallite per non aver saputo accontentare il marito, rendendolo felice e costruendo una famiglia serena. Gli uomini violenti sono bravi a solleticare l’indole protettiva della donna: raccontano di essere stati vittima di una infanzia infelice o di un divorzio doloroso, o di rapporti lavorativi deludenti e svilenti. E’ una sorta di seduzione che ha l’obiettivo di incantare l’altra, di immobilizzarla e, successivamente, di dominarla privandola di un’esistenza propria attraverso atti intimidatori. E può quindi succedere che, di fronte alla violenza, la donna protegga il coniuge, lo giustifichi per il suo comportamento, convincendosi che se lui è così è perché ha sofferto troppo, è troppo solo o ha tante preoccupazioni.”
E chi subisce violenza e cattiverie, non ha forse preoccupazioni? Non prova forse sofferenza a causa di una relazione deviata? Non ha il diritto di avere le stesse attenzioni amorevoli che invece riversa sull’altro, che simile ad un buco nero assorbe ogni minimo sforzo ed energia per gongolarsi in una situazione a cui si aggrappa con convinzione estrema e da cui, quindi, non lo allontaneremo mai?
Non si può curare il male dell’anima, quando essa è gestita da un cuore duro e da una mente torbida, così come non si può guarire da una malattia grave, senza le dovute cure “specialistiche”.
Lasciar il sellino della bici al bimbo che fa i capricci e vuole fare da solo, ritenendosi autonomo, pur sapendo che andrà a sbucciarsi le ginocchia, serve a renderlo consapevole di quanto avevamo tentato di trasmettergli a parole, vale a dire che non è ancora autonomo e ha bisogno di aiuto; lasciare un adulto violento a sé, significa dargli forse l’unica possibilità, che gli sia rimasta, di acquisire una consapevolezza nuova, che egli allontanava da sé.
E’ regalargli la possibilità della consapevolezza del suo “essere violento” e quindi una “vera occasione” di recupero.
Amare non è solo e tanto sacrificarsi e vivere di speranza,… amare in queste situazioni è sapere dire di “no”, in modo fermo e deciso.
La donna che si allontana compie un gesto estremo di vero e unico Amore, verso il compagno, e si concede finalmente una vita più serena e la gioia di essere “ancora viva”.

Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com


Lascia un tuo commento, sarà visibile a tutti 💜