“Il perdono più difficile è quello che un uomo deve riuscire a trovare per se stesso”,
per riuscire ancora a sentire la voce che dall’alto lo incita a procedere
e riuscire a lasciarsi scaldare e vivificare dalla Luce celeste”
Accettare lo sbaglio commesso è spesso un gesto faticoso per alcune persone, che vivono rimuginando continuamente il proprio errore, si ancorano ad esso ed entrano in una spirale discendente, senza ritorno.
Ho sentito varie persone definirsi:”Io sono il male!”
“Io faccio solo il male per la mia famiglia!”
E’ il giudizio negativo che queste donne e uomini o ragazzi danno di sé, il loro vero e unico male!!!
Essi esprimendo un giudizio di questo tipo, lo accolgono e lo tramutano in realtà.
Il cattivo consigliere interiore, che sussurra questi pensieri e li fa esternare in questi istanti autodistruttivi, non esulta nell’immediato; lo farà nelle ore successive, quando godrà veramente appieno, non tanto per lo scivolone procurato a quella vittima occasionale, quanto per ciò che essa stessa ora sta creando , partendo dalle sue stesse parole e dalle dinamiche successive che nascono da queste espressioni devastanti..
Quante energie spese inutilmente e quanti pensieri avvilenti, si innescano; l’autore del misfatto, si identifica con lo sbaglio e si reputa, si visualizza come un Figlio sbagliato, nel grande piano divino.
Che tragico errore!
Cadendo in queste dinamiche, siamo spinti a ripensare continuamente a ciò che abbiamo commesso.
Ci identifichiamo con quell’azione, ci bolliamo come creature incapaci e non buone.
In queste situazioni, non è lo sbaglio ad ancorarci al male, ma il nostro pensiero limitante, che genera solo parole e pensieri “intensamente distruttivi”.
Se ricordassimo, anche solo per un istante, che ciò che pensiamo genera ciò che accade poi, forse “i flagellanti” senza tempo, potrebbero ritrovarsi e rinsavire …
Basta!
E’ tempo di crescere e superare queste forme di “pessimismo autodistruttivo!”
Questo è il momento di saper fare tesoro dello sbaglio, e puntare con gioia verso un’azione che generi tanto ottimismo e ripari a quanto commesso per il proprio bene e quello altrui.
“Un Guerriero della Luce conosce una vecchia espressione popolare che dice:
“Se il pentimento uccidesse…”
E sa che il pentimento uccide davvero: corrode lentamente l’Anima di chi ha fatto qualcosa di
sbagliato, e conduce all’autodistruzione.
Il Guerriero non vuole morire in questa maniera.
Quando agisce con perversità o cattiveria, poiché anch’egli è un uomo pieno di difetti, non si vergogna di chiedere perdono.
Se gli è ancora possibile, concentra ogni suo sforzo per riparare al male che ha fatto.
Se colui che ha colpito è morto, fa del bene a un estraneo, e offre questa buona intenzione all’Anima di colui
che ha ferito.
Un Guerriero della Luce non cerca il pentimento fine a se stesso, perché quel genere di pentimento uccide.
Al contrario egli si umilia e rimedia al male che ha causato.”
Strane parole, vero?
“Un Guerriero non si pente” …
Come mai?
Siamo stati educati, dopo uno sbaglio, a questa forma di ripiegamento su noi stessi e all’autoflagellazione infinita.
Lungo i secoli l’errore è divenuto l’unico soggetto attorno al quale ruotare.
Colpa, pena, pentimento … fanno parte di una sorta di pesantissimo retaggio che portiamo nel nostro bagaglio.
Nessuno o pochi ci hanno spronati a riparare, a crescere, a ricominciare, ad invertire veramente la rotta, attivando nuove dinamiche estremamente positive per noi e per gli altri.
Ruotando attorno al semplice e puro pentimento, non sappiamo uscire dal cerchio di quanto è successo.
E’ importante invece capacitarsi di come sia potuto accadere, di cosa abbia comportato per noi e per l’altro, quali danni abbia prodotto e quindi trovare una soluzione riparatrice e di-na-mi-ca!!!.
“Tutti i Guerrieri della Luce hanno sentito la madre dire:
“Mio figlio si comporta così perché ha perduto la testa, ma in fondo è una gran brava persona.”
Benché rispetti la madre, egli sa che non è cosi.
Non si colpevolizza per i suoi gesti avventati, e tanto meno passa la vita a perdonarsi per tutto ciò che fa di sbagliato, poiché in questa maniera non correggerà mai il proprio cammino.
Per giudicare il risultato dei propri atti, si basa sul buon senso, e non sulle intenzioni che aveva nel compierli.
Si assume la responsabilità di ogni sua azione, pur pagando un prezzo alto per gli errori.
Dice un vecchio proverbio arabo: “Dio giudica l’albero dai frutti, non dalle radici.”
La pianta che si lascia strappare dal vento alcuni frutti, diviene più attenta alla sopravvivenza degli altri; non vuole perderne ancora e quindi cerca di proteggere i restanti, flettendo i rami, per ripararli tra il fogliame.
Se passasse il resto delle ore a guardare i propri nati, che giacciono sull’erba del prato e si commiserasse e autoaccusasse per quanto successo, non riuscirebbe a donarci neppure un frutto.
Nulla ci deve abbattere, ma al contrario tutto , anche l’errore, ci deve guidare verso la piena realizzazione, verso nuove consapevolezze proficue, migliorative.
Se un sole non fa primavera, uno sbaglio, per quanto impegnativo possa essere stato, deve ora indicarci la “nuova via da seguire ” e donarci la gioia di poter ancora agire, questa volta dando il MEGLIO, e solo QUELLO, di Noi stessi.
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