
L’educazione ci ha spesso resi schiavi non solo delle nostre credenze, ma anche delle nostre emozioni, emozioni che spesso siamo veniamo abituati a gestire in una modalità poco creativa, utile e costruttiva.
Ancora oggi, per qualcuno il maschio non deve piangere, mentre la femmina deve avere molta pazienza.
L’uno non deve concedersi questo e l’altro quest’altro.
Questo modo di agire, sottintende la ferma convinzione che le emozioni e gli stati d’animo umani siano negativi e quindi un qualcosa da comprimere, da far sparire, da seppellire sotto il tappeto di casa, come fossero la polvere spazzata, perché ci rendono incontrollabili e fragili.
Ma non è così.
Anche piangere, proprio come ridere, ti fa bene, anche se sei un maschietto, anzi: gli uomini andrebbero svezzati all’ascolto nel silenzio e guidati fin da piccoli, perché siano in grado di cercare l’appoggio di qualcuno che hanno vicino, a cui sappiano affidarsi, quando si sentono frustrati, stanchi, disorientati e tristi, cosa che non accade.
Raccontarsi è un’arte e va educata, allevata, coltivata, perché anche il dialogo di coppia si avvale della parola; un maschio, proprio come una femmina, dovrebbe quindi saper parlare di sé, con chi gli è vicino; è importante che lo sappia fare e che possa comprendere, esattamente come una donna, quando qualcosa a livello relazionale non quadra.
E’ giusto trovare e saper scegliere chi ti può sostenere e aiutare a leggere gli eventi, le emozioni e gli sati d’animo, fino al punto in cui ti ritroverai e sarai di nuovo sereno e felice.
Che quindi le emozioni vadano solo represse, è una credenza collettiva, una credenza che ha generato parecchie situazioni psicologiche faticose, situazioni che hanno poi creato relazioni deviate e sovente poco costruttive.
Esistono persone che si tengono tutto dentro e che spesso lo attestano con espressioni tipo:” Non farmi parlare perché …”, oppure : “preferisco non dire quello che penso, perché se lo dicessi sarebbe un vero casino” e altre, al contrario, che come le incontri, sono come un vulcano in eruzione, o un fiume in piena, pronto a travolgerti.
La vita, credo lo abbia insegnato anche a te, che tenersi “tutto dentro” non sia una buona modalità per vivere, soprattutto che non sia funzionale, così come raccontare al primo che incontri i fatti tuoi.
Lo stare zitti, evita scuramente molte collisioni immediate, ma non giova a nessuno.
Apparentemente la situazione sembra giovare e chi osserva dall’esterno, vedendo il self control di una persona, la persona possa ritenere coraggiosa, educata, responsabile o capace di auto controllo, mentre nella realtà spesso chi tace non si è amato, non ha sostenuto il proprio punto di vista o non ha dato sfogo alle emozioni in essere.
Un comportamento di questo genere lascia sempre una traccia dentro di te, e richiama proprio l’azione del sollevare un lembo del tappeto del salotto, per accumularci della polvere.
Tu credi di aver superato al meglio la situazione, quasi fosse una prova, mentre l’energia sviluppata dalle cose non dette, non espresse, ti rimane addosso, si espande e non solo ti procura delle ferite, delle specie di tagli dentro, ma rimane lì, come una mina inesplosa.
L’emozione, in questo caso, è un postino che ha abbandonato la corrispondenza da qualche parte, non potendola recapitare.
Non l’ha consegnata per evitare una brutta reazione al destinatario, ma in realtà questa emozione solleva una sorta di “tempesta” emozionale, capace di arrecare danni ben maggiori rispetto a quelli immediati e possibili, all’atto del recapito.
Un’emozione a cui non è stato concesso di esprimersi apertamente, si intrufola ovunque e va a modificare l’umore, la disponibilità, l’amorevolezza, la pazienza e tutto il mondo interiore e quindi esteriore della persona “silente”.
Ne nasce una sorta di movimento tellurico sotterraneo, con un vero e proprio brontolamento interiore, simile a quel rumore sordo e spaventoso, che talvolta anticipa o accompagna i terremoti.
Il tragico è che, anche se te ne avvedi, solitamente non ti fermi e non ti concedi una “pausa di ascolto” o “di lettura” di quanto ti sta accadendo.
Temi il confronto con lei e con ciò che le vive dietro e quindi preferisci negare che qualcosa bolla in pentola e che ti stia in qualche modo disturbando, danneggiando.
Con il tempo, diventi talmente abile nel riporre sotto il tappeto del salotto questo mondo emozionale, o meglio i suoi prodotti, che quando arrivi alla deflagrazione e il tappo di lava, che ostruiva il tuo camino vulcanico viene lanciato a chilometri di distanza, tu fatichi a risalire alla fonte, cioè a capire cosa ha potuto generare una reazione così “importante”.
In questo modo, non solo rimangono attonite le persone coinvolte, ma tu stesso ti senti a disagio e non sai darti una spiegazione.
Comprendi che si tratta della “classica goccia che ha fatto traboccare il vaso”, ma avere la consapevolezza del chi, del perché, del come sia potuto accadere e dei danni causati da entrambe le parti, è un’impresa, veramente faticosa.
Mentre le emozioni non ti mollano, tu non le consideri e vivi come se loro non ti appartenessero.
Non le conosci, non le riesci a definire e quindi non riesci nemmeno ad essere un buon tutor quando hai un figlio, da sostenere e guidare in questo “importante” percorso.
Delle emozioni te ne fai carico, in genere, quando esondano, come un fiume in piena o quando fuoriescono dalle tue labbra o attraverso le tue azioni, come la lava dal cratere di un vulcano: tu.
Non dovresti giungere a tanto.
Se solo tu ascoltassi il loro respiro, le sapresti cogliere quando sono solo un refolo di vento, leggere come una piuma e ancora domabili.
E’ importante, quindi, lavorare su di sé, per scoprire queste “presenze”, imparare a riconoscerle e quindi a viverle e conviverci nel modo migliore, più attento e fruttuoso possibile.
Ma cosa puoi fare?
Immagina le emozioni come una stazione radio.
Ogni emozione ha la sua frequenza e trasmette brani diversi, rispetto alle altre emittenti, che stanno dietro le altre frequenze.
La prima cosa da fare è riuscire a sintonizzarti su ogni singola frequenza.
Il movimento sotterraneo, anche se impercettibile, a volte lo cogli, ma cerchi di non dargli peso e lo attribuisci alla stanchezza, alla fatica, a tutta una serie di circostanze, le quali possono essere in qualche modo veritiere, reali, ma quello che importa è il come tu sei portato a reagire di fronte agli eventi, perché dietro le azioni esplosive o particolari, in realtà c’è sempre almeno un’emozione.
Tu non sai di lei, ma c’è una sorta di brontolio sordo, come il tuo cane quando dorme e sogna, o quando avvisa il visitatore che non lo gradisce molto e lo avverte con questo suo brontolio sordo, sommesso, che lo sta controllando, che lo tiene d’occhio: non abbaia apertamente, non si muove ancora, ma dalle sue labbra serrate, esce una sorta di “rimescolamento vocale”.
Così nella tua vita, questo rumoreggiare cupo c’è, ma tu non lo capisci e non gli lasci il dovuto spazio, non gli dai la giusta attenzione, non lo leggi.
La cosa che dovresti fare è quella di farti molte domande, di chiedere a te stesso come stai, oppure come trovi quel lavoro o ancora cosa ti angustia e perché …
Lo so, non si tratta di un qualcosa di facile, soprattutto all’inizio, quando non hai dimestichezza con le emozioni, perché le emozioni si confondo tra loro, ma basta iniziare a farsi delle domande, per migliorare nella lettura dei tuoi stati d’animo.
E questo ti aiuterà nello sfogo emotivo.
Sei educato se non esterni e questo è uno dei ganci a cui siamo stati ancorati, attraccati, proprio come una nave in porto.
Le emozioni poi sono catalogate in due grossi blocchi: le buone e le cattive, le positive e le negative e quindi, soprattutto queste ultime, non devono trovare spazio.
Oggi, io ti ribadisco che le emozioni sono neutre e tali restano fino a quando non divengono un’azione, quando non si esprimono attraverso un’azione.
Allora esse possono portare un vissuto sì o un evento no.
Importante dovrebbe essere saper gestire le emozioni, tutte, nessuna esclusa.
La rabbia, per esempio, è la grande bandita dal bon ton, mentre dovrebbe trovare spazio, esattamente come tutte le altre.
Arrabbiarti non fa di te una persona malvagia e a volte farlo ti fa bene, perché ti permette di evitare situazioni veramente a rischio.
Se la riconosci, sai che la rabbia ti porta missive importanti, quindi da non sottovalutare; poi, come darle spazio sta a te e se hai lavorato al meglio con lei, sei consapevole che le puoi dare come canale di uscita, un “cratere alternativo” come un’attività faticosa, come uno sport impegnativo, un allenamento più intenso, oppure una passeggiata, un qualcosa che le permetta di esprimersi.
Quando è possibile, è bene comunque che tu la canalizzi proprio verso chi ne è la fonte, per risolverti, per trovare una risposta e impedire un futuro botto.
Qualche volta non ti sarà possibile depistarla, canalizzandola su un brano musicale o altro e arriverai ad alzare la voce o anche a sbattere i pugni sul tavolo con una certa persona, ma questo fa parte del percorso di conoscenza.
In ogni situazione, comunque, sia che tu esterni in un modo o nell’altro, devi cercare di sentirla dentro di te, per localizzarla e permettere alla tua mente di distrarsi, per non farsene carico in maniera pesante e poco creativa, costruttiva.
Entrare nel mondo delle emozioni, vuol dire cambiare la relazione non solo con gli altri, ma prima ancora con se stessi e quindi entrare in dinamiche che potrebbero essere misurate come “egoismo”, un altro aspetto bandito dalle forme educative legate al semplice bon ton.
Sì, è vero: saper gestire le proprie emozioni, significa a volte riuscire a concedersi un po’ di sano egoismo, cioè riuscire e scegliere di pensare un po’ anche a se stessi.
In realtà, quando ti attivi per migliorare il tuo benessere vieni spesso tacciato per un “egoista”, perché secondo una cattiva cultura persistente, tu sei solo per gli altri.
Prenderti i tuoi sazi, invece, ti permette un migliore benessere mentale, di cui c’è indubbiamente bisogno.
Se tu stai bene chi vive con te sta a sua volta bene.
Un esempio classico è la situazione della moglie, donna e mamma, che vive in casa, prendendosi cura di quanto è utile al benessere dei membri della sua famiglia.
Pulisce, riordina, lava, stira, sistema, sbriga gli impicci scolastici dei figli, tiene la casa come una sala operatoria, perfettamente pulita, ordinata, disinfettata.
Tutto questo la consuma, le genera uno stress fortissimo che solitamente non può esprimere, e fatica ad esternare.
Le amiche vedono in lei la perfezione e il marito sembra che ne vada fiero, per cui, mentre lui contribuisce al bilancio economico in modo esemplare, non si cura d’altro, lasciando a lei il peso grande e le responsabilità relazionali della famiglia.
Così la donna, tirata, come una corda di violino, zampetta tutto il giorno, ma cosa può offrire a chi le vive accanto e che non sembra avvedersi e considerare i suoi sforzi?
Forse sarebbe meglio, se si prendesse un po’ di tempo per sé, se si concedesse dei momenti di relax, per ascoltarsi e trovare il modo di dialogare con le sue emozioni e quindi di farsi carico di come poterle esprimere e trasmettere ai figli.
Chi le sa ben gestire, è in grado di educare gli altri a fare la tessa cosa. Viceversa educa a “vivere” il mondo emotivo, esattamente nell’unico modo che lei conosce.
Lo so, vivere al meglio e conoscere le tue emozioni non è una cosa semplice, soprattutto se nessuno ti ha educato a farlo e quindi richiede sicuramente la voglia di mettersi in gioco e di farlo con una certa dose di coraggio.
Parlo di coraggio perché ci sono emozioni, come appunto la rabbia o la tristezza, che non piacciono e vengono giudicate inadeguate, inopportune o segno di malessere e quindi di debolezza.
E’ sicuramente più facile metterle sotto il tappeto e fingere che non esitano, almeno all’inizio, quando sono ancora fragili e contenute. Il problema giunge poi, con il tempo ed i rinforzi numerici e le diverse varianti e variabili del caso.
Scegliere poi di vivere con persone che sembrano sempre felici e che pare non sappiano nemmeno lontanamente dell’esistenza della rabbia è il grande sogno, soprattutto maschile, visto che la donna è spesso frustrata e reattiva, ma a nessuno viene da chiedersi se l’apparenza corrisponda alla realtà
La rabbia è un’emozione e come tale esiste e fa parte di tutti noi, sebbene venga poi manifestata in diverse modalità.
Ci vuole indubbiamente coraggio a prendersene carico, a riconoscerla, ad esprimerla, soprattutto a parole; è più facile assestare un pugno sul tavolo della cucina o in faccia a un malcapitato, che dire a parole cosa stai provando…
E allora ci vuole coraggio per mettersi a piangere in riva al mare, oppure arrabbiarsi e parlarne con gli interessati o per dire: “sono triste” a tua moglie o a tuo marito.
Eppure farlo ti arricchisce.
Farlo di offre una marcia in più.
Permetterselo è catartico e ti consente di ripartire con tanta dolcezza e serenità interiore, con una sorta di sensazione che sia nato un nuovo legame tra la tua Anima e l’Anima di chi ha ricevuto le tue parole, le tue confidenze emotive.
Per insegnarti l’arte di comunicare le tue emozioni, quindi questa sorta di cambiamento, in fondo sarebbe sufficiente farsi due domande, creare degli spazi in cui il silenzio ti permette di sentire, di ascoltare e udire le risposte.
Dentro hai tutto.
Nella tua profondità, come sul fondo del mare, c’è una vita infinita e ti basterebbe solo immergenti per vedere e gustare, godere, di ogni tuo palpito e respiro per farne tesoro e poterlo poi offrire al meglio a chiunque ti faccia visita, ti viva vicino e ti ami.
Ti auguro una giornata carica di emozioni!
ti degli Arcangeli
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