
“L’aspetto delle cose varia secondo le emozioni;
e così noi vediamo magia e bellezza in loro,
ma, in realtà, magia e bellezza sono in noi.”
K. Gibran
Sono nata femmina e ne sono sempre stata fiera e felice, perché potevo saltare, giocare, essere libera e felicemente me, … capace di urlare rincorrendo le farfalle in giardino, oppure di cantare, … di avere i capelli con quei riccioli morbidi e ribelli, e le lacrime che potevano scivolare e liberarmi dentro, senza sentirmi dire: “Non piangere” , “Ti prego, non farlo, non si può!!!”
Che parole odiose …
Quante volte ci escono dalla bocca o ce le siamo sentite dire quando avevamo qualche anno in meno …
Questa richiesta non è la risposta giusta al pianto né dei bambini, né di chiunque pianga …
Il pianto, proviamo a pensare, ci libera dentro, ci pulisce, ci toglie tensione, porta in superficie il sangue di ferite profonde, a volte veramente grandi e umanamente”perfide” nella loro stessa essenza …
E non dobbiamo farlo?
Non dobbiamo piangere???
E il nostro spirito cosa ne pensa di tutto questo???
Se mi procuro un taglio al dito e non ho di che disinfettare, cosa faccio???
Lo stringo forte e faccio sanguinare la ferita, per spurgarla, per farla pulire dell’accaduto …
Il pianto è la stessa cosa … è pulizia interiore …
Di norma, invece, quando vogliamo tirare su il morale di un bambino dopo una caduta o un capriccio, utilizziamo proprio frasi ad ok, almeno secondo l nostro punto di vista, come:
“Non piangere”, “Devi essere coraggioso”, “I maschi non piangono”, “Credi che piangendo risolverai qualcosa? E allora piantala!!!” oppure “Smettila, che mi dai fastidio”o ” …dai fastidio agli altri “.
Siamo dei veri esperti di savoir faire.
A volte sembriamo fiumi in piena … e le parole tracimano, completamente sconnesse dal cuore e dalla nostra testa.
Ma ci siamo mai fermati a pensare agli effetti e alle conseguenze di queste frasi?
Forse perché al mio fratellino sentivo spesso ripetere che i maschi non piangono e ricordo ancora una volta in cui in bicicletta fece un vero macello ed ebbe bisogno di vari punti di sutura …
Sangue ovunque e gli veniva impedito di piangere prima, durante e dopo quel tremendo impatto?
Io sentivo il suo dolore, la sua paura, la vergogna e … e mi risultava incomprensibile che non gli venisse dato il diritto di dire al mondo che aveva maleeeee dentro e fuori …
Boh, siamo un tantino stonati e lontani dalla leggerezza che dovrebbe contraddistinguerci …
Quando esordiamo con quel “no”, non diciamo di “no” solo ad un atteggiamento, ma diciamo di “no” alla persona in tutto il sue essere e quindi anche alle sue emozioni.
Trattenersi sembra la nostra parola d’ordine primaria e vitale un po’ in tutto …
Quei “NO” ci insegnano a trattenerci, a non esprimere ciò che proviamo, a contenerci, a vergognarci di noi, di ciò che siamo e proviamo … e questo ci ingenera sicuramente dei micro traumi interiori e conseguenze sul nostro sviluppo emotivo e relazionale.
Perché adottiamo questi strani sistemi educativi?
Beh, forse perché un simile metodo educativo non è altro che un riflesso di quello che a noi stessi è stato insegnato da piccoli e purtroppo lo stesso ragionamento vale quando adoperiamo le stesse frasi per un adulto: perché non dovremmo piangere se qualcosa ci ferisce?
Il pianto è un meccanismo naturale ed esiste per essere utilizzato.
Mai sentito commenti tra adulti di fronte allo sconforto di qualche conoscente?
Meglio evitarceli…
Ci stupiamo che i bambini ed i ragazzi non sappiano vivere, esprimere, gestire le proprie emozioni e poi non li guidiamo e sosteniamo quando “le incontrano” …
Se desideriamo che i nostri bambini le comprendano e vivano in base ad esse, dovremmo eliminare completamente certe frasi e certe abitudini, perché si tratta senza dubbio, di un metodo che lavora solo per bloccare i pensieri, le emozioni e quindi i comportamenti e le reazioni.
Riprendo da “La pioggia sa perché” di María Fernanda Heredia un brano per riflettere insieme sul valore delle lacrime…
“Lasciale andare, Lucia- disse la nonna chissà da dove.
Chi?
Le lacrime! A volte sembrano talmente tante che ci sentiamo affogare, ma non è così.
Pensi che un giorno smetteranno di uscire?
Ma certo! –rispose la nonna con un sorriso dolce – Le lacrime non restano a lungo, svolgono il proprio compito e poi continuano lungo la loro strada.
E qual è il loro compito?
Sono acqua, Lucia! Lavano e schiariscono … Come la pioggia. Tutto appare diverso dopo la pioggia …”
Sono come la pioggia, sono acqua e ci lavano dai nostri mali, dai nostri dolori e ci schiariscono l’Anima e il Cuore, che ritornano a pulsare e vivere …
Aiutiamo invece i bambini a capire il perché del pianto, quale siano le cause che lo hanno scatenato …, così che riescano a canalizzare al meglio le emozioni.
È un aspetto molto importante, un passaggio semplice, ma vitale, visto che le lacrime nascono di solito da un disagio, da un malessere interiore, che ha temporaneamente disturbato la nostra tranquillità.
Per fortuna, nonostante i nostri sistemi, la nostra mente e il nostro cervello sono ancora per impostazione pregressa, per natura, predisposti ad ascoltare la tristezza, entrando in empatia con essa e consolando chi si trovi di fronte a noi in questo stato.
Qualcosa dentro, legato alla nostra capacità di Amare, e quindi con un’origine più saggia e profonda, lotta contro il nostro modello educativo e fa e continua a fare della tristezza l’emozione più empatica fra tutte, quindi la più ascoltata …
Anni di educazione creata su un modello indubbiamente scorretto ci hanno portato a reprimere queste emozioni sane, costringendoci a mostrare sempre e solo il nostro lato controllato, contenuto, apparentemente sereno.
Dovremmo invece insegnare ai bambini che le emozioni sono fattori comuni a grandi e piccoli, e che la tristezza ha parecchie cause, non sempre facili da individuare e affrontare e che si tratta di una risposta naturale a ciò che ci disturba e che possiamo canalizzarla.
Dobbiamo offrire ai più piccoli modelli adeguati di regolazione delle loro emozioni, favorendo in loro la capacità di riflettere sul malessere provato e sulle sue cause.
Quando li esortiamo a trattenersi dicendo loro per esempio di “non piangere”, non facciamo altro che suggerire ai bambini di affrontare il pianto ed il suo senso, attraverso la negazione e la paura.
Invece, anche se ci crea un’emozione negativa e di disturbo questo non significa che non il pianto non sia sano e che l’emozione stessa sia da negare e abolire.
I piccoli li dobbiamo prendere per mano e portarli a capire che abbiamo l’obbligo di aiutarli ad uscire dal loro bozzolo, per risalire all’origine del pianto e verificare quanto problematica sia la situazione che lo ha scatenato; per far questo devono avere fiducia in noi e devono avere chiara la differenza tra pianto liberatorio ed i capricci
In genere tra i 2 e i 6 anni i capricci ci sono, più o meno frequenti, e anch’essi indubbiamente da gestire, ma sono un’altra cosa ed anche i birichini devono esserne consapevoli …
Sappiamo che il pianto infastidisce di solito noi adulti, soprattutto i meno pazienti e non dobbiamo rammentarci che a volte è quindi facile perdere le staffe, ma diventa essenziale ed importante che le nostre parole trasmettano sempre un messaggio rassicurante ed unidirezionale: “sì ai tuoi sentimenti, sì a te, … no ai brutti atteggiamenti”.
Certamente si tratta di lavorare con lui, in sinergia, riuscendo a capire le sue emozioni e facendo in modo quindi di saper poi diventare tramiti per il suo lavoro di introspezione e per una lettura attenta di quanto gli è successo.
Sappiamo che un’emozione non ne esclude altre, perché siamo in un sistema piuttosto complesso.
Per esempio, tristezza rabbia e/o imbarazzo spesso viaggiano insieme.
I bambini sono molto più attenti e pronti ad accogliere questo cammino, di quanto noi possiamo pensare; un errore è quello di lasciarli analfabeti rispetto alle emozioni e alle loro cause e quindi facili prede di quei grovigli emozionali che non solo e tanto la quotidianità comporta, quanto i giochi e gli strumenti mediatici offrono.
Per la loro crescita serena e nella luce, dobbiamo quindi prenderli per mano e accompagnarli con amorevolezza grande verso il mare infinito che gli si agita dentro e renderli meravigliosamente sereni di fronte a qualsiasi evonto gli abbia scatenato un disagio o più disagi tali per cui il pianto poi sale e scivola leggero.
Un bambino “colto”, sarà un eccellente ragazzo e poi adulto.
Non abuserà degli altri e non godrà a far loro male in alcuna maniera …
Per parlare loro del pianto, vi riporto una bella storia tratta da un sito (Fiabespeciali), che ringrazio perché le lascia libere e disponibili e da cui potrete, se vorrete attingere altre interessanti letture per i nostri piccoli …
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C’era una volta un piccolo cuore, ma proprio piccolo piccolo, tanto che il suo lieve battito si sentiva appena.
Un giorno, non si sa come né quando, questo piccolo cuore si ritrovò in un luogo misterioso e cominciò a piangere silenziosamente.
Le fate stavano facendo la loro passeggiata giornaliera e notarono fra le foglie di malva, al bordo del sentiero, una cosina tutta rossa che non era sicuramente una fragola.
Beh, era il piccolo cuore, naturalmente.
Le fatine si fermarono di botto assai incuriosite.
Fata-farfalla lo raccolse delicatamente nella sua mano cercando di asciugargli le piccole lacrime, poi lo mostrò alle sue compagne che lo ammirarono stupefatte perché non avevano mai visto nulla di simile dalle loro parti.
La notizia si sparse per tutto il regno e giunse così alle orecchie della regina delle fate e del principe degli elfi che accorsero per vedere lo strano esserino.
Il piccolo cuore aveva due occhietti azzurri come quelli dei myosotis e allora si decise all’unanimità di chiamarlo Myo.
E così lo chiameremo anche noi durante questo breve racconto.
Myo si guardava intorno incuriosito e non diceva una parola (aveva anche una piccola bocca), ma almeno non piangeva più.
Ora però sorgeva un bel problema.
Chi si sarebbe preso cura di lui? A questo interrogativo si udì un coro di voci che diceva: -io, io, io, io! –
Ma è chiaro che Myo non poteva abitare in tutte le casine delle fate e così venne presa una decisione che nessuno si sarebbe aspettato: la regina delle fate decise che Myo doveva essere condotto al suo castello dove lei stessa avrebbe provveduto ad accudirlo.
Le fate esclamarono un OHHHHHHH che fece tremare le foglie degli alberi vicini, perché abitare nel castello della regina era, naturalmente, considerato un grande privilegio.
Però furono tutte contente di quella decisione che almeno non avrebbe permesso loro di litigare per ospitare quel tenero batuffolino rosso!
Fu così che la regina ordinò ai folletti di sistemare delicatamente il piccolo cuore nella sua carrozza d’oro e, via, al galoppo verso il castello.
Il principe degli elfi, invece, fu invitato a cena dalle fate durante la quale gli raccontarono di come avevano trovato quel tipetto così diverso da loro.
Intanto la regina era arrivata nella sua dimora regale e fece preparare una bellissima stanza per Myo, il quale non si rendeva neanche conto di quello che gli stava succedendo, ma capiva solo che qualcuno si stava per davvero occupando di lui.
I giorni passavano, Myo si stava adattando al nuovo ambiente nel quale riceveva tutto ciò di cui sembrava aver bisogno.
Ogni tanto arrivava in visita al castello il principe degli elfi con i suoi folletti e Myo si rendeva conto di quanto il loro aspetto fosse così diverso dal suo.
Forse era per questo, pensava la regina, che ogni tanto scorgeva in quegli occhietti azzurri una certa malinconia.
Un giorno provò a parlargliene e così il piccolo cuore le disse che gli sarebbe tanto piaciuto avere l’aspetto di uno degli elfi che vedeva saltellare felice nei prati intorno al castello.
Detto fatto, la regina delle fate sfoderò la sua bacchetta magica e il piccolo cuore diventò un bellissimo elfo.
– Sei felice ora? – gli chiese. – Oh si, tanto, grazie regina – rispose Myo abbracciandola senza pensarci due volte!
Il tempo passava e il folletto Myo si divertiva a giocare e a scherzare assieme agli altri compagni.
– E il piccolo cuore?- Direte voi – dov’è andato a finire? – Beh, il piccolo cuore era rimasto dentro il petto di Myo e continuava a battere con sempre maggior forza tanto che qualche volta faticava a calmarlo.
Fu in uno di questi momenti che Myo si accorse che forse il suo cuore voleva dirgli qualcosa che lui non riusciva proprio a capire.
Provava così una sensazione strana che gli toglieva un po’ della serenità che godeva in quel posto incantato.
In fondo era nel castello della regina delle fate, aveva tutto quello che desiderava, eppure ogni tanto saliva dal suo piccolo cuore uno strano richiamo.
Si decise a confidarsi con la regina, la quale riflettè molto su quanto udiva e capì che il cuore di Myo forse desiderava qualcosa che la sua bacchetta magica probabilmente non era in grado di fargli avere.
E questo le dispiaceva molto.
Un giorno d’estate la regina decise di portare Myo a fare una passeggiata lungo il sentiero che confinava con il suo regno e dove era molto facile incontrare gli esseri umani.
Ad un certo punto passò accanto a loro una giovane donna dallo sguardo molto triste.
Alla sua vista Myo sentì il cuore accelerare i battiti in modo tale che dovette fermarsi a sedere su una panchina.
La regina prese posto accanto a lui e, mano a mano che Myo le raccontava del suo cuore in tempesta, ella cominciava a comprendere che i suoi sospetti si stavano rivelando delle certezze.
Ma non disse nulla.
Tornati al castello ognuno riprese le proprie occupazioni.
Ma quando Myo ripensava a quell’incontro sentiva nel suo cuore come la puntura di uno spillo che per un po’ gli procurava un leggero dolore.
Intanto la regina, che voleva la felicità di Myo, non sapeva come fare a donargli quella serenità che sembrava scemare di giorno in giorno dagli occhi azzurri del suo pupillo.
Pensa e ripensa, ad un certo punto si ricordò del suo vecchio amico mago Eliodoro che non vedeva da tanto tempo e decise di mandarlo a chiamare per un consulto importante.
Il mago Eliodoro non se lo fece ripetere due volte perché aveva una simpatia particolare per quella regina e arrivò come un fulmine al castello.
Quando seppe del problema capì che era proprio una magia difficilissima quella che gli stava chiedendo la regina delle fate, ma non volle arrendersi e, tornato nella sua vecchia torre, dove si trovava la sua biblioteca, cominciò a consultare i suoi libri di magia uno ad uno.
Dopo un po’ di giorni il mago Eliodoro ritornò tutto ottimista al castello della regina dicendo che, forse, la speciale magia poteva essere compiuta, ma doveva avvenire solo nel regno delle fate e non in quello degli umani.
Allora la regina radunò alcune fatine e, dicendo loro di procurarsi della polverina magica, si avviò per quel sentiero in cerca di quella giovane donna dagli occhi tristi che aveva fatto battere tanto il cuore al suo Myo.
Quando la videro sbucare dal fondo del viale ordinò alle fatine di spruzzare sul capo della donna la polverina che la addormentò subito e poi tutte insieme la sollevarono e la portarono al castello dove il mago Eliodoro potè compiere la sua magia.
Quando la donna si svegliò, vide davanti a lei Myo con lo sguardo splendente di gioia.
Non era più un folletto, ma un bambino come tutti gli altri.
La donna gli spalancò le braccia nelle quali lui si rifugiò senza indugio mentre le sue labbra pronunciavano una parola che gli dettava il suo piccolo cuore : “Mamma!”
La sua mamma ritrovata lo stringeva forte a sé ed ambedue non smisero di piangere fino a quando nel cielo apparve una luna immensa con un sorriso particolare.
Myo e la sua mamma non capivano bene in che luogo fossero capitati, ma questo non li preoccupava; erano solamente consapevoli che qualcuno li aveva fatti incontrare e che i loro cuori si erano riconosciuti e ora battevano all’unisono e non avrebbero potuto più rimanere divisi l’uno dall’altro, per nessuna ragione al mondo.
E non seppero mai che anche la regina, mentre li osservava, sentiva sgorgare dai suoi occhi delle goccioline che un venticello leggero raccolse e lasciò cadere nel mare, dove furono gelosamente custodite dalle preziose conchiglie.
Piaciuta?
E’ molto utile incentivare spingere ogni bambino ad analizzare da dove venga il suo malessere e a dargli semplicemente un nome.
Anche questo è amarlo.
La psichiatra infantile Susan Isaacs consiglia ai genitori alcune cose importanti, tra le quali in particolare vi voglio riportare queste:
“Non basta l’affetto:
non dire semplicemente “non fare questo”, se puoi aggiungere “ma fai quest’altro”;
non chiamarli “capricci” quando si tratta solo di cose che disturbano;
non “portare” a passeggio il bambino, ma va a passeggio “con” lui;
non esitare a fare eccezioni alle regole;
non prendere in giro il bambino e non fare dei sarcasmi, ridi “con” lui e non “di” lui;
non fare mostra del bambino agli altri e non farne un giocattolo;
mantieni le tue promesse e non farne se sai di non poterle mantenere;
non mentire e non sfuggire mai alle sue domande.”
Interessante vero?
Con amorevolezza ti***
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com


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