
Ogni volta che ti trovi di fronte ad una persona, sia che appartenga alle tue conoscenze di vecchia data, sia che si tratti di un incontro occasionale, scatta dentro di te una sorta di “lettura” a proposito di lei e del suo mondo, delle sue dinamiche e dei suoi punti di vista.
E’ una lettura fatta di semplici supposizioni.
Nei confronti degli altri ti comporti come fossi una sorta di “scanner”, uno scanner in grado di “fotografare” chi ti sta di fronte”.
In realtà il profilo che tracci è fuorviante e lontano dalla verità.
Tu non conosci la persona, ma la cataloghi, basandoti sulle tue congetture.
Non supporre nulla
Abbiamo dentro una sorta di “predisposizione” inconscia a fare supposizioni su tutto.
La supposizione non è mai un dato certo, ma è un qualcosa di “tuo” che attribuisci all’altro, una congettura che ti nasce semplicemente dalla libera “interpretazione” di ciò che osservi.
Guardi come quella persona si muove, appunti interiormente una frase che ha pronunciato, rimani colpito da un’espressione della sua mimica facciale e partendo da tutto questo “crei il suo profilo”..
E’ una sorta di “ipotesi”, che tu prendi come fosse un dato certo.
Immagina di avere dentro di te come una sorta di segretaria interiore, attenta e puntigliosa; mentre tu dialoghi con una persona, lei prende appunti, nota alcuni aspetti, che ritiene importanti, e poi redige una sorta di documento, di certificazione, in merito all’avvenimento in essere. Al termine del tuo colloquio, ecco che la “tua fedele collaboratrice interiore” ti restituisce tutti gli atti che ha prodotto, porgendoteli come documenti certi, recanti una sorta di profilo dell’altra persona.
Quei documenti ti spingono a “leggere” in un certo modo l’individuo con cui hai appena parlato e interagito.
Ne prendi atto e inizi a credere che lui sia così, che pensi o non pensi una certa cosa di te o in merito ai discorsi che avete fatto.
Ti sei trovato a pochi centimetri dall’altra persona, ma non puoi dire di conoscerla, eppure ora, grazie alle supposizioni, la ripensi e la vivi come se di lei sapessi tutto, come se foste amici di vecchia data.
Questo accade perché stai letteralmente “fantasticando” a proposito di quanto è accaduto.
E’ così!
Noi fantastichiamo in maniera “potente” sulle cose, sulle persone e sui pensieri del mondo circostante.
Siamo stati addestrati a “cogliere” cosa gli altri pensano o pensano di noi, come se fossimo degli scanner, capaci di “fotografare” quello che si agita nella mente e nel cuore dell’altro.
Questo meccanismo “perverso” distorce sia la realtà vera, che i nostri mondi relazionali, emotivi e affettivi.
Prendiamo tutte le cose sul personale e lentamente, senza fatica, iniziamo a credere che quello che immaginiamo sia la verità, a scambiare la realtà con la nostra fantasia.
Se entri in questa dinamica, fatichi a “parlare ed ascoltare” realmente, perché qualunque episodio ti si prospetti, anche il più sereno e proficuo, tu lo leggi e lo interpreti indossando un paio di occhiali deformanti.
E’ come se tu avessi di fronte a te una persona che si chiama Nicola e tu ti relazionassi con lei, come se fosse un’altra, di nome Umberto.
In pratica non esiste tra di voi una reale relazione umana, e prima ancora animica, perché non c’è presenza coerente.
Non esiste apertura.
Non c’è alcuna forma di “accoglienza”.
Tu pensi che lui pensi.
Tu credi che lui creda.
Tu reputi che lui pensi…, mentre lui non sta pensando in maniera “conforme” alle tue libere interpretazioni personali, né crede a quello che la tua mente ti ha suggerito che lui stia credendo, in merito a una certa situazione, né ti reputa o ti sta valutando, in base ai criteri che tu supponi gli appartengano.
E’ così che vivi in un mondo relazionale “irreale”, un mondo che si nutre di fantasie, di puri “sogni” personali.
Il cuore spesso ne soffre, perché la “lettura” avviene sempre secondo dinamiche negative.
Se, per esempio, devi “interpretare” una smorfia di Paolo, o di Veronica, Giuditta o Sempronio, guarda caso, lo fai pensando solo al peggio.
Non ti sfiora nemmeno lontanamente l’idea che, un movimento quasi impercettibile del labbro destro di Veronica, che il tuo occhio attento ha colto, fosse dovuto ad un apprezzamento legato al colore della tua maglietta o alla bellezza del suo tessuto, del suo filato.
Tu, che sei stato ben addestrato fin da piccolo, noti e credi fermamente che quel sussulto agli angoli della sua bocca, siano “solo” un segno, un’espressione del suo disappunto.
E che cosa può aver dettato il suo disappunto nei tuoi confronti?
Questo sarà oggetto delle “elucubrazioni” mentali delle prossime ore o addirittura dei prossimi giorni, quando la tua mente cercherà e accoglierà qualsiasi bieco pensiero in merito all’accaduto odierno.
Indubbiamente creerai la tua “supposizione” su più piani, perché pensare e credere al peggio non basta, è necessario che ti crei una sorta di fatica e di situazione peggiorativa, per sentirti a tuo agio, e in perfetta sofferenza e quindi in piena sintonia con il tuo inconscio suppositivo e saccente.
Così la fonte delle tue sofferenze è ben nutrita e tu stai “beatamente male”, vivi appieno nel tuo magico disagio.
Questi esempi ti aiutano nel lasciare che riaffiorino certe situazioni passate, che hai vissuto? Lo spero!
Le supposizioni che facciamo ogni giorno, ci portano solo dolore, frustrazione e malessere e vanno smantellate.
No ai chiarimenti!
La modalità più semplice e “creativa”, perché risponde alla linearità della tua Anima, là dove sussistano gli estremi per nutrire seri dubbi a proposito di una certa persona, sarebbe quella di parlare con lei e di chiarire, in merito a quello che tu “supponi” sia successo.
In realtà le cose più semplici sono quelle che scartiamo a priori.
Abbiamo paura di chiarire ciò che ci crea disagio.
In genere, preferisci crogiolarti nelle tue congetture, in merito a una certa cosa, a una certa situazione, piuttosto che chiedere a un’altra persona come siano andate realmente le cose.
La tua supposizione è come un castello, un bel castello, con tante torri, ma senza il ponte levatoio o meglio il ponte c’è, ma viene tenuto regolarmente alzato, così che non ci sia nessuna possibilità di scambio, di accesso dall’esterno.
Eh già, appartieni al gruppo degli strenui difensori delle proprie supposizioni personali e aggredisci chiunque cerchi di ostacolarle.
Il castello è tuo e guai a chi osa tentare di accedervi e smantellarlo.
La domanda è la soluzione più semplice.
Non riesci a vivere senza supporre, ti appare come una sorta di bestemmia o meglio un qualcosa che non ti appartiene.
Sei convinto che le tue non siano “congetture”, ma realtà, vere e come tali le vivi.
Se per un istante vieni colto da un dubbio, quel dubbio non è mai legato al tuo “profilo dell’altro”, ma semmai al perché lui osi tanto verso di te.
Più ci pensi e più fatichi a capacitarti di come una persona possa essere così “dissacrante” nei tuoi confronti.
In realtà, quando hai dentro un dubbio, dovresti semplicemente rivolgerti alla persona interessata, per chiederle spiegazioni.
Solo così puoi rimuoverlo e avere le giuste certezze.
Domandare è vitale e va fatto, piuttosto che fare inutili supposizioni.
Come mai viviamo di supposizioni?
La risposta è molto semplice: siamo incapaci di vedere la situazione così com’è veramente, perché non ci conosciamo e di conseguenza non conosciamo bene nemmeno gli altri.
Fin da piccoli, abbiamo cercato di “adeguarci” a quelle che ritenevamo le “richieste” ed i bisogni delle figure adulte di riferimento, iniziando così a modificare la nostra “Essenza”, nel vano tentativo di rispondere a quelle che pensavamo fossero le attese e le richieste di chi amavamo e ci amava.
La prima relazione fatta di supposizioni è quella con la propria madre.
Vediamo in lei solo ciò che vogliamo vedere e interpretiamo tutto in modo “personale”.
Ne nasce una sorta di “libera interpretazione” del mondo esterno, a cui nostra madre appartiene.
Immaginiamo ciò che lei non ci dice a parole.
Accogliamo solo le trasmissioni che avvengono in “situazioni” abnormi, per esempio quando lei, accecata dalla rabbia per una nostra manchevolezza o pasticcio, urla, sbraita e ci parla senza filtri.
Così l’immagine personale vacilla e si trasforma e di conseguenza si trasforma anche il “mondo fuori di noi” , essendo una nostra proiezione.
Nascono gli “accordi” con noi stessi, simili ad ancore, a corde che ci bloccano (“Non sei capace”, “Vedi che tutti ti pensano così”, “Sei inutile”)…
Svezzato in questo modo, ti abitui ad “immaginare” la realtà, a “interpretarla”.
Tutto allora passa dal tuo dentro e diventa un fatto strettamente e puramente personale.
Il senso di colpa ottenebra.
Mentre interpreti, dai vita a diverse supposizioni nella tua mente e le crei talmente contorte, che spesso sono antitetiche, ma contemporanee e tutte presenti, senza esclusione di colpi.
Qualunque cosa accada, ti senti in colpa e prendi tutto strettamente sul fronte personale, come se ti trovassi ancora di fronte a tua madre o a una figura di rilievo della tua infanzia.
Una strizzatina d’occhi o una risposta inaspettata, una parola che ti suona male o una smorfia e talvolta perfino un benevolo sorriso creano veri mostri nella tua terra della supposizione.
Perdi di vista il fatto in sé e non ti accorgi che quello che attribuisci all’altro individuo, parte da te.
Sei seriamente preoccupato e non ti ricordi nemmeno che ogni individuo ha una sua vita personale e quindi anche possibili svariati problemi.
Tu sei al centro del disagio e l’altro, nel tuo immaginario, è solo il tuo aguzzino.
La tua fantasia ha agganciato l’attimo e ha creato qualcosa che non esiste, se non nel tuo “immaginario”.
L’altra persona ha bussato al tuo castello, ma il ponte levatoio è rimasto alzato.
Senza l’accesso, l’altro individuo non è stato messo nella condizione di fare il suo ingresso nella tua vita, quindi di potersi connettere realmente con te.
Stai ripetendo una sorta di rito, di ciclo “antico”.
Per interromperlo e farlo sgonfiare, come fosse una sorta di bolla di sapone, basterebbe solo il dialogo.
Essere genuini.
In tutte le relazioni, di qualsiasi natura, quando scatta la supposizione, essere genuini è faticoso e quasi impossibile.
Siamo pere che cercano di apparire come mele, mele che desidererebbero essere arance, arance che sperano di diventare un giorno banane e banane che si credono cocchi.
Può far sorridere questa mia affermazione, ma è legata alle dinamiche che attiviamo.
E’ talmente forte la paura del rifiuto, del non piacere, che fatichiamo a darci in “maniera spontanea e semplice” agli altri, chiunque essi siano e a prescindere dalle diverse forme di relazione.
E’ come se tu cercassi sempre di cogliere cosa l’altro potrebbe volere e desiderare e poi cercassi in qualche modo di accontentarlo, scontentando però te stesso e perdendoti, perdendo la tua vera natura, il tuo profilo.
Tu devi invece essere ciò che sei, senza più fingere, se vuoi che il tuo albero dia finalmente i “buoni frutti” attesi.
Credere ciò che non è.
Quando il dialogo con l’esterno non viene coltivato, partendo dall’infanzia, molte cose ti rimangono dentro.
Questo fa sì che spesso credi e ti aspetti che gli altri sappiano perfettamente cosa tu desideri da loro.
Ma non è così.
Soprattutto tra persone che si amano, si è portati a credere che esista una sorta di “tacita trasmissione” di emozioni, di pensieri, di attese, che in realtà non c’è.
E’ come se credessimo che l’innamoramento in sé, comporti una “trasmissione” sottile; questo invece non avviene e così i contatti tra le due persone coinvolte nel legame affettivo, sono parziali, manchevoli, distorti e quindi destinati alla sofferenza o spesso alla fine della relazione stessa di coppia.
Il fatto di stare insieme non comporta, come pensa una parte di noi, che la nostra compagna comprenda automaticamente i nostri bisogni o i nostri desideri; siamo convinti che ci conosca e che quindi ci accontenti, che faccia esattamente quello che vogliamo, ma tre quarti delle volte siamo destinati a rimanere delusi.
Allora proviamo dolore e rabbia.
Ci sentiamo traditi, soli e feriti.
È un errore che nasce in molti rapporti, rapporti che esulano anche dalla stretta relazione affettiva; la difficoltà nasce dal fatto che non ci ricordiamo che esistono 360 diversi punti di vista, da cui osservare una situazione o una persona.
Quando supponi che tutti osservino il mondo dalla stessa prospettiva sei in errore.
Quante domande giacciono da secoli senza apparenti risposte!
Eppure la nostra mente è curiosa e vuole capire, ha bisogno di capire, di spiegarsi ogni cosa e di giustificare quello che nota, quello che accade, quello che supporta.
Ci vogliono domande a cui è giusto seguano le dovute risposte.
Non importa se giuste o sbagliate, conta che ci siano.
Se non scatta questi meccanismo, di domanda e risposta, ecco allora che c’è un ampio spazio per tutte le supposizioni e questo crea solo le situazioni di cui ho ampiamente parlato oggi.
Suppore ci rovina la Vita.
Immagina di vivere in una realtà vera, immediata, senza nessun tipo di supposizione.
Le comunicazioni sarebbero completamente diverse e questo cambierebbe totalmente i nostri rapporti.
Nessuno di noi soffrirebbe, nella maniera più assoluta, perché non ci sarebbero i conflitti interiori.
L’unica risorsa per risolvere la situazione è appunto quella di fare domande.
Ci vuole coraggio, lo so, ma è tempo.
Devi chiedere, chiedere spiegazioni fino a quando non ti sentirai appagato.
Se non capisci una cosa, chiedi, ne hai il diritto, un diritto che da secoli ci neghiamo.
Quando avrai la risposta, favorevole o altro, interromperai il lavorio costante della mente e non avrai più bisogno di supporre, perché avrai la verità in tasca.
Lo so, si tratta di un accordo all’apparenza facile, mentre nella realtà vera dei fatti è molto difficile da mettere in pratica, perché supporre è diventata una nostra dinamica ordinaria, una sorta di abitudine molto ben radicata.
Le sue radici sono grosse e profonde.
Si tratta di iniziare e di ripetere e poi rifare e poi procedere ancora e poi ancora, molte volte, perché solo così riusciremo a uscire da questo ciclo e ad attivare una sorta di magia, una magia capace di cambiare radicalmente il mondo dentro ciascuno di noi e quindi il mondo intorno a noi.
Cosa supponi oggi?
Spero, vivamente, che tu non supponga più nulla!
Chiedi, parla, dialoga e costruisci il “nuovo” Mondo.
Buona dolce chiacchierata a Tutti!
Amorevolmente Ti degli Arcangeli.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com



Grazie carissima ti questo articolo mi ha fatto riflettere su tutte le varie volte che ho fatto supposizioni e le poche volte che invece ho fatto direttamente le domande …. grazie per avere risvegliato questo non sano meccanismo che allontana le persone.
Un abbraccio immenso di Luce
Sono sempre felice quando un articolo vi risuona e vi permette di risvegliare certe indispensabili consapevolezze e di comprendere il “valore” del cambiamento di rotta.
Forza Moira, che anche nei prossimi articoli troverai tanto materiale!
La tua Anima sta acquistando una “nuova Luce” e ora vibra su frequenze nuove.
Felice ti auguro un cammino radioso!
Namasté!!