
Titolo strano, vero?
E’ strano, soprattutto se pensi alla realtà nella quale siamo calati o meglio sprofondati.
La nostra non è sicuramente una società della parola, ma semmai una società della chiacchiera, della critica, del pettegolezzo crudele, del giudizio, del detto a pieni polmoni, cioè dell’urlato, del gettato al mondo, con un tono di voce e una modalità violenti e carichi di rabbia.
La parola sussurrata, la parola che spiega, la parola che dice di te, che parla di gentilezza, è oggi come un frutto raro, nell’oasi di un deserto.
La parola che ti delinea, la parola che crea un magico ponte, un ponte verso un’altra persona, un ponte che si protende nel vuoto e genera empatia è però un bisogno collettivo, è qualcosa di urgente, di raro, che dovremmo sicuramente scegliere e coltivare.
Anticamente il termine parola si scriveva “parabola” e stava appunto a indicare qualcosa che veniva pronunciato e insegnava, cioè “lasciava un segno” su chi ascoltava o leggeva.
Io immagino la parola come una sorta di carezza, una carezza che la pelle attende da tempo e quando arriva ti offre solo momenti di pura gioia, oppure la visualizzo come uno schiaffo, uno schiaffo forte, terribile, potente, dato con tutta la rabbia che qualcuno ha dentro.
Oggi sono più le carezze che offriamo al prossimo o gli schiaffi?
Pensa per un attimo alle tue giornate, alle persone che incontri e a chi ti vive accanto.
Che segno lasciano, su di loro e in loro, le parole che pronunci regolarmente?
Ci sono sicuramente parole che ricorrono più di altre nel tuo modo di esprimerti. Quali sono? Parole carezze o parole schiaffo?
Già, anche se non ci pensi, ma le parole che usi, dicono di te, attestano chi sei, cosa pensi della vita, cosa vai cercando e cosa vuoi realizzare.
Le tue parole creano “il tuo profilo”.
Ma quei contorni, ti rappresentano realmente?
In genere no.
E sai perché? Perché solitamente ti guardi dal dire apertamente quello che realmente pensi.
Fin da piccolo hai imparato e ti è stato insegnato a dire certe cose e a tacerne altre, quindi a limitare la tua piena espressione.
Tu stesso hai appreso dall’adulto che rappresentava il “tuo punto di riferimento” a non esporti, per evitare di essere “allontanato”, rifiutato.
Bastava una semplice smorfia sul volto di chi amavi, per cadere nella trappola del “non poter dire” per non dispiacere all’altro.
Così ti sei castrato e sei diventato una sorta di “bonsai”, un albero a misura degli altri, ma non di te stesso.
L’albero a cui eri destinato, lo hai “configurato” e potato a dovere, cercando di adattarlo all’ambiente circostante, agli eventi, alla cultura imperante, al tipo di relazione in essere , a quello che tu pensavi risultasse gradito e gradevole agli altri.
Ma tu, cosa volevi per te?
Cosa sentivi di dover essere ed esprimere?
E’ per questo che oggi, voglio guidarti a riflettere sul valore del “dire quello che pensi”, per consentire a te stesso il diritto inviolabile, il “potere” di recuperare la tua espressione personale.
Perché lo faccio?
Mi viene da sorridere.
Forse perché non esiste al mondo mentore migliore di chi ha sperimentato certe situazioni, di chi ha percorso prima di te, lo stesso identico sentiero.
Ricordo perfettamente come questo aspetto del tacere mi sia appartenuto per un certo periodo della mia vita e forse, proprio per questo, oggi posso allungarti la mano e essere, se lo desideri, il tuo “mentore” nel guidarti a ripensare a certi tuoi comportamenti.
Posso indicarti esattamente, come muoverti per recuperare la tua “piena libertà di parola”, e riconquistare la tua “terra della libera espressione”, perché è un’esperienza che mi è appartenuta.
Immagina la tua libertà di parola, come un feudo, come una terra, di cui ti sei lasciato spogliare nel tempo, a poco a poco, da una o più persone.
Ora sei, esattamente come quel nobile, “decaduto”, che detiene solo un titolo nobiliare, ma senza terre, senza i suoi sommi beni.
Perché lo hai fatto?
In genere perché sei stato “educato” a una sorta di rispetto verso gli altri, un rispetto che in realtà non ha nulla a che vedere con il vero rispetto, soprattutto di sé.
Sei stato portato a credere e ritenere che sia “sconveniente” dire sempre ciò che si pensa.
Semmai è sconveniente il come si dice una certa cosa o il momento in cui ci si permette di dire, ma non il dire in sé.
Questa, in generale, non è una società della parola carezza, della parola ponte, della parola empatica, ma semmai della parola pettegolezzo, della parola giudizio, della parola vulcano e macigno.
Le parole escono a fiumi dalle nostre bocche e scorrono come acqua di fiumi in piena o lava incandescente, di un vulcano attivo; travolge, ma senza dire nulla di vero e pieno di noi, perché quello che realmente si agita dentro, chissà perché, lo teniamo da tempo segregato, censurato dentro di noi.
Abbiamo frequentato una scuola di vita terrena, che ha alterato i nostri sistemi e imbavagliato la forza animica generante, quella forza che si avvale appunto della parola.
In generale, questa scuola per la vita, ti è stata offerta da qualcuno che avevi vicino, molto vicino, come per esempio un genitore, magari tua madre, qualcuno che di fronte a certe persone e situazioni, soffocava regolarmente i suoi pensieri, diventando per te, bambino, un “muto insegnante”.
Tua madre o tuo padre o una figura di riferimento che ti stava accompagnando nella crescita.
Questo insegnamento “ al silenzio”, lo hai fatto tuo e lo hai poi portato a scuola, dove hai avuto un ulteriore rinforzo alla tua “credenza”.
Lì, tra compagni e insegnanti, quaderni e impegni, hai spesso creduto che fosse giusto tacere, tacere quando per esempio non avevi capito una spiegazione, per non sembrare un ottusangolo, oppure quando un compagno aveva combinato qualcosa, per non essere considerato una “spia”, oppure quando qualcosa ti suonava male, ma l’aveva detto o fatto un prof. e quindi meglio non esporti.
Così la paura ti ha ulteriormente castrato.
Poi è stato il momento del lavoro.
Un nuovo ambiente, dove rinforzare la tua decisione di “non dire”.
Lavorando, ti sei cucito ermeticamente la bocca, convinto che la tua esigenza di avere una sicurezza economica richiedesse questo “sacrificio” e valesse la pena.
Ma chiudersi la bocca, come fosse la cerniera di un abito, non era un “sacrificio”, cioè non creava nulla di sacro, ma semmai ti rinnegava, ti sminuiva, ti metteva nella condizione di considerarti meno importante del tuo lavoro, del posto di lavoro.
Gli anni intanto rinforzavano queste dinamiche.
Poi è arrivata una relazione affettiva, ma le cose non sono cambiate.
Ormai il tuo modo di sentire e il tuo modo di gestire la “parola” erano un qualcosa di ben delineato e questo ti ha ulteriormente “potato” e reso appunto un piccolo bonsai.
Troppo spaventato dal giudizio degli altri, hai iniziano a tenere tutto ciò che provavi dentro, drasticamente chiuso in un vaso, il tuo vaso di Pandora.
Perché?
Per paura di “perdere l’altro”.
Una paura drammatica che ti ha indotto a “perdere te stesso”.
Quale albero eri destinato ad essere?
Te lo sei mai chiesto? Te lo stai chiedendo?
Magari un magnifico olmo, un frassino maestoso, un castagno enorme, un abete vigoroso, un ciliegio di rara bellezza, che cosa potresti essere? Quale albero?
E invece oggi, stai dentro una mano, rinchiuso in un piccolo vaso, grazioso, ma che ti stringe le radici, come fosse un paio di scarpe troppo strette, scarpe che ti comprimono i piedi e ti impediscono di partecipare alla maratona di New York o al Cammino di Santiago o anche solo alla gita fuori porta.
Non dire ciò che pensavi da piccolo è stato solo l’inizio di un perverso gioco distruttivo, senza fine, dove tu hai smarrito te stesso e hai perso la cosa più preziosa che possedevi: Tu, te stesso.
La parola e la sudditanza sono aspetti che ti portano a perdere sicurezza, stima personale, quella che siamo soliti chiamare autostima.
C’è una tua parte inconscia che non stima quella tua parte fifona, quella parte di te stesso che non si espone mai, che non ha mai il coraggio di dire apertamente quel che pensa.
La diatriba è talmente intensa, che spesso questo inconscio si esprime attraverso i vari malesseri fisici, tra cui il classico mal di gola, il nodo, la raucedine, gli abbassamenti di voce.
Dire quello che pensi è magia.
Dire quello che pensi è riprenderti la tua voce.
Dire quello che pensi è esprimere chi sei e quello che desideri nella vita e per la tua vita.
Dire quello che pensi è importante, molto, troppo importante per rinunciare a farlo.
Tu sei unico! Ogni persona è unica.
Ognuno di noi lo è e proprio per questo devi darti voce, per dire al mondo la “meravigliosa creatura che sei”.
Non temere.
La paura di essere giudicato fa parte della “voce” del gregge: tutte le pecore belano allo stesso modo, ma questo verso unanime ci ha fatto perdere il nostro legame con l’alto, ci ha indotti a omologarci, a lasciar andare ciò che ci rendeva unici e speciali.
Tu sei un’Anima unica, ma uniformandoti al coro terreno, hai perso questa identità e hai iniziato lentamente a morire, a perdere quella forza, quell’energia, quella potenza che il legame con Dio ti offriva.
Senza identità sei come una lampadina che va esaurendosi.
Sei preda dei venti e le scariche di tensione ti mandano in corto e ti fanno esplodere.
Perché devi ritornare a liberare questa tua voce interiore?
Per ritrovare la “tua identità”.
Ci sono al mondo 200.000 persone che possono chiamarsi Mario, proprio come te, Giuseppe, oppure Angelica, ma nessuna di loro è uguale a te e può dare a questo mondo quello che tu sei venuto a dare.
Nessuna.
Qualcuno ci ha voluto gregge, per distruggere la nostra “unicità” e quindi farci smarrire il cammino, esattamente come fece con Ulisse nel suo viaggio di rientro ad Itaca.
13 tappe.
13 vite?
13 reincarnazioni?
13 momenti per perdersi e non far ritorno alla propria reggia?
Pensaci!
Dire quello che pensi è troppo importante e qualcuno, proprio come fu per Ulisse e i suoi compagni nell’isola dei Lotofagi, cerca di farti perdere la “memoria” di chi sei, di quanto vali e di dove sei diretto e perché.
Scegli di parlare!
Fallo ora!
Scegliere di parlare ti permetterà di fare una cernita tra le persone che ti stanno accanto.
Sarà una sorta di “pulizia di primavera”.
Presente quando vieni preso dai sacri fumi del faccio spazio e apri l’armadio di casa e elimini tutti quegli indumenti che occupavano da tempo i diversi ripiani, ma dai quali non ti decidevi a separarti, perché magari ti andavi ripetendo che potevi riutilizzarli in quella o quell’altra occasione?
Ecco.
Dire apertamente ciò che pensi, ti consentirà di fare questa epurazione, donando ad altri quello che da tempo non faceva già più parte del tuo cammino.
Circondarti di persone che ti limitano e che tieni avviluppate, cercando di dire solo quello che gli risulta gradevole e gradito, ti rende una comparsa, non un “attore”.
La vita mi ha educato e ora so perfettamente, che se vuoi essere te stesso e quindi essere una persona felice è importante che ti circondi solo di persone che ti amano e tengono realmente e a tal punto a te, che tu sei libero di muoverti e parlare, con loro, come con te stesso.
Ma esistono?
Sì e le troverai solo nel momento in cui avrai il coraggio di aprire il “tuo guardaroba” e iniziare a togliere e regalare ciò che non fa più parte della tu quotidianità.
Queste persone sono speciali e arriveranno quando i ripiani saranno svuotati e quindi ci sarà il dovuto spazio per nuovi acquisti.
Magari pochi, ma buoni, anzi buonissimi.
Questo vale in famiglia, nelle amicizie, nelle relazioni amicali, ma soprattutto nelle relazioni di coppia: non esiste amore, dove l’uno si sente soffocare o impossibilitato a muoversi e dire in libertà.
Cos’è che ti impedisce di essere libero in tutto, anche nella parola?
La paura della critica, la paura dell’abbandono, la paura di faticare, la paura di ricominciare.
Ricominciare significa cambiare e chissà perché temiamo sempre il cambiamento, come se ciò che deve arrivare fosse l’inferno e ciò che viviamo fosse una sorta di purgatorio strano, velenoso, ma conosciuto.
Così resti nella tua zona di dolore confortevole e muori.
Lentamente, ma inesorabilmente, muori.
La vita mi ha insegnato che quando lasci a chi ci governa di fare e lo assecondi ottieni solo il meglio, il massimo che c’è e che ti meriti.
Non ci viene mai fatto liberare un armadio se non c’è già pronto qualcosa di perfetto, fatto a misura per noi.
Ricordo la mia vecchia jeep.
Era una sorta di cambiale perenne, ma non riuscivo a staccarmi da lei.
I motivi per tenerla lì, ferma, erano sempre pronti a farsi avanti, incluse le chiacchiere di amici e conoscenti che sostenevano che per me e le bambine fosse un mezzo sicuro.
Un mezzo sicuro, che mi faceva spendere una fortuna.
Il giorno in cui ho seguito il mio pensiero e l’ho sostituita ho trovato un’auto meravigliosa, che mi attendeva da tempo.
Devi staccarti dalla parete a cui stai aggrappato, se vuoi passare sulla parete del monte che hai di fronte.
Ricorda che le parole ti sostengono, le parole creano.
Quindi offriti la libertà di parlare, anche per permetterti di fare, di passare all’azione creativa.
Hai sogni e ambizioni diverse dalle altre persone?
Sicuramente sì, proprio perché non esiste un altro Mario o Giuseppe uguale a te.
Allora, concedi al tuo “Mario speciale” di essere, di esistere, facendogli spazio.
Dagli voce e non temere l’opinione altrui.
Nessuno può permettersi di indossare la tua pelle, anche se avete la stessa identica taglia.
Quando esci dal tuo guscio, scopri che emani un’energia nuova e che le persone simili a te esistono e ti raggiungono perché tu ti sei permesso di fare loro spazio.
Solo una brocca vuota può contenere nuova acqua, ricordalo.
La tua “vivacità” interiore è come una fiamma, ma se vivi in mezzo al vento, alla bufera, come puoi mantenerla in essere, accesa?
Ricorda che ogni luce va alimentata e se oggi ti senti come un mozzicone desolato di una candela, è perché qualcosa ti sta consumando inutilmente.
Viviamo in un mondo caotico, liquido, confuso, un mondo pieno di incoerenza, fatiche e ingiustizie.
Tu, da che parte vuoi stare?
Se una cosa non ti aggrada, cambiala!
Smettila di perdere tempo come ho fatto io con la Jeep.
Tu puoi fare ed essere la differenza.
Tu sei unico e sei qui per “esserlo” e permetterti di esserlo.
A volte, fare la differenza, è proprio dovuto al “permettersi di dire” quello che ti si agita dentro.
E’ dare voce alla tua voce e per farlo non serve essere grandi e alti come i ciclopi, basta essere “quel Nessuno” capace di dire ciò che pensa, senza urla, senza lanciare massi, senza nessuna forma di prepotenza.
Dire e basta.
Con umiltà, con semplicità, con educata gentilezza.
Di questo c’è bisogno, un bisogno enorme.
Provaci!
La prossima volta che accade qualcosa che non ti aggrada, in qualsiasi ambito e ambiente, permettiti di entrare in scena e fare la differenza, dicendo con “gentilezza” no, oppure il tuo parere.
Lamentarsi non serve.
Criticare non crea.
Urlare non modifica.
Fai parlare il tuo cuore e dagli modo di “proporre” …
Forse ti accorgerai che molte altre persone attendevano il là e chissà, probabilmente insieme potrete così costruire un ponte, il “ponte della parola”, quella parola che aspettava solo di “essere detta”.
Buona riflessione a tutti.
Con amorevolezza ti.
Sei libero di copiarlo su un altro sito/blog, però per correttezza lascia questa dicitura incluso il collegamento cliccabile a www.sottounarcobalenodiluce.com



Buongiorno, ricevere queste mail, mi fa molto piacere, sono tutte molto belle e aiutano nella crescita spirituale….
Felice per il tuo riscontro.
Om Shanti!
La Luce ti guidi lungo il cammino!
Grazie per la mail
Om Shanti!
Ciao grazie per questa bellissima preghiera ultimamente sono molto nervosa molto.arrabbiata .mi sa che il mio angelo custode non mi preottegge affatto .anzi mi sa che quando la gente mi fa del male lui e ‘ felice .sono molto giù di morale veramente ormai ho perso le speranze in tutto . comunque sei bravissima grazie un caro saluto di ♥️
Nooo, sei tu che litighi con lui e non gli dai valore.
Cambia modalità.
Le prove ci servono per evolvere. Vedile come se tu fossi un atleta che deve vincere un trofeo unico.
Più la competizione ti porterà in alto, più è duro il tuo allenamento.
Non risentirti, ma entra nella serenità di sapere che una volta completato l’allenamento, tu sei destinata a cose molto grandi.
Quindi non litigare con quel povero Angioletto SaKiel. sta solo cercando di starti accanto e consigliarti.
Grazie ti mi hai aiutata a capirmi ancora un po di piu.
La strada e in saluta ma io la percorrero con gioia e serenita.
Grazie grazie grazie
Moira❤
E arriverai sulla cima e allora sarà solo grandissima festa …
Un saluto grandissimo.
Om Shanti!!
Voglio festeggiare con tutti voi anime gentili e che sanno che l amore sconfiggera l odio l arroganza il giudizio e regnera per sempre la gioia una gioia immensa che Dio e I suoi devoti Angeli sa solo dare.
Con immenso affetto
Moira
Ben tornata!
Om Shanti!
Grazie ti,
Si siamo sprofondati ma possiamo sempre risalire piu forti di prima.
Con immenso affetto
Moira