
“Le persone che non soffrono mai non possono crescere né sapere chi sono.”
(James Baldwin)
Gli orientali possiedono l’arte dell’ammaestrare attraverso brevi storie.
In genere in queste narrazioni cogliamo come essi considerino con il massimo rispetto l’uomo che che vive alla costante ricerca e scoperta del proprio Sé, orientato verso la propria crescita interiore.
Oggi voglio trascrivervi un racconto noto, che ci consentirà varie riflessioni, magari non omologate…, ma chi mi segue sa… che l’omologazione non fa parte “del Cielo” …
Eccolo!!!
“Matajuro Yagyu era il figlio di un famoso spadaccino.
Suo padre, convinto che l’attitudine del figlio fosse troppo scarsa per fargli raggiungere la maestria, lo disconobbe.
Così Matajuro andò sul Monte Futara e là trovo il famoso spadaccino Banzo.
Ma Banzo confermò il giudizio del padre dicendogli queste parole:
“Tu vuoi imparare a maneggiare la spada sotto la mia guida?” domandò Banzo.
“Ti mancano i requisiti indispensabili“.
“Ma se lavoro sodo, quanti anni mi ci vorranno per diventare un maestro?” insistette il giovane.
“Il resto della tua vita” rispose Banzo.
“Non posso aspettare tanto” disse Matajuro.
“Se accetti di darmi lezione, sono pronto a sottopormi a qualunque fatica.
Se divento il tuo devotissimo servo, quanto tempo mi ci vorrà?”
“Oh, forse dieci anni” disse Banzo addolcendosi.
“Mio padre si sta facendo vecchio e presto dovrò prendermi cura di lui” continuò Matajuro.
“Se lavoro ancora più assiduamente, quanto tempo mi ci vorrà?”
“Oh, forse trent’anni” rispose Banzo.
“Ma come!” disse Matajuro.
“Prima hai detto dieci anni e ora trenta!
Accetterò qualunque privazione pur di imparare quest’arte nel tempo più breve!”
“Beh” disse Banzo “allora dovrai restare con me settant’anni. Un uomo che ha tanta fretta di ottenere risultati raramente impara alla svelta“.
“E va bene” dichiarò il giovane, comprendendo infine che gli stava rimproverando la sua impazienza. “Accetto“.
Matajuro ebbe l’ordine di non parlare mai di scherma e di non toccare mai una spada.
Cucinava per il suo maestro, lavava i piatti, gli rifaceva il letto, puliva il cortile, curava il giardino, tutto senza che si parlasse mai di scherma.
Passarono tre anni.
Matajuro continuava a lavorare.
Pensando al proprio avvenire era triste.
Non aveva ancora incominciato a imparare l’arte alla quale aveva votato la propria vita.
Ma un giorno Banzo scivolò alle sue spalle e gli diede un colpo terribile con una spada di legno.
L’indomani, mentre Matajuro stava cucinando del riso, Banzo tutt’a un tratto gli saltò di nuovo addosso.
Da allora, giorno e notte, Matajuro dovette difendersi dagli assalti inaspettati.
Non c’era giorno, non c’era momento che non dovesse pensare al sapore della spada di Banzo.
Imparò così in fretta che la faccia del suo Maestro era raggiante di sorrisi.
Così Matajuro divenne il più grande spadaccino del paese”.
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La prima considerazione è sicuramente di gioia condivisa con il nostro Matajuro, che diventa un buono spadaccino, consentendo il classico lieto fine di questa storia.
Ma a noi non importa questo fatto, fine a sé, … quanto tutto il lunghissimo percorso del ragazzo e le vicende personali, che rispecchiano il nostro vissuto ordinario.
1° Il rifiuto paterno.
Credo che molte persone, tra voi lettori si possano ritrovare nella condizione del protagonista, una situazione di non accettazione, di rifiuto pesante, da parte della madre, del padre, o di un fratello, oppure della compagna o compagno…
Chiunque sia a creare questa situazione crea dolore, un dolore lancinante.
Sappiamo che ciò accade con una responsabilità personale anche dell’altro attore della vicenda.
Nella storia di banzo, in particolare, è un fatto veramente forte, perché il protagonista non viene accettato dal padre, perché ritenuto da questo incapace di ottenere i suoi stessi risultati.
E’ una situazione, pesante, capace di richiedere anni intensi di lavoro su di sé; una situazione che conosco, perché ho anche due figlie adottive.
Il problema di fondo è che il bisogno terreno di accudimento iniziale, crea spesso una “dipendenza fisiologica, oltre che emotiva, mentale, psicologica …” con uno o entrambi i genitori, tale che la simbiosi si instaura e il distacco, effettivo, diventa faticosissimo.
E’ così che spesso la nostra vita terrena, anziché crescere in perfetta autonomia, ruota attorno ai desideri e alle aspettative degli adulti, primi fra tutti i genitori; capita infatti che un figlio pratichi lo stesso sport del padre, a scuola segua quel corso di studi perché, secondo il padre e/o la madre, ci saranno in futuro eccellenti prospettive lavorative…
Perfino la scelta del compagno o della compagna, viene a volte fatta, spesso a livello inconscio, adeguandosi pacificamente al desiderio genitoriale di avere un bravo genero o una buona nuora, dedito a casa e famiglia, un buon lavoratore e/o una eccellente madre.
Insomma, sovente l’impronta che diamo alla nostra esistenza, essendo poco spirituale, è ancorata a un mondo affettivo e relazionale puramente terreno, che ci scarnifica, ci vincola, ci rende ossequiosi e dimentichi di noi, cioè del chi siamo e perché siamo arrivati quaggiù.
Questo “attaccamento”comporta anche una visione dolorosa della morte, vista come colei che ci strappa la persona amata, ci toglie, in maniera inconcepibile gli affetti, i legami, lasciandoci orfani di un legame che esigiamo e trasponiamo nell’altra vita e dimensione, mentre in realtà le cose lassù, non funzionano come noi ci aspetteremmo.
L’invocare poi chi è partito, il piangerlo, il pensarlo, … rallentano sia il nostro processo evolutivo, che quello del trapassato, tenendolo ingiustamente ancorato a noi e ai nostri vuoti da colmare.
Chi non si adegua a questa modalità, viene in qualche modo estromesso.
Matajuro non possiede, secondo il padre, le sue doti, quindi è un figlio indegno del suo amorevole riconoscimento e supporto; così viene scacciato.
2° La situazione genera voglia di riscatto.
Uscire dalla modalità di essere accettato, dal confort paterno e familiare, fa scattare il desiderio di riscattarsi, quindi fortifica.
Matajuro, il giovane, non godendo più dell’accettazione paterna, va dal migliore maestro dell’epoca e chiede di poter ricevere i suoi ammaestramenti per ottenere l’eccellenza prestazionale…
La difficoltà può essere un ottimo alleato ed incentivo per prendere in mano la propria vita e mettersi in cammino, cercando di ottenere il proprio riscatto, senza rancori, né senza accuse verso l’altro.
Mi è stato riconosciuto un deficit, … cerco di colmarlo in maniera eccellente, così da essere il migliore.
3° Mancano i requisiti.
Il maestro lo trova a sua volta poco adatto e mettendo in risalto a più riprese le sue “carenze”, cerca di metterlo di fronte alle criticità che lo aspettano …
Si dice infatti nel racconto:
“Ma se lavoro sodo, quanti anni mi ci vorranno per diventare un maestro?” insistette il giovane.
“Il resto della tua vita” rispose Banzo.-
Il maestro non lo fa per cattiveria, ma prospetta una grandissima verità: per diventare un Maestro, devi operare in modo serrato, allenandoti quotidianamente, per tutta la durata della tua esistenza, in qualsiasi campo, soprattutto nella crescita Spirituale, la vera “richiesta” fatta al maestro Banzo.
Nonostante tutto questo, Matajuro insiste, evidenziando la sua “fretta terrena”, tipica della nostra condizione di incarnati, ancorandosi a molte richieste, importanti per lui, mentre sono solo legate ai nostri attaccamenti e retaggi terreni:
“Se accetti di darmi lezione, sono pronto a sottopormi a qualunque fatica.
Se divento il tuo devotissimo servo, quanto tempo mi ci vorrà?”
“Oh, forse dieci anni” disse Banzo addolcendosi.
“Mio padre si sta facendo vecchio e presto dovrò prendermi cura di lui” continuò Matajuro. ( Anche nella crescita, contempliamo sempre, facendocene carico, quelli che reputiamo doveri primari …)
“Se lavoro ancora più assiduamente, quanto tempo mi ci vorrà?”
Ed allora Banzo risponde:
“Oh, forse trent’anni” rispose Banzo.
“Ma come!” disse Matajuro.
“Prima hai detto dieci anni e ora trenta!
Accetterò qualunque privazione pur di imparare quest’arte nel tempo più breve!”
“Beh” disse Banzo “allora dovrai restare con me settant’anni.
Un uomo che ha tanta fretta di ottenere risultati raramente impara alla svelta“.
Può apparire sconcertante, quasi cattiva questa risposta, ma mettendosi in sintonia con la situazione ed il tipo reale di richiesta, sottesa a questa trattativa, ci si rende perfettamente conto, che Matajuro sta per intraprendere la più importante ed intensa scuola per un’Anima incarnata, quindi il tempo non può entrare in gioco ed essere quantificato …
Banzo ci ricorda che per diventare maestro è necessario il resto della vita; non si tratta di una condizione che si raggiunge senza un lavoro costante ed evidentemente, nemmeno un modello a cui tendere.
E’ un’opera d’arte, da realizzare!!!
4°Consapevolezza e Accettazione.
“E va bene” dichiarò il giovane, comprendendo infine che gli stava rimproverando la sua impazienza.
“Accetto“.
Non gli è mancata la determinazione per intraprendere questo praticantato ed arrivare alla meta agognata.
Aspettative familiari e personali lo guidano a fare una scelta, abbandonando la fretta e il desiderio di ottenere tutto e subito…
5°Esordio triennale: Laurea breve.
Matajuro ebbe l’ordine di non parlare mai di scherma e di non toccare mai una spada.
Cucinava per il suo maestro, lavava i piatti, gli rifaceva il letto, puliva il cortile, curava il giardino, tutto senza che si parlasse mai di scherma.
Passarono tre anni.
Matajuro continuava a lavorare.
Pensando al proprio avvenire era triste.
Mi vengono in mente le tantissime persone che mi chiedono, dopo aver accolto per la prima volta, o poco più, gli Arcangeli a casa:
“Ma non li sento?”
“Perché non si fanno sentire?”
“Ma ci sono???”
Siamo noi spessissimo a non esserci!!!
O meglio ci siamo, ma con la nostra filosofia che tutto debba avvenire “nell’immediato”, ci incentriamo sul traguardo, senza attivarci veramente per conseguirlo!!!
Per esempio vivere l’esperienza di Accogliere gli Arcangeli a Casa, non comporta il divenire “maestri di relazione con il Mondo superiore,, ma nemmeno il pensare che se ci riesce un’altra persona, per forza sia un dovere angelico, nei nostri confronti, concederlo anche a noi, altrimenti dubitiamo della loro stessa presenza.
La scuola di Matajuro, come qualsiasi scuola che comporti una crescita interiore è fatta di silenzio, assenza, ascolto solerte e dinamico.
Come potrebbe un Guerriero di Luce prevedere i passi del proprio nemico, se non ne ascolta ogni palpito e non impara a riconoscere ogni suo movimento e “pensiero”???
Un Guerriero deve potersi muovere con la medesima solerzia e dovizia sia nell’ombra, che in pieno Sole.
La presunzione, la fretta, l’applicare la medesima modalità impiegata in altre realtà, … non serve e non consente di divenire un “maestro” nell’arte della vera “guerra di Luce”
Così nessuno diviene maestro spirituale in breve, proprio come nessun guerriero può maneggiare in maniera eccelsa la sua spada, se non dopo infinite ore di prova e di esercizio costante.
La voce degli Angeli, per esempio, la udrò perché io sono cresciuto/a; imparerò a distinguere anche il più piccolo palpito che li differenzia tra loro; saprò se si tratta di un defunto o bensì della voce di una Creatura somma di Luce e niente e nessuno mi trarranno mai più in inganno.
Nessun maestro, che si consideri tale, mi dirà che lui può trasmettermi tale arte in altro modo, se non con una scuola lunga scuola, durante la quale sottenderò a mille impegni, apparentemente sciolti dal cielo e dalle sue meravigliose leggi, per apprendere la pazienza, il silenzio, l’ascolto, la coscienza del chi e che cosa, l’arte di amarmi fino al punto di perdermi in quel che faccio, se scelto, e quindi di amare ciò che faccio.
Il giorno in cui Matajuro smette di pensare al suo futuro e quindi di essere triste, perché vive proiettato in un futuro che desidera, ma per cui ancora non si è attivato realmente, ecco che iniziano gli attacchi e quindi la scuola attiva.
6° Master formativo.
Aggressioni continue, caratterizzano ora la sua vera scuola attiva per il master …
Forse ora, molti lettori che si lamentano di subire maggiori aggressioni dagli eventi ora che lavorano su di sè, meditano, fanno pratiche amorevoli,…, rispetto a un tempo, quando conducevano una vita di altro genere, comprenderanno con l’esempio di Matajuro, che questo rappresenta “la specialistica di formazione spirituale”.
Quando ci avviciniamo alla cima del monte, la salita si fa indubbiamente più ardua; oltre la metà del percorso, l’affaticamento fisico avanza e inizia a lavorare sulle emozioni, instaurando perplessità e paure infondate …
La stessa cosa nella crescita spirituale.
Più cresco, più il nemico con cui mi vado a misurare “diventa impegnativo”.
Le sue aggressioni sono più fulminee, meno prevedibili, ma proprio per questo più arricchenti e forgianti.
“…Banzo tutt’a un tratto gli saltò di nuovo addosso.
Da allora, giorno e notte, Matajuro dovette difendersi dagli assalti inaspettati.
Non c’era giorno, non c’era momento che non dovesse pensare al sapore della spada di Banzo.
Imparò così in fretta che la faccia del suo Maestro era raggiante di sorrisi.”
Che si tratti di saper canalizzare la voce degli Angeli, di fare da medium o altro … ci vuole tempo, pazienza, ascolto … crescita.
Non si arriva alla vetta, se non per step e con il sudore.
7° Laurea a pieni voti.
Il ragazzo scartato dal padre è divenuto un vero Maestro d’Armi Spirituali.
Matajuro è cresciuto ed è divenuto, grazie alle difficoltà, ciò che doveva essere.
E’ arrivato il momento, per ciascuno di noi, di lasciare fluire le nostre aspettative, anche se difformi dai pensieri, dalle attese, dalle aspettative altrui, rinnovandole o anche trovandone di nuove, per tornare in contatto con noi stessi, con il nostro “VERO SPIRITO”.
Questo in tutti i campi!!!
Nessuno escluso (Amore, lavoro, famiglia, relazioni …)
Se per esempio, siamo proiettati nel mondo del lavoro, in vista che le cose migliorino e ci aspettiamo dal nostro futuro solo il meglio, ma intanto rimaniamo immobili ed accettiamo condizioni continue di sfruttamento, forse è il caso finalmente di metterci in gioco seriamente, di abbandonare qualsiasi forma di paura, concentrandoci solo sul positivo che desideriamo e sull’obiettivo buono, visualizzandolo, come già accaduto; pensare a qualcosa di meglio attiva endorfine valide, potenzia le vibrazioni ok e questo ci consente di saper trarre dal presente tutte le informazioni utili per cogliere in quale direzione si debba andare, adesso.
Assaggiare il sapore della spada di Banzo, poi, ci rende scaltri, agili, pronti a trasformarci in “Maestri”, per chi verrà poi a noi …
La spada è solo il morso che spezza definitivamente le nostre catene passate e presenti e ci consente di librarci nell’aria …
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