Apri velocemente l’uscio.

Spesso, e io stessa a volte l’ho sostenuto, spendiamo molto tempo ed energie a cercare il motivo, il perché di una situazione, di un disagio, aumentando e protraendo il tempo, la frequenza, dello stesso.
Cosa significa tutto questo?
Semplicemente che sto notando come le nostre energie vengano utilizzate e consumate nella ricerca dei vari perché e delle lontane origini di un nostro disagio, personale o sociale, anziché nel tentativo, immediato di modificare la situazione.
Per fare un esempio, che forse ti renderà più chiaro il tutto, ti invito ad immaginarti nel momento in cui rientri a casa, dopo una lunga giornata di lavoro.
Fa freddo e hai tra le mani un mazzo enorme di chiavi.
Non hanno nessuna forma di riconoscimento, per cui ne infili una a caso nella serratura, sperando sia quella giusta, ma non gira.
Allora ne provi una seconda, ma anch’essa non è quella giusta.

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Uno scatto per vedere oltre

Sorrido, perché la grandezza divina la colgo fortissima nel susseguirsi degli eventi, che mi portano fatti, letture, libri, persone, tutte legate al qui e ora.
Cosa ho appena letto? Una pagina, apparentemente apertasi a caso sul mio pc, in cui si parla, niente di meno che di una nota fotografa, di origine danese , il cui titolo è: «Fotografo la morte per capire meglio la vita».
Vi si legge:

“Cathrine Ertmann, fotografa danese, ha immortalato, nel 2012,  i corpi dei defunti dell’istituto patologico di Aarhus per documentare quello che accade quando la vita finisce.
E anche per lanciare un messaggio.” (Vanity Fair)
Scorro velocemente tutto l’articolo messomi sotto il naso e così scopro che, fino a quel momento il rapporto della fotografa con la morte era stato poco idilliaco, come un po’ per tutti noi, o meglio per tutte le persone che la colgono attraverso i “luoghi comuni” .
Anche le visitazioni religiose, in verità, fatte di parole impegnative, al lato pratico, quando la morte viene a rompere l’equilibrio nella nostra esistenza, finiscono sempre per rivelarsi incapaci di sostenerci.
Non e sentiamo dentro, non ci appartengono e quindi scivoliamo nel dolore e nella non accettazione di questo passaggio inevitabile: andarsene.
Un tuo caro ti lascia e tu pensi di impazzire o che non ce la farai mai a venirne fuori.
Ti  senti nel buco nero e le belle parole a poco servono.
Questa fotoreporter, però, ci darà una bella scossa, lei, che  non aveva mai visto così da vicino, il corpo di una persona morta.
Cosa è successo?
Quello che mai ti aspetteresti.
Un bel giorno le viene dato, insieme con una giornalista, di documentare  quello che accade, quando esaliamo l’ultimo respiro, ciò tutto quello che accade a quello che resta del nostro corpo fisico, quando la vita finisce.
Dai primi scatti, superata la fatica” del guardare un cadavere, scopre che guardare in faccia la morte, partendo proprio dal suo obiettivo  fotografico, non era poi così spaventoso.
E ha capito.
Ha capito sia il valore della morte, che il “vero senso della Vita”.
«Avere la possibilità di guardare da vicino persone morte – ha spiegato nell’articolo  riportato dalla rivista Vanity – che non fossero miei parenti, e quindi senza un coinvolgimento emotivo, mi ha trasmesso pace. Pensare alla morte è peggio che vederla».
Oggi questa fotoreporter ha un progetto.
Il suo progetto si chiama About Dying.
A cosa serve?
A mettersi in gioco per cercare di aiutarci a spezzare il nostro tabù sulla morte.
Noi temiamo sempre, ciò che non conosciamo.
La morte fa parte dei tanti misteri, delle porte chiuse, che ci ripetiamo di non volere e non potere aprire, fino all’istante in cui lei, la signora indesiderata, lo fa per noi, venendoci a trovare o in prima persona o, indirettamente, prendendosi qualcuno di caro e/o conosciuto.
La morte è dura da digerire, eppure è una condizione naturale.
La fotografa, incaricata di farlo per lavoro, sta in realtà svolgendo un “servizio” a chi, lassù, ci ha generato.
Lavora per il Padre eterno.
I defunti vengono da lei e dalla giornalista, messi nella condizione di non essere “umanamente” riconoscibili da nessun familiare, ma gli scatti che vengono fatti, risultano utilissimi al fine di far sapere e avvalorare le affermazioni, che lei stessa farà in seguito, non solo e tanto come fotoreporter, a sostegno della diffusione delle immagini e del suo progetto.
Questo incarico, in realtà, andava stranamente a soddisfare un suo interesse, proprio legato ad un altro articolo apparso, tempo prima, su un malato terminale, il quale raccontava  di sé e di ciò che diventa veramente importante, quando il tempo che ti rimane da vivere è “quantificato” dal responso di un medico e ti sembra così breve, terribilmente e ingiustamente breve.
E’ tutto partito da lì.
Da quelle affermazioni, fatte da una persona che raccontava ciò che le era capitato e aveva sperimentato, dopo quella tragica e ignobile sentenza clinica.
Quelle parole che lei aveva letto, quella storia così cruda, i pensieri che le erano poi nati dentro, rivisitando l’accaduto, riaffiorano, dalla sua anima, nel preciso momento in cui le viene affidato il compito pesante di fotografare un corpo che si decompone.
Il lavoro andava a mettere in gioco proprio quelle sue curiosità, rimaste dentro, insieme con tutte quelle infinite domande ed emozioni a proposito del “passaggio obbligato”, che ci attende.
Vedere e fotografare la morte, quindi, le serviva; ero lo step utile e necessario, per “risvegliarla” e per regalarle una nuova prospettiva  a proposito della vita e della sua importanza.
Lei fotografa, stava per recuperare il suo “compito animico”, attraverso quel lavoro.
Poteva accoglierlo e farlo suo o ricusarlo.
Lei lo accolse e così nacque questo impegno sociale: risvegliarci attraverso non solo e tanto le fotografie, gli album, ma soprattutto attraverso le sue testimonianze.
 «Dopo aver lavorato al mio progetto, camminavo per strada e sentivo sopraffatta guardando le persone camminare, chiacchierare e ridere – dice -.  Volevo urlare loro: “Sei vivo, goditi la tua vita!”.
Spero che le persone che guardano le mie immagini sperimentino la stessa sensazione».
Buffo, vero?
Due giorni fa anch’io ti invito ad amare la tua vita e ti parlo di Holly, la ragazza australiana ed oggi, il pc abbandonato acceso, mi presenta questo servizio legato a questa fotografa danese e al suo progetto.
Forse che il cielo voglia dirci qualcosa?
A tutti noi l’ardua sentenza!!
Una cosa è certa: attraverso quegli scatti questa donna impegnata, riscopre il valore della Vita e rafforza la sua la sua convinzione che sia necessario assaporare ogni giorno, finché si ha la possibilità di farlo.
Lo riscopre e “se ne fa portavoce”.
L’Universo poteva portarla alla stessa cosa lasciando che il suo cane morisse, investito da un’auto, oppure che perdesse un suo caro, ma non è stato così; la possibilità non le è stata offerta attraverso una perdita, ma attraverso un semplice incarico lavorativo, un compito pagato, un qualcosa che è diventato fondamentale per lei, nel momento in cui si è lasciata coinvolgere e quindi è riuscita a cogliere quel messaggio che passava attraverso un impegno non troppo carino, ma utilissimo ai fini delle sue riflessioni e prese di consapevolezza.
Morte, dolore, fine, distruzione fisica, l’hanno guidata a riflettere sulle cose che veramente contano in questa vita e quindi a riscoprirla tanto da desiderare parlarne e diventare così una “risvegliatrice” a proposito del vero valore della Vita.
Ti ricordi il mio articolo a proposito delle cose che rimpiangiamo di più alla fine dei nostri Giorni?
Beh, in questo periodo qualcuno lassù vuole che ti scuota e ti metta su queste frequenze, forse perché sia possibile vivere sempre a mille, avere una vita piena di buone bollicine e in maniera “giustamente spericolata”, senza falsi miti, miraggi inutili e problemi e tensioni inaudite.
Sai cosa scrisse anche Holly in quella lettera, postata il giorno successivo dalla famiglia su Facebook?
Addirittura la ragazza ci invitava a donare il sangue.
“ …se puoi, fai una buona azione per l’umanità e inizia a donare regolarmente sangue.
Ti farà sentire bene.
Mi sembra che sia qualcosa di trascurato, considerando il fatto che ogni donazione può salvare 3 vite! Questo è un impatto enorme che ognuno può avere e il processo è davvero così semplice.
La donazione di sangue mi ha aiutato a rimanere in vita un anno in più – un anno che sarò per sempre grata di aver vissuto qui sulla Terra con la mia famiglia, gli amici e il cane.
Un anno in cui ho trascorso alcuni dei momenti migliori della mia vita…
Fino a quando non ci incontreremo di nuovo».
In realtà non sappiamo scegliere ciò che rappresenta il nostro vero bene, così come non sappiamo se potremo percorrere il nostro cammino “nella maniera ordinaria”, vale a dire invecchiando, come tutti ci aspetteremmo,  anche Holly lo dice, per cui dovremmo veramente scegliere di farlo in maniera positiva, attiva, eccellente, vera.
Invece sciupiamo tutto e alla fine siamo solo pieni di rimpianti, di rimorsi, di desiderata, e viviamo di corsa, con il fiato corto, con la fretta in corpo e il gelo della morte sul collo. Mai visto i nonni dribblare, nelle maniere più assurde, le file in banca, piuttosto che in posta o chissà dove, adducendo che hanno fretta? Fretta di cosa?
Fretta di andare dove?
La loro fretta è solo dovuta al fatto che stanno “rincorrendo il tempo perso”, quel tempo che indietro non torna.
Ogni giorno 86400 secondi.
Come li spendi?
Quanti te ne restano?
Cosa hai comprato nei giorni scorsi, con le cifre spese?
Quanti minuti, secondi, ore, giornate, settimane, mesi ed anni hai già trascorso?
Un sondaggio riportato dal Sole e 24 ore, ci fa un quadro un po’ apocalittico a proposito del consumo del tempo sui Social …
Vi si legge.
…”Nel 2004 controllavamo il telefonino 9 volte all’ora, oggi lo facciamo più di 15 volte, cioè una volta ogni 3-4 minuti.
E secondo la ricerca “Global Digital 2018” passiamo circa 6 ore e 8 minuti al giorno su internet, di cui quasi due sui social network.
Forse anche per questo la società di Mark Zuckerberg ha lanciato, oggi, nuovi strumenti per aiutare le persone a gestire meglio il loro tempo su Facebook e Instagram.
Si tratta di una dashboard delle attività, di un promemoria quotidiano e di un nuovo modo per limitare le notifiche, disponibili da oggi attraverso le impostazioni delle due app (su Instagram bisogna cliccare su “La tua attività”, e su Facebook su “Il tuo tempo su Facebook”).”
Siamo forse impazziti?
Se oggi i nonni, che ancora ben poco sanno di questi strumenti o meglio hanno fruito poco o nulla di questi Social, rincorrono il Tempo, lo desiderano indietro e lo rimpiangono, cosa ne sarà di noi, persone social per eccellenza?
Abbiamo sempre bisogno di qualcosa o qualcuno, che ci gestisca, che ci dica che è ora di fare o di stoppare. E noi, dove siamo in tutto questo?
Dovremmo ricordarci che la morte è l’unica cosa certa che ci attende, nella vita.
Puoi sperare di arrivare alla fine dei tuoi giorni, in pace con te stesso e soddisfatto delle spese sostenute, ma se vuoi che sia così, devi attivarti perché lo sia, dando un giusto senso, peso e valore a tutto ciò che fai, alle persone che incontri, alle situazioni che ti permetti di vivere e a come le vivi.
Ricordi la scrittrice Bronnie Ware? L’infermiera di cui ti ho parlato, che ha lavorato in un hospice per malati terminali, alla quale quelle persone hanno affidato i loro rimpianti più ricorrenti e che sono diventati le pagine del suo libro, che ora sta spopolando?
Ecco come arriviamo alla fine dei nostri giorni.
Carichi di rimpianti, di cose non dette, non fatte, non partecipate.
Sai come viviamo? Te lo ricordo subito.

  • Sommersi di falsi problemi.
  • Ogni affermazione o battito di ciglia a casa, in ufficio, al supermercato, dovunque diventano un problema, un pensiero ricorrente, un vero tarlo, quindi un’ansia o rabbia o invidia o cattiveria ingestibili, che ci divorano e ci soffocano.
  • Niente o poco tempo trascorso all’aria aperta, a gustare un cielo limpido, il vento tra i capelli, il sole sulla pelle o le gocce di pioggia che battono e cantano sul tuo ombrello.
    Viviamo seduti ad un tavolo, davanti ad uno schermo a seguire i Social.
  • Abbiamo un sacco di Social da seguire, anziché prenderci cura di noi stessi e di chi ci sta attorno.
  • Spendiamo ogni giorno 8 ore, appurate  ( vedi sopra) a farci gli affari degli altri, ad esprimere pareri ed opinioni inutili, o a postare like e purtroppo anche brutte parole.
  • Ai bambini piazziamo in mano il cellulare in qualsiasi momento della giornata, affinché non rompano e non ci distraggano dalle cose spesso di poca utilità che stiamo facendo. Secondo noi, che capacità ha un bimbo di 2 anni di gestire una finestra sul mondo qual è il cellulare e l’Web?
    Il piccolo non ha competenze di tipo informatico e tecnico, ma nel giro di poco se le procura, utilizzando le sue capacità esperienziali e la sua memoria, due strumenti validissimi, che sa attivare al meglio, perché lo hanno aiutato fin dal primo giorno in cui venne al mondo, per apprendere niente meno che a parlare, muoversi, camminare, mangiare, fare pipì e popò.
    Ma un cellulare e l’Web non sono solo e tanto questo.

Sono un Mondo, una finestra spalancata sul tutto, un tutto dove noi ADULTI, dobbiamo esserci, perché un bimbo di due anni non ha il senso del valore e del disvalore, non conosce ancora il male ed il buio interiore, ma dentro l’Web, suo Social li incontra e sovente, ci si imbatte da solo ed allora non gli bastano e non gli servono la memoria, le dita piccole ed esili, veloci e l’andare per tentativi.

La velocità di usarlo non pone limiti e quindi vede, sente, coglie, interiorizza di tutto.
Incamera e prima o poi ce li rende.
Non sa se si tratti di finzione o realtà, ma sa che quello che vede lì dentro esistono, perché lo vede, come vede il gatto che si struscia sulle sue gambe in cucina o il cane che lo strattona e abbaia per giocare fuori dallo schermo.
Se questi strumenti ci sono e noi glieli diamo, significa che va bene così, che sono parte della normalità della vita.
Se vede litigi ed insulti li prenderà per giusti e positivi.
Se vede immagini agghiaccianti, le reputerà ordinarie.
Se vedrà la vita da una certa prospettiva è perché si sta addentrando nel bosco come Cappuccetto e lì, come il personaggio della fiaba, incontrerà il lupo ed il cacciatore.
Si nutrirà di ciò che gli apre davanti, di ciò che vede e di conseguenza crescere a seconda del cibo avuto.
Quello che invece noi, adulti, dovremmo fornirgli  sono prima i Valori, le cose solide, buone, genuine, insomma creargli un pregresso che lo renda capace di  vedere e vivere ogni cosa in maniera corretta, di sapere e potere leggere tra le righe, dentro le righe e oltre, per cogliere, rivisitare, comprendere, valutare, ponderare, scegliere, osservare, fare proprio  e se necessario scartare ciò che è amorale, privo di valori, distruttivo e fonte di energie e situazioni affaticanti e magari al limite.
Ci lamentiamo poi, e diamo addosso a scuole ed oratori, ai mister e a chi si occupa dei nostri figli, ma noi siamo i primi ad averli abbandonati in questa bagarre e ad avere la coda di paglia, quindi a riversare sugli altri i nostri sensi di inadeguatezza e di assenza, di mancanza.

  • Ci permettiamo di gettare la nostra vita nelle maniere più assurde
  • E mettiamo i piccoli nella condizione di farlo a loro volta, in maniera ancora più rapida, incisiva e distruttiva.

“Avrei voluto avere il coraggio di vivere la mia vita”, ripetono oggi, tante persone in punto di morte.
Fai in modo di non essere una di quella.
Con amorevolezza ti

Sii grato anche a questo giorno di pioggia

Piove e forse sarà per questo che ti trovi a meditare in maniera più attenta e più intensa.
Ci sono situazioni metereologiche che ti consentono di accentuare la profondità dei tuoi gesti. Sarà perché amo l’acqua e quindi anche la pioggia, o forse no, non è nemmeno per questo, forse è solo perché amo indistintamente tutto ciò che ci viene dato dall’Universo, amo tutto ciò che è stato creato e ritengo mi appartenga e io gli appartenga.

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Dimmi che cibo ami e ti dirò chi sei.

Mi piace tantissimo tutto ciò che è legato, guarda caso al cibo, di cui mi sto interessando, con grande gioia, soprattutto in questo periodo.
Osservo, mi osservo e noto parecchie cose.
A seconda dei momenti “emotivi che viviamo”, cambiamo il nostro modo di alimentarci.
La riprova sono i momenti di grande ansia, quando la bocca diventa un lavandino, dove infili qualsiasi cibo ti capiti tra le mani, soprattutto dolce.
Cibo ed emozioni sono quindi congiunti da un filo sottilissimo, di cui a volte sei consapevole, altre volte no, nella maniera più assoluta, ma c’è, c’è sempre.

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Madre Terra e la forza della Vita

Questa è una storia vera, di ordinaria grandezza e forza della Natura e di Madre terra, che la genera e la rappresenta.
Il 5 novembre, dello scorso anno, muore, dopo una malattia veloce, ma azzerante, l’ex marito di un’amica.
Non si sono mai separati ufficialmente, quindi gli ultimi mesi lei si ritrova coinvolta in un tour de force, tra canule, drenaggi, visite e tanto altro, di nuovo come compagna, dell’uomo da cui si era allontanata.
Sono momenti impegnativi, ma lei c’è e gli tiene la mano nel suo ultimo tratto di strada quaggiù.

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Il Cibo è la nostra medicina

Oggi andremo indietro nel tempo per parlare di un qualcosa che dovremmo apprezzare tutti in maniera unica, mentre in realtà, da quanto emerge dal nostro vissuto e dal nostro contesto sociale, così affaticato, non sempre avviene, accade.
Di cosa desidero parlare? Del cibo e dell’esperienza che rappresenta per ciascuno di noi.
Parlare di lui è semplice e complesso al tempo stesso, perché non possiamo metterlo in gioco e dargli voce, se prima non cerchiamo di cogliere il senso, il valore che lui ha per noi e cosa ci rappresenta.
Quando nasciamo, la prima esperienza che facciamo, dopo quella del parto, del venire al mondo, qui in questa nuova realtà è quella del nutrirci.
Quello che ingeriamo è la nostra prima esperienza e un modo per entrare in relazione con la mamma, senza usare il linguaggio verbale, che ancora non ci appartiene, e  con tutto ciò che ci circonda.
Lei è fonte di cibo e mentre ci nutre comunichiamo.

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Il senso della Vita

In queste giornate dedicate ai nostri defunti, anche il tempo, come tutti gli anni, è grigio e sembra così voler partecipare a quanto stai vivendo e richiamando nella tua memoria.
Sono le tue ore peggiori, se fai parte di quelle persone che hanno da poco perso qualcuno, e stanno piangendo una morte reale, fisica, o una storia, una relazione, finita.
Lasciar andare qualcosa o qualcuno è sempre e comunque per noi, pesante.
Perché?
Perché siamo soliti creare relazioni e legami a doppio filo, spesso contorte e di conseguenza difficili da sciogliere, da tagliare, da prendere per il giusto verso.
Mi risuonano dentro i versi di Jung, letti in queste ultime ore:
“L’anima non è di oggi.
Essa conta milioni di anni.
Ma la coscienza individuale
è solo il fiore e il frutto di una stagione,
germogliato dal perenne
rizoma sotterraneo”.

Sono parole importanti, forti, che dovresti scrivere sulla porta del frigo, così da poterle rivedere molto spesso e fare nostre, affinché ci offrano una sempre maggiore “presenza”.

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Gentilmente gentile.

Non è sempre facile, nemmeno per me, farsi portavoce del cambiamento, perché siamo abbarbicati a certi comportamenti, ci appartengono da molto tempo e quindi non siamo né ben disposti a lasciarli andare, né predisposti a mettere seriamente in gioco situazioni consolidate, per l’incerto.
Oggi, se penso a qualcosa che devi cambiare nella tua Vita, mi viene in mente la parola Gentilezza.
Quale relazione può esserci tra le due?
Cambiare ed essere gentile.
Con chi?
Beh, prima di tutto con sé stessi.
Cambiare significa liberarsi dalle abitudini che ti fanno stare in qualche misura non bene, quindi significa misurarsi con i propri limiti, le proprie paranoie, le cadute e le fatiche.
Vuol dire spazientirsi e arrabbiarsi con se stessi, perdere la fiducia e pensare di non  farcela e di non valere.
Ecco che allora il metodo della Gentilezza  può avere un senso.
Ti liberi delle abitudini e impari a volerti bene.

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Fiducia e buona riuscita

Ciao, ben ritrovato/a!
Oggi ti propongo un percorso un po’ particolare, frutto non solo di momenti di lettura personali, ma di situazioni che mi giungono attraverso il contatto diretto con le persone che incontro o attraverso le fatiche, di cui mi mettete a conoscenza, nella corrispondenza del blog.
Sono, ho notato, momenti collettivi particolari, con adulti sfiancati e alla ricerca di un ruolo e di un capro espiatorio e giovani/adolescenti aggressivi, saccenti, fragili, beh, diciamo indubbiamente a prova di nervi.
E’ una situazione avvilente ed impegnativa, da tutte le parti la si voglia guardare, in cui le vecchie maniere non funzionano: se funzionassero non saremmo così affaticati e nella condizione di non capire e non riuscire a gestire fatti, eventi e fasi di crescita dei nostri figli o di relazioni.
Abbiamo sicuramente smarrito qualcosa di indispensabile per stare meglio e costruire il meglio per noi e per gli altri.

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Mettersi in gioco.

Cambiare o non cambiare? Questo è il tuo, il nostro dilemma.
Viviamo indubbiamente momenti particolari e abbastanza strong, ma da lì a darci per venti e persi, ne passa, almeno nella mia modalità ordinaria di vivere e di concepire la Vita, la mia Vita e anche quella relazionale, con gli altri.
L’aspetto più forte è indubbiamente il pensiero che alimenta un “disagio collettivo”, che dobbiamo in qualche modo affrontare e smantellare.
Come?

  • Cambiando semplicemente prospettiva.

Una prospettiva putrescente, che genera pensieri non positivi e di conseguenza una società, di fatto, plasmata sulle stesse frequenze e forgiata con la medesima materia, quella che avevamo chiamato con una sigla PdM.
Esiste un lato B per ogni cosa, l’importante è allenarsi per poterlo individuare.
Credo che sia ormai chiaro che non siamo stati cresciuti con questa plasticità mentale, ma svoltare è doveroso e possibile, per evolversi e uscire da una dinamica e da una realtà che non ci aggradano.
Se la medicina ordinaria non funziona, la regola ci dice di trovarne un’altra.

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L’Arte sottile di Apprezzarsi

Apprezzarsi.
Gran bella parola, non trovi?
Letteralmente significa “darsi un prezzo”, quindi riconoscersi un “valore”.
Valore ed autostima vanno a braccetto.
Avrai sicuramente sentito, ripetuto e ricevuto il messaggio che bisogna imparare ad apprezzare sé stessi, ma tu, per primo, ti sarai detto che non sempre è così facile.
Se le circostanze della vita ti sono state amiche e favorevoli, probabilmente non avrai problemi di sorta e ti stimerai, dandoti il giusto valore, quello che a tuo dire, ti meriti, ma se hai vissuto esperienze che ti hanno sovente fatto dubitare della tua importanza e quindi del tuo inestimabile valore, forse oggi sei ancora “affaticato” e non sai come cambiare la tua situazione.

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