
Sono stata a trovare una coppia di amici di cui adoro la compagnia.
Nel piccolo e meraviglioso Paese, dove essi vivono, c’è un antico lavatoio che mi piace per la forma e lo stato di conservazione.
Ho saputo da loro, che anticamente veniva chiamato la “Fabbrica dello scredito”, perché era il luogo di ritrovo delle zitelle del Paese, per “lavare i panni”, intendendo con la parola “lavare”, non solo l’azione reale del pulire la propria biancheria, ma lo spettegolare, che erano solite fare copiosamente, sulle restanti persone del luogo e delle meravigliose zone circostanti.
Quindi, la nonna della coppia, rammenta che lì si facevano tre cose:
- si “lavavano i panni”
- si consumava un “sacco di sapone”
- per produrre una “fabbrica di pettegolezzi”.
Che storia!
Una realtà locale, che vi ho tradotto velocemente in questo modo, per rammentare un nostro sport nazionale, mai morto, anzi: alimentato, oggi più che mai, anche grazie ai social.
Sto facendo la guerra ai social?
NOOO!
Sto solo riflettendo sul come utilizziamo al peggio il nostro tempo, e certi strumenti, producendo letame, che spargiamo ovunque, secondo una ricetta plurisecolare, mettendo in campo strategie e modalità a volte sicuramente più sottili, ma non per questo meno devastanti.
Il lavatoio è stato egregiamente sostituito dai social, ma il risultato non cambia, anzi.












