Oggi continuiamo con il discorso aperto il 30 aprile scorso. L’Uomo ha trascorso questi 26000 anni, avvolto nella nebbia. Come ho già detto, questo arco di tempo così vasto, sarebbe servito al genere umano, per compiere il cammino ad anello e ritornare al Padre, con la consapevolezza nuova del Figlio Prodigo, ma questo, di era in era, non è accaduto, nonostante l’arrivo, a metà di ciascuna delle 5 ere, di personaggi speciali, venuti per farci “risvegliare”. L’Uomo appariva sempre più incapace di risvegliarsi, preso da un torpore diabolico. Perché non esisteva risveglio? Perché il genere umano, proprio come i demoni, è andato partorendo l’idea di essere “indipendente” e di poter esistere oltre e senza la figura del divino. Questo aspetto si è radicato e potenziato nel tempo, come fosse le radici una grande quercia, germogliando e dando vita ad azioni forti e atte ad attestare la forza creativa dell’Uomo, capace, senza Dio, di intervenire addirittura sulla vita, per controllarla.
Nulla succede per un semplice caso, né per sfiga o per un puro e semplice, malvagio accanimento terapeutico dell’Universo nei tuoi confronti o nei confronti dell’intero genere umano. Un fenomeno ha sempre un’origine, un senso, una “partecipazione” di tipo condiviso, per essere, cioè per prendere vita, per avere forma.
Sorrido, perché la grandezza divina la colgo fortissima nel susseguirsi degli eventi, che mi portano fatti, letture, libri, persone, tutte legate al qui e ora. Cosa ho appena letto? Una pagina, apparentemente apertasi a caso sul mio pc, in cui si parla, niente di meno che di una nota fotografa, di origine danese , il cui titolo è: «Fotografo la morte per capire meglio la vita». Vi si legge:
“Cathrine Ertmann, fotografa danese, ha immortalato, nel 2012, i corpi dei defunti dell’istituto patologico di Aarhus per documentare quello che accade quando la vita finisce. E anche per lanciare un messaggio.” (Vanity Fair) Scorro velocemente tutto l’articolo messomi sotto il naso e così scopro che, fino a quel momento il rapporto della fotografa con la morte era stato poco idilliaco, come un po’ per tutti noi, o meglio per tutte le persone che la colgono attraverso i “luoghi comuni” . Anche le visitazioni religiose, in verità, fatte di parole impegnative, al lato pratico, quando la morte viene a rompere l’equilibrio nella nostra esistenza, finiscono sempre per rivelarsi incapaci di sostenerci. Non e sentiamo dentro, non ci appartengono e quindi scivoliamo nel dolore e nella non accettazione di questo passaggio inevitabile: andarsene. Un tuo caro ti lascia e tu pensi di impazzire o che non ce la farai mai a venirne fuori. Ti senti nel buco nero e le belle parole a poco servono. Questa fotoreporter, però, ci darà una bella scossa, lei, che non aveva mai visto così da vicino, il corpo di una persona morta. Cosa è successo? Quello che mai ti aspetteresti. Un bel giorno le viene dato, insieme con una giornalista, di documentare quello che accade, quando esaliamo l’ultimo respiro, ciò tutto quello che accade a quello che resta del nostro corpo fisico, quando la vita finisce. Dai primi scatti, superata la fatica” del guardare un cadavere, scopre che guardare in faccia la morte, partendo proprio dal suo obiettivo fotografico, non era poi così spaventoso. E ha capito. Ha capito sia il valore della morte, che il “vero senso della Vita”. «Avere la possibilità di guardare da vicino persone morte – ha spiegato nell’articolo riportato dalla rivista Vanity – che non fossero miei parenti, e quindi senza un coinvolgimento emotivo, mi ha trasmesso pace. Pensare alla morte è peggio che vederla». Oggi questa fotoreporter ha un progetto. Il suo progetto si chiama About Dying. A cosa serve? A mettersi in gioco per cercare di aiutarci a spezzare il nostro tabù sulla morte. Noi temiamo sempre, ciò che non conosciamo. La morte fa parte dei tanti misteri, delle porte chiuse, che ci ripetiamo di non volere e non potere aprire, fino all’istante in cui lei, la signora indesiderata, lo fa per noi, venendoci a trovare o in prima persona o, indirettamente, prendendosi qualcuno di caro e/o conosciuto. La morte è dura da digerire, eppure è una condizione naturale. La fotografa, incaricata di farlo per lavoro, sta in realtà svolgendo un “servizio” a chi, lassù, ci ha generato. Lavora per il Padre eterno. I defunti vengono da lei e dalla giornalista, messi nella condizione di non essere “umanamente” riconoscibili da nessun familiare, ma gli scatti che vengono fatti, risultano utilissimi al fine di far sapere e avvalorare le affermazioni, che lei stessa farà in seguito, non solo e tanto come fotoreporter, a sostegno della diffusione delle immagini e del suo progetto. Questo incarico, in realtà, andava stranamente a soddisfare un suo interesse, proprio legato ad un altro articolo apparso, tempo prima, su un malato terminale, il quale raccontava di sé e di ciò che diventa veramente importante, quando il tempo che ti rimane da vivere è “quantificato” dal responso di un medico e ti sembra così breve, terribilmente e ingiustamente breve. E’ tutto partito da lì. Da quelle affermazioni, fatte da una persona che raccontava ciò che le era capitato e aveva sperimentato, dopo quella tragica e ignobile sentenza clinica. Quelle parole che lei aveva letto, quella storia così cruda, i pensieri che le erano poi nati dentro, rivisitando l’accaduto, riaffiorano, dalla sua anima, nel preciso momento in cui le viene affidato il compito pesante di fotografare un corpo che si decompone. Il lavoro andava a mettere in gioco proprio quelle sue curiosità, rimaste dentro, insieme con tutte quelle infinite domande ed emozioni a proposito del “passaggio obbligato”, che ci attende. Vedere e fotografare la morte, quindi, le serviva; ero lo step utile e necessario, per “risvegliarla” e per regalarle una nuova prospettiva a proposito della vita e della sua importanza. Lei fotografa, stava per recuperare il suo “compito animico”, attraverso quel lavoro. Poteva accoglierlo e farlo suo o ricusarlo. Lei lo accolse e così nacque questo impegno sociale: risvegliarci attraverso non solo e tanto le fotografie, gli album, ma soprattutto attraverso le sue testimonianze. «Dopo aver lavorato al mio progetto, camminavo per strada e sentivo sopraffatta guardando le persone camminare, chiacchierare e ridere – dice -. Volevo urlare loro: “Sei vivo, goditi la tua vita!”. Spero che le persone che guardano le mie immagini sperimentino la stessa sensazione». Buffo, vero? Due giorni fa anch’io ti invito ad amare la tua vita e ti parlo di Holly, la ragazza australiana ed oggi, il pc abbandonato acceso, mi presenta questo servizio legato a questa fotografa danese e al suo progetto. Forse che il cielo voglia dirci qualcosa? A tutti noi l’ardua sentenza!! Una cosa è certa: attraverso quegli scatti questa donna impegnata, riscopre il valore della Vita e rafforza la sua la sua convinzione che sia necessario assaporare ogni giorno, finché si ha la possibilità di farlo. Lo riscopre e “se ne fa portavoce”. L’Universo poteva portarla alla stessa cosa lasciando che il suo cane morisse, investito da un’auto, oppure che perdesse un suo caro, ma non è stato così; la possibilità non le è stata offerta attraverso una perdita, ma attraverso un semplice incarico lavorativo, un compito pagato, un qualcosa che è diventato fondamentale per lei, nel momento in cui si è lasciata coinvolgere e quindi è riuscita a cogliere quel messaggio che passava attraverso un impegno non troppo carino, ma utilissimo ai fini delle sue riflessioni e prese di consapevolezza. Morte, dolore, fine, distruzione fisica, l’hanno guidata a riflettere sulle cose che veramente contano in questa vita e quindi a riscoprirla tanto da desiderare parlarne e diventare così una “risvegliatrice” a proposito del vero valore della Vita. Ti ricordi il mio articolo a proposito delle cose che rimpiangiamo di più alla fine dei nostri Giorni? Beh, in questo periodo qualcuno lassù vuole che ti scuota e ti metta su queste frequenze, forse perché sia possibile vivere sempre a mille, avere una vita piena di buone bollicine e in maniera “giustamente spericolata”, senza falsi miti, miraggi inutili e problemi e tensioni inaudite. Sai cosa scrisse anche Holly in quella lettera, postata il giorno successivo dalla famiglia su Facebook? Addirittura la ragazza ci invitava a donare il sangue. “ …se puoi, fai una buona azione per l’umanità e inizia a donare regolarmente sangue. Ti farà sentire bene. Mi sembra che sia qualcosa di trascurato, considerando il fatto che ogni donazione può salvare 3 vite! Questo è un impatto enorme che ognuno può avere e il processo è davvero così semplice. La donazione di sangue mi ha aiutato a rimanere in vita un anno in più – un anno che sarò per sempre grata di aver vissuto qui sulla Terra con la mia famiglia, gli amici e il cane. Un anno in cui ho trascorso alcuni dei momenti migliori della mia vita… Fino a quando non ci incontreremo di nuovo». In realtà non sappiamo scegliere ciò che rappresenta il nostro vero bene, così come non sappiamo se potremo percorrere il nostro cammino “nella maniera ordinaria”, vale a dire invecchiando, come tutti ci aspetteremmo, anche Holly lo dice, per cui dovremmo veramente scegliere di farlo in maniera positiva, attiva, eccellente, vera. Invece sciupiamo tutto e alla fine siamo solo pieni di rimpianti, di rimorsi, di desiderata, e viviamo di corsa, con il fiato corto, con la fretta in corpo e il gelo della morte sul collo. Mai visto i nonni dribblare, nelle maniere più assurde, le file in banca, piuttosto che in posta o chissà dove, adducendo che hanno fretta? Fretta di cosa? Fretta di andare dove? La loro fretta è solo dovuta al fatto che stanno “rincorrendo il tempo perso”, quel tempo che indietro non torna. Ogni giorno 86400 secondi. Come li spendi? Quanti te ne restano? Cosa hai comprato nei giorni scorsi, con le cifre spese? Quanti minuti, secondi, ore, giornate, settimane, mesi ed anni hai già trascorso? Un sondaggio riportato dal Sole e 24 ore, ci fa un quadro un po’ apocalittico a proposito del consumo del tempo sui Social … Vi si legge. …”Nel 2004 controllavamo il telefonino 9 volte all’ora, oggi lo facciamo più di 15 volte, cioè una volta ogni 3-4 minuti. E secondo la ricerca “Global Digital 2018” passiamo circa 6 ore e 8 minuti al giorno su internet, di cui quasi due sui social network. Forse anche per questo la società di Mark Zuckerberg ha lanciato, oggi, nuovi strumenti per aiutare le persone a gestire meglio il loro tempo su Facebook e Instagram. Si tratta di una dashboard delle attività, di un promemoria quotidiano e di un nuovo modo per limitare le notifiche, disponibili da oggi attraverso le impostazioni delle due app (su Instagram bisogna cliccare su “La tua attività”, e su Facebook su “Il tuo tempo su Facebook”).” Siamo forse impazziti? Se oggi i nonni, che ancora ben poco sanno di questi strumenti o meglio hanno fruito poco o nulla di questi Social, rincorrono il Tempo, lo desiderano indietro e lo rimpiangono, cosa ne sarà di noi, persone social per eccellenza? Abbiamo sempre bisogno di qualcosa o qualcuno, che ci gestisca, che ci dica che è ora di fare o di stoppare. E noi, dove siamo in tutto questo? Dovremmo ricordarci che la morte è l’unica cosa certa che ci attende, nella vita. Puoi sperare di arrivare alla fine dei tuoi giorni, in pace con te stesso e soddisfatto delle spese sostenute, ma se vuoi che sia così, devi attivarti perché lo sia, dando un giusto senso, peso e valore a tutto ciò che fai, alle persone che incontri, alle situazioni che ti permetti di vivere e a come le vivi. Ricordi la scrittrice Bronnie Ware? L’infermiera di cui ti ho parlato, che ha lavorato in un hospice per malati terminali, alla quale quelle persone hanno affidato i loro rimpianti più ricorrenti e che sono diventati le pagine del suo libro, che ora sta spopolando? Ecco come arriviamo alla fine dei nostri giorni. Carichi di rimpianti, di cose non dette, non fatte, non partecipate. Sai come viviamo? Te lo ricordo subito.
Sommersi di falsi problemi.
Ogni affermazione o battito di ciglia a casa, in ufficio, al supermercato, dovunque diventano un problema, un pensiero ricorrente, un vero tarlo, quindi un’ansia o rabbia o invidia o cattiveria ingestibili, che ci divorano e ci soffocano.
Niente o poco tempo trascorso all’aria aperta, a gustare un cielo limpido, il vento tra i capelli, il sole sulla pelle o le gocce di pioggia che battono e cantano sul tuo ombrello. Viviamo seduti ad un tavolo, davanti ad uno schermo a seguire i Social.
Abbiamo un sacco di Social da seguire, anziché prenderci cura di noi stessi e di chi ci sta attorno.
Spendiamo ogni giorno 8 ore, appurate ( vedi sopra) a farci gli affari degli altri, ad esprimere pareri ed opinioni inutili, o a postare like e purtroppo anche brutte parole.
Ai bambini piazziamo in mano il cellulare in qualsiasi momento della giornata, affinché non rompano e non ci distraggano dalle cose spesso di poca utilità che stiamo facendo. Secondo noi, che capacità ha un bimbo di 2 anni di gestire una finestra sul mondo qual è il cellulare e l’Web? Il piccolo non ha competenze di tipo informatico e tecnico, ma nel giro di poco se le procura, utilizzando le sue capacità esperienziali e la sua memoria, due strumenti validissimi, che sa attivare al meglio, perché lo hanno aiutato fin dal primo giorno in cui venne al mondo, per apprendere niente meno che a parlare, muoversi, camminare, mangiare, fare pipì e popò. Ma un cellulare e l’Web non sono solo e tanto questo.
Sono un Mondo, una finestra spalancata sul tutto, un tutto dove noi ADULTI, dobbiamo esserci, perché un bimbo di due anni non ha il senso del valore e del disvalore, non conosce ancora il male ed il buio interiore, ma dentro l’Web, suo Social li incontra e sovente, ci si imbatte da solo ed allora non gli bastano e non gli servono la memoria, le dita piccole ed esili, veloci e l’andare per tentativi.
La velocità di usarlo non pone limiti e quindi vede, sente, coglie, interiorizza di tutto. Incamera e prima o poi ce li rende. Non sa se si tratti di finzione o realtà, ma sa che quello che vede lì dentro esistono, perché lo vede, come vede il gatto che si struscia sulle sue gambe in cucina o il cane che lo strattona e abbaia per giocare fuori dallo schermo. Se questi strumenti ci sono e noi glieli diamo, significa che va bene così, che sono parte della normalità della vita. Se vede litigi ed insulti li prenderà per giusti e positivi. Se vede immagini agghiaccianti, le reputerà ordinarie. Se vedrà la vita da una certa prospettiva è perché si sta addentrando nel bosco come Cappuccetto e lì, come il personaggio della fiaba, incontrerà il lupo ed il cacciatore. Si nutrirà di ciò che gli apre davanti, di ciò che vede e di conseguenza crescere a seconda del cibo avuto. Quello che invece noi, adulti, dovremmo fornirgli sono prima i Valori, le cose solide, buone, genuine, insomma creargli un pregresso che lo renda capace di vedere e vivere ogni cosa in maniera corretta, di sapere e potere leggere tra le righe, dentro le righe e oltre, per cogliere, rivisitare, comprendere, valutare, ponderare, scegliere, osservare, fare proprio e se necessario scartare ciò che è amorale, privo di valori, distruttivo e fonte di energie e situazioni affaticanti e magari al limite. Ci lamentiamo poi, e diamo addosso a scuole ed oratori, ai mister e a chi si occupa dei nostri figli, ma noi siamo i primi ad averli abbandonati in questa bagarre e ad avere la coda di paglia, quindi a riversare sugli altri i nostri sensi di inadeguatezza e di assenza, di mancanza.
Ci permettiamo di gettare la nostra vita nelle maniere più assurde
E mettiamo i piccoli nella condizione di farlo a loro volta, in maniera ancora più rapida, incisiva e distruttiva.
“Avrei voluto avere il coraggio di vivere la mia vita”, ripetono
oggi, tante persone in punto di morte. Fai in modo di non essere una di quella. Con amorevolezza ti
In queste giornate dedicate ai nostri defunti, anche il tempo, come tutti gli anni, è grigio e sembra così voler partecipare a quanto stai vivendo e richiamando nella tua memoria. Sono le tue ore peggiori, se fai parte di quelle persone che hanno da poco perso qualcuno, e stanno piangendo una morte reale, fisica, o una storia, una relazione, finita. Lasciar andare qualcosa o qualcuno è sempre e comunque per noi, pesante. Perché? Perché siamo soliti creare relazioni e legami a doppio filo, spesso contorte e di conseguenza difficili da sciogliere, da tagliare, da prendere per il giusto verso. Mi risuonano dentro i versi di Jung, letti in queste ultime ore: “L’anima non è di oggi. Essa conta milioni di anni. Ma la coscienza individuale è solo il fiore e il frutto di una stagione, germogliato dal perenne rizoma sotterraneo”. Sono parole importanti, forti, che dovresti scrivere sulla porta del frigo, così da poterle rivedere molto spesso e fare nostre, affinché ci offrano una sempre maggiore “presenza”.
Ciao, ben ritrovato! Quella di oggi è una storia reale, che ho vissuto un po’ di anni fa e che intendo rendere pubblica, sebbene i contorni siano più sfumati e quindi sia possibile che non riesca a riprendere perfettamente i dialoghi, intercorsi tra i protagonisti. So, per certo, non volendo richiamare il soggetto interessato, che salverò perfettamente il senso dell’accaduto e che userò un nome fittizio, per salvaguardare la sua pace e la sua privacy . Ricordo perfettamente la scena. Ero in montagna e stavo in un giardinetto con due delle mie tre figlie. Mi raggiunse un’amica, credo fosse anche collega, la quale aveva con sé una vicina di casa, una persona che lei ben conosceva, perché viveva accanto alla sua villetta lì, in montagna. La signora era provata e le aveva, quella mattina, per l’ennesima volta raccontato, la sua triste storia. Carla, la chiamerò così, aveva allora sentito l’impulso di raggiungermi e, visto l’orario, sapeva per certo che mi avrebbe trovato al parco, come del resto fu.
Entrare in un cimitero ci dà il quadro della nostra situazione attuale: siamo legati a doppia mandata a tutte le persone con le quali interagiamo, ma il tipo di filo che viene messo in gioco non corrisponde alle attese Divine. Immagina questo filo esattamente, come un filo dal colore sbagliato. Un colore che stride con il resto dei tuoi accessori e che si manifesta in maniera molto appariscente. Chi ti guarda lo nota.
Oggi parto da questa affermazione di Coelho per riprendere un discorso sempre attuale, perché l’esperienza della Vita e della Morte ci accompagnano spesso nel corso delle nostre giornate, fornendoci spunti particolari di riflessione e spesso scorci di gioia o dolore veramente intensi. Con la nascita, il nostro campo esperienziale è più che tranquillo, mentre quando giungiamo al termine del nostro cammino non è la stessa identica cosa: mentre l’uno è avvolto dal mistero straordinario della Luce, più intensa e piena, l’altro sembra, stranamente avvolto e avvolgerci nel buio. Noi e la Morte non andiamo mai a braccetto, …non la comprendiamo, non ci viene affatto spontaneo accoglierla, darle un senso e quindi la reputiamo la parte peggiore del nostro cammino esperienziale animico, da incarnati. Come fare quindi a viverla nel migliore dei modi, soprattutto quando ci fa visita e va a toccare un nostro caro, una persona che comunque amiamo e conosciamo? Beh, sicuramente è una risposta complessa a cui oggi risponderò con una semplicissima parola: Medita! Medita??? Lo so, vi state chiedendo quale sia il nesso tra il cambiare dimensione e la pratica che sto Leggi tutto…
Sebbene gli uomini pensino alla morte con paura e tristezza, chi lascia o ha già lasciato la terra sa invece che la morte è un’esperienza unica, meravigliosa di benessere perenne, pace e libertà incondizionata. Siamo molto attaccati alla nostra corporeità e nonostante tutti ci parlino dell’Anima, releghiamo tutto il nostro “essere ed esistere” alla parte fisica, materiale, quindi corporea. Quando lui finisce, ci percepiamo come finiti. Al contrario, al momento della morte dimentichiamo tutte le limitazioni del nostro corpo fisico e ci rendiamo conto di quanto siamo ora liberamente liberi. Nei primi istanti proviamo una sensazione di paura, di distacco strano, di ignoto o comunque di un qualcosa di diverso, sconosciuto, impalpabile, … difficile da cogliere fino in fondo, perché mai sperimentato fino a quell’istante, almeno nella vita che lasciamo. E’ qualcosa che la nostra parte cosciente non conosce. In seguito, però, subentra una grande realizzazione: siamo in un’altra condizione e l’anima, la nostra Leggi tutto…
Oggi parleremo ancora di NDE, ma per cercare di capire a cosa ci porta questa esperienza veramente particolare, unica e “potenziale”, per chi la vive. E’ un evento straordinario, di cui anni fa, nessuno osava nemmeno lontanamente parlare, ma che, grazie a dio, con i cambiamenti perpetrati e le trasformazioni avvenute ed in essere, ora si può finalmente raccontare … E’ un passaggio miracoloso, in cui muori o sei vicino alla morte, per poi tornare alla vita, con ricordi nitidi di altre dimensioni, superiori, esseri divini, luce e benessere a piene mani. Se abbiamo la fortuna di incontrare una di queste persone, ascoltiamola, perché ci illuminerà e ci trasmetterà energie e vibrazioni nuove. Tutte le storie, in genere uniche e toccanti, a modo loro, condividono anche un tema simile e portano in sé un filo comune, anzi, più punti di contatto, di quanto si possa credere ed immaginare. Ogni persona inizia questo viaggio in maniera personale, ma poi ritorna con messaggi “condivisi” con tutti gli altri compagni di “viaggio”. Ma quali?
Il primo è sicuramente legato al nostro bisogno di conferme e di fare pace con la morte, il dolore, ciò che non comprendiamo … Quando parlo con i conoscenti, una cosa che noto è che in genere tendiamo sempre a procrastinare la morte e spesso, arriviamo, proprio per questo, ad innalzare una preghiera al buon Dio, anche dopo averlo magari Leggi tutto…
“Non aver paura della morte… Fa meno male della vita!” JIM MORRISON
In ogni cosa che finisce c’è l’inizio di qualcos’altro. La Vita palpita comunque dentro, in noi, anche quando il dolore pare squarciarci il petto e pensiamo che questa è sicuramente l’ultima volta, che il cuore non può reggere oltre … e che ci viene veramente chiesto troppo … Non è così! La vita è e resta PREPOTENTE in NOI… Lei è una vera FORZA, più grande di qualsiasi altra spinta … e schiacciarla è faticoso e difficile … La morte non è in opposizione alla vita, come noi pensiamo, non c’è dualità in questo ”mistero”, è in realtà la morte a essere duale alla nascita, almeno in questo nostro mondo fisico/corporeo, nella nostra modalità attuale di vivere. Se entriamo in un campo incolto, forse capiremo meglio il senso di queste parole. Andiamo a fare un giro in un terreno abbandonato, noteremo il quadro esatto del vivere, in un miscuglio di Leggi tutto…
“La morte è il fenomeno più incompreso. La gente pensa alla morte come se fosse la fine della vita, e questa è la prima incomprensione di base.” Osho
E’ da tempo che non parlo delle nostre esperienze dopo la morte o quelle definite di premorte, quelle che vengono in termini scientifici definite e quindi conosciute come Near Death Experience, cioè NDE. Un tempo, e non parlo di 300 anni fa, ma anche solo di una ventina di anni fa, il parlarne era veramente un argomento per pochi, e quindi difficilmente chi si trovava coinvolto in prima persona in questo genere di esperienze ne parlava o lo rendeva di pubblico dominio, almeno qui in Italia. Oggi, visto le trasformazioni generali in atto, questi fenomeni stanno conoscendo un interesse crescente e quindi possono finalmente essere condivisi e “partecipati” in maniera più attenta e costruttiva. Nel secolo scorso queste importanti esperienze venivano, solitamente, quindi passate sotto silenzio e archiviate come fenomeni pseudo paranormali o legate a patologie purtroppo psichiatriche. Io le ritengo momenti molto importanti nel vissuto di una persona ed oltre ad averle viste e Leggi tutto…
“L’uomo non può possedere niente fintanto che ha paura della morte. Ma a colui che non la teme, appartiene tutto. Se non esistesse la sofferenza, l’uomo non conoscerebbe i suoi limiti, non conoscerebbe se stesso”.
in … “Guerra e pace”
E’ da poco trascorso il tempo di festività, di chiacchiere, di mille magie, di luci accese in ogni casa e in ogni balcone, di palline colorate, di decorazioni classiche e originali, comprate o artigianali, musiche delicate e di auguri e parole importanti … Si è concluso da poco, con i suoi regali, le tradizioni, i cibi, i riti, il pranzo senza tempo, i sorrisi, le squisite gentilezze… uno dei periodi più particolari dell’anno, eppure questo è stato anche un periodo per rivisitare la nostra esistenza, proprio perché tutti diamo per scontato però che si sia anche più felici, ma non è sempre così… A volte il Natale, che nella tradizione festeggia e rammenta il calore della “FAMIGLIA”, partendo da quella Cristiana, religiosa, fa ricordare a chi una famiglia non ce l’ha o a chi ha una famiglia diversamente famiglia, che le cose non stanno proprio sempre così… che spesso a qualcuno è venuto a mancare un pezzo o forse più pezzi … e le sedie restano vuote … E quindi, proprio nel periodo dei pranzi e delle Leggi tutto…