Nulla succede per caso

So che nulla succede per caso ed infatti anche oggi ho fatto incontri sicuramente voluti dal cielo, perché io, la piccola ti rifletta e lo faccia ad alta voce, con te.
Un uomo, grande, che viene a lezione di yoga sempre vestito di tutto punto. Da un po’ mi fissa e durante le ultime due lezioni mi si è avvicinato, attraverso il “ponte” di una persona del gruppo, con cui solitamente parlo.
Stamattina si è avvicinato da solo e mi ha chiesto diretto: ”Tu mediti, vero?”
“Sì!”
Da lì è rimasto circa una mezz’oretta a raccontarsi, a raccontare una briciola della sua Vita.
Si è definito, nel suo racconto, che ho lasciato procedesse liberamente, come il “suo più grande limite”, la “sua croce”.
Bello vero?
Mi ha anche detto che il vento è bello perché porta sempre novità, ricordandomi un’affermazione similare, che avevo sentito in India.
Buffo è che, come lui, moltissimi di noi hanno la consapevolezza di essere la causa unica e/o primaria dei propri limiti e mali, eppure non ci schiodano, proprio come lui, dalla loro realtà affaticante: siamo a prova di vento, meglio ancora di bufera.
Siamo un vero controsenso.
Lui vive qui, lontano dal suo luogo d’origine, luogo che agogna ardentemente e dove potrebbe, a suo dire, stare veramente bene; vicino al lago ha una casa grande, di proprietà, qui dimora in una casa più piccola, che divide con figlia e nipote, fermamente convinto che questo non sia il luogo adatto per lui, né fisicamente, né mentalmente, né per la sua Anima, il suo spirito, eppure resta qui, perché pensa che la sua figura sia vitale e inalienabile per il nipote, che altrimenti non avrebbe nessuno e che lui potrebbe vedere raramente.
Ha stima delle figure ascese di coloro che, sistemati i figli, hanno abbandonato tutto, per  seguire la propria strada, ma non li emula, non lo fa, nonostante il forte richiamo e le sue attenzioni al nostro lato interiore.
Perché mi chiedo, perché?
Non sei un albero, non sei una sequoia secolare, non hai radici se non quelle che tu ti poni e fai crescere ogni giorno belle, rigogliose, dentro la tua mente.
L’ambiente circostante sicuramente ti limita, ti incatena, ti gestisce, ma perché tu lo consenti, lo vuoi e non lo ostacoli, non lo impedisci.
Quello che hai intorno ha un impatto grandissimo sulle tue scelte, sulla tua libertà, sul tuo sentirti, e concederti di esserlo, felice, così come sulle tue credenze, convinzioni, preconcetti e pregiudizi, oltre che sulla tua autostima, sul tuo credere in te stesso e di conseguenza, su tutte le tue possibilità di realizzare i tuoi sogni.
Grande forza fisica, ma pelle spenta, occhi vitrei, spesso bassi, azzerati nel profondo, perché?
Per un nipote?
Mi ha ripetuto che sono vivace e mi ha chiesto più volte quali meditazioni faccio.
Ma non dipende dalle Meditazioni che faccio, ma dalle scelte che le accompagnano.
A nulla serve battersi il capo, coprirlo di cenere, o riconoscere i propri limiti e bagli, se poi li perpetriamo.
La sua visione della vita è dismessa, affranta, da persona che segue l’onda, ma desidererebbe altro.
Perché devi vivere così?
Non ha senso.
Ti butti via.
Sei un sacco vuoto, che si ripete come un Mantra ciò che vuoi giustificare e sentirti dire.
La tua vita deve essere serena, non una croce e nemmeno non dev’essere una continua guerra interiore, tra ciò che sei e fai, e ciò che vorresti essere e fare, e nemmeno uno scontro all’ultimo sangue con le persone che ti girano attorno, ti ruotano intorno.
Sei infelice?
Vattene.
Cambia rotta.
Allontanati, soprattutto se hai ben chiaro che sei l’unica vera causa dei tuoi malanni.
hai intorno.
Soprattutto oggi, richiusi i vari portali e in pieno cammino per la speciazione, il tuo obiettivo è cambiato, e quello che devi fare, non è spendere il tuo tempo a convincere gli altri della valenza di ciò che vuoi fare o di ciò in cui credi, ma devi fare, agire.
Ormai non hai tempo da spendere a giustificare le tue scelte e il loro impatto, la loro importanza, e nemmeno a condividere i tuoi sogni, che l’altro a malapena può e potrebbe capire.
Tu meriti di essere felice?
Allora sii felice
e lascia andare tutti il resto.
Il tuo obiettivo è costruirti una vita che ti appartiene veramente, in cui ti riconosci, in cui puoi realizzarti, in cui sei te stesso, nella massima e somma libertà odierna.
Quando acquisti certe consapevolezze, fa in modo che prendano piede e forma cioè si concretizzino.
Altrimenti che senso ha tutto il tuo lavoro?
Ricordati che ciò che crei, che avverti, che fai tuo, deve dare frutto, altrimenti  tu ne risenti e a poco a poco ti perdi.
E’ come se tu diventassi una forma parassitaria, che lavora dentro e contro di te.
Perché, torno a  ripetere?
Se hai intorno persone che ti avviliscono, che ti impediscono di volare, che non fanno altro che scoraggiarti, infierire, abbatterti, deprimerti, crearti sensi di colpa e quindi riempirti di vibrazioni, pensieri, scelte, modi di essere negativi, prendi il largo, allontanati da loro.
Può essere difficile, ma va fatto.
Se lo fai, ti sentirai subito meglio.
L’autostima viene da dentro, ma si alimenta anche dei numerosi nutrienti che l’esterno getta sul suo ceppo, sulla sua grande essenza.
Come fai a credere in te stesso, se intorno c’è chi, armato di mazza, scalpello, martello, ti colpisce continuamente?
Puoi essere di granito, ma dai oggi, dai domani, qualche segno e scalfittura, alla fine restano e si vedono.
Se quella modalità fosse giusta, vale a dire, il parlare sempre male, il pensare male, il vedere sempre le cose dal verso limitato e limitante …., allora saresti in una società eccellente, perfetta, in cui ti trovi a tua agio, stai bene, sei sereno e tutto fila lisci come l’olio.
E invece no!
Tutti tentano, o i più lo fanno, di azzerarti, di tenerti al guinzaglio , di impedirti di stare bene, di sentirti realizzato e di seminare la terra di mille e un buon seme.
Guardati intorno.
Questa persona è rassegnata, come moltissime altre persone.
Sanno di essere fuori luogo, ma continuano a starci e ad essere felicemente consapevoli ed infelici.
A volte sei per strada o affacciata alla finestra e guardi…
Accipicchia, ma non si vedono altro che musi duri, labbra serrate, espressioni che vanno dall’incazzatura alla rabbia, alla depressione, alla sconnessione e tristezza più profonda.
Una volta mi raccontavo molto alle persone vicine, condividevo sogni e desideri, oggi non più, so che non capiscono e non capirebbero.
Chi è cresciuto e sta seguendo la speciazione è come me e viene a me, chi è altro non può sentirmi, non può né capire, né condividere il mio esistere, la mia gioia, i miei pensieri e la consapevolezza grande di chi sono e cosa devo fare.
Chi ha scelto il cambiamento in toto, ha un navigatore incorporato, direttamente connesso con l’alto e non ha più tempo da spendere, e qui torniamo alle ancelle di cui ho parlato alcuni giorni fa, per condividere il proprio olio, con chi non è stato previdente, rischiando di vedere poi spegnere la propria lampada ad olio.
Se ancora perdi il fiato e parli dei tuoi sogni a queste persone, delle tue aspettative ti senti stoppare con una frase fatta, una di quelle che vanno per la maggiore: “Eh sì, sarebbe bello ma …”, oppure “è meglio lasciar perdere”, o ancora che “cosa vuoi farci, la vita è così e non c’è niente da fare, meglio se lasci perdere“.
Già.
Meglio se lasci perdere loro.
Come  puoi pretendere che il Mondo cambi, la Vita sia migliore, le generazioni si trasformino, che tutto fili al top, se non ti rimbocchi le maniche e questo meglio non lo semini, non lo coltivi, non lo difendi?
E’ facile fare il brontolone da bar, da quattro amici al bar, ma per avere, bisogna fare non ciarlare inutilmente, né sparare sentenze inutili.
Critiche e sentenze non creano nulla di nuovo, di alternativo.
Vuoi una mela. Al posto di una pera?
E’ quella allora, che devi seminare, altrimenti continuerai a mangiare pera e non te ne lamentare.
Zitto.
Se una Luce ti ha raggiunto è perché dovevi invertire la rotta, era tempo.
Lo hai fatto?
Benissimo.
Non lo hai fatto? Volontà tua.
 Per farlo devi avere il coraggio delle tue azioni.
Devi credere in te stesso; il primo passo ti scatta dentro, è interiore, mentre il secondo invece è proprio quello materiale, esteriore, e richiede che tu prenda le distanze, allontani da te e dalle tue giornate, tutti i seminatori di tempeste, per circondarti di persone che ti incoraggino a credere in te stesso.
Farlo?
Una scelta mitica, capace di renderti tutto più facile, più leggero, più creativo e proficuo.
Questo non è  più il Tempo dei deboli, non è la luna delle minestre trite e ritrite, delle scorciatoie.
La vita è talvolta impegnativa, ma questo non significa che debba essere una croce perpetua, né una guerra continua.
La vita va vissuta, non va combattuta, come fossimo pugili su un ring.
Che tu sia credente o ateo, credo che converrai con me che, comunque vada a finire poi, dopo la vita terrena, ora devi esserci e devi dare il tutto per tutto, in ogni caso ed essere a 100, perché hai una sola vita, e quindi non puoi sprecarla, nella maniera più assoluta.
Cosa devi fare? Attivarti e vivere, vivere a modo tuo, come ti senti portato a fare, secondo le regole che senti “cantarti dentro”, per poter raggiungere il tuo pieno sé.
Carpe diem. Goditi ogni secondo del tuo presente, perché è tutto ciò che ha tra le mani.
Riempilo di cose belle, riempilo di ciò che ti fa stare bene, riempilo di tutte quelle situazioni, persone, emozioni, che ti fanno sorridere, che danno gioia ed allegria sia dentro che fuori.
In una parola: vivi!!!
Non vivere di paure, quelle che il nostro Mondo omologato ti fa crescere dentro, fin da quando sei piccolo.
La Vita è Unica, magica, e tu hai una sola vita e non puoi passare a cercare quella perfezione fittizia che tanto ti prospettano, perché così perdi di vista chi sei e qual è il tuo obiettivo.
Tu sei perfetto, e raggiungi la tua somma perfezione, quando sei tu, quando fai ciò che sei tenuto a fare, non ciò che la società ti inculca tu debba fare o si aspetta tu faccia.
La migliore versione di te stesso, è l’unica “perfezione” che devi raggiungere ed a cui devi puntare.

Lo so, in questa società totalitaria, omologante, dove tutti andiamo nella stessa direzione ( stesso modo di vestire, di fare, di pensare, di  mangiare, di…) essere te stesso è una bella impresa, è un rischio e una fatica immani.
Il rischio lo so, non piace, ci spaventa, soprattutto oggi che la vita ci piace comoda e senza intoppi.
Ci costruiamo una serie infinita di dinieghi e di impedimenti, di cui la persona dell’incontro odierno è solo un esempio.
Siamo ragni che tessono la ragnatela per poi caderci dentro.
La trappola peggiore?
Le trappole mentali, sono come le ganasce che ti trattengono, quelle che non vogliono farti uscire dalla tua zona comfort, per non dover poi faticare, per non rischiare, per non dover poi prendersi cura di eventuali tue dinamiche e problematiche.
Fare significa rischiare.
La mente non può permettersi di accogliere anche solo l’idea che tu possa fare un certo percorso, lungo un sentiero nuovo, mai battuto prima, un sentiero poco frequentato, così ogni volta che sfiora l’idea di cambiare, ti solletica con tutte le comodità incluse nelle sue zone comfort, dove magari ti annoi, ma non rischi nulla.
Sei come un pesciolino dentro la sua palla: giri sempre in tondo, ma lì ti viene fatto credere che tutto funziona al meglio, a meraviglia; lì c’è ogni tuo inizio e fine, quindi la tua “perfezione”.
Ma non è così.
In realtà quando sei nella tua zona “comfort”, non pensi mai che si possa fallire anche standosene lì, comodamente dentro la tua palla da pesciolino, non sai che anche la normalità comporti dei rischi e porti pene.
In verità l’Universo è un attivatore magico, quindi, se conta su di te, sappi che ti raggiungerà dovunque, anche se te ne stai rintanato sotto il letto o dentro la tua magica palla da pesce, pronto solo a girare in tondo.
Se non esci da lì, per realizzarti, soffri e soffrirai il doppio, perché rinnegarsi porta ad un malore profondo, conduce all’asfissia del tuo spirito, quella condizione che poi, i tuoi occhi esprimono per intero.
Se vuoi stare poco bene, allora tanto vale farlo per una buona causa, tanto vale rischiare di essere affaticato mentre insegui i tuoi sogni, mentre dai forma al tuo percorso di vita, mentre ti dai da fare per creare, costruire, forgiare ciò in cui credi, che non per stasi, per blocco.
Cosa ritengo veramente avvilente e faticoso da accogliere?
Presto detto!!
Aver trascorso un’intera esistenza a cercare di essere il marito perfetto, la moglie perfetta, il figlio migliore, la nuora più attenta, la madre più madre che ci sia e poi, giunto al termine dei tuoi giorni, accorgerti che tutto è stato vano, che la giustizia in cui credevi e che ricercavi, in realtà non era e non è tale.
Questo è distruttivo, è avvilente.
E’ come se venissi travolto da una montagna che ti frana addosso.
Ecco, questo è il nostro fallimento totale.
Se invece cadi, mentre cerchi di raggiungere i tuoi sogni, mentre ti dai da fare per dar loro vita, allora e solo allora, cadrai in piedi, e questa caduta ti porterà solo escoriazioni minime, perché intorno tante cose son già spuntate grazie a te e al tuo lavoro e quindi ti riprenderai, sostenuto da tutto questo, molto rapidamente e queste sbucciature saranno solo un trampolino per una magica scelta e cambiamento, una vera lezione di vita.
Se credi in te e lavori per creare ciò che hai visualizzato, che hai sognato, quello che hai e continui ad immaginare, puoi  solo o realizzare i tuoi sogni oppure imparare qualcosa di nuovo.
Questo è crescere, è salire, è evolvere.
E’ raccogliere sempre di più la Luce divina e quindi diventare sempre più luminoso e brillante.
Tra un abito colorato, vivace e carico di vita, ed un abito grigio, smorto, anemico, quale attira di più il tuo sguardo?
Quale ti dà piacere indossare?
Non sei venuto per essere un pezzo di tappezzeria, un individuo qualunque, anonimo, pallido e smunto, ma essere carica energia, colore.
Non so per te, ma io al solo pensiero inorridisco: smorto, slavato, perso in una cornice qualunque.
Noooo!
Tutto ciò che è sbiadito vedilo come una fetta di Non Vita.
Consiglio per l’uso? Fa che la tua non sia una vita sprecata!
Pensaci, ogni tanto, soprattutto quando ti accorgi di usare frasi fatte, di ripetere dei mantra da persona avvilita, da sopravvissuto, da persona spenta, affranta, demotivata, con lo sguardo spento, da pesce lesso.
Pensa che orrore, se possiamo parlare in questi termini, anche solo pensare di aver vissuto invano, dopo tante rinunce, fatiche, prove, difficoltà e tanto altro.
L’unica paura che forse potresti concederti è allora quella di sprecarti, di sprecare la tua Vita, quindi questa meravigliosa e unica occasione, per omologazione. Questo pensiero, già da solo, potrebbe farti prendere la decisione di rimboccarti le mani e, iniziando a credere in Te, essere finalmente la differenza che trasforma la sua Vita e di conseguenza, quella di chi incontra e incontrerà lungo il suo cammino.

Amorevolmente fuori alla palla

ti

Amati

Oggi, voglio partire da me, per parlare di un aspetto sociale che mi sta particolarmente a cuore e sul quale si gioca la realizzazione, il buon funzionamento e la serenità di un gruppo, anzi, del genere umano tutto.
Mi era stato predetto che sarebbero arrivati tempi difficili, momenti nei quali avremmo assistito alle peggiori paranoie delle persone, momenti nei quali sarebbero esplose molte incomprensioni e non vi avevo posto pensiero, quasi non ne facessi parte e non ne fossi in alcun modo coinvolta, ma ora, come “risvegliatrice”, mi trovo a fare i conti con una società varia e a volte “faticosa” da accogliere, come un semplice “dato di fatto”.
Eh sì, perché io lavoro e lavorerò solo con chi muove le gambe da solo, pronto ad ascoltare e mettersi in gioco.
Tempo da “buttare” dietro a zombi, che amano al millesimo ogni singolo micron della propria zona di comfort, non ce ne viene più elargito, nella maniera più assoluta.
Luce per chi la desidera, la cerca, la vuole e si attiva per raggiungerla.
Buio per chi lo cerca, lo ha cercato, desiderato, voluto.
A ciascuno il suo.
Presente la storia delle ancelle che attendono il padrone con i lumi accesi?
Ecco! Le ancelle non previdenti, rimaste senza olio, vedono le loro lampade spegnersi e così ne cercano a chi tra loro ancora ne possiede, ma se lo vedono negare, non per cattiveria, ma giustamente, perché la “condivisione” dell’olio, in questo frangente, sarebbe deleteria per tutte:

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Apri velocemente l’uscio.

Spesso, e io stessa a volte l’ho sostenuto, spendiamo molto tempo ed energie a cercare il motivo, il perché di una situazione, di un disagio, aumentando e protraendo il tempo, la frequenza, dello stesso.
Cosa significa tutto questo?
Semplicemente che sto notando come le nostre energie vengano utilizzate e consumate nella ricerca dei vari perché e delle lontane origini di un nostro disagio, personale o sociale, anziché nel tentativo, immediato di modificare la situazione.
Per fare un esempio, che forse ti renderà più chiaro il tutto, ti invito ad immaginarti nel momento in cui rientri a casa, dopo una lunga giornata di lavoro.
Fa freddo e hai tra le mani un mazzo enorme di chiavi.
Non hanno nessuna forma di riconoscimento, per cui ne infili una a caso nella serratura, sperando sia quella giusta, ma non gira.
Allora ne provi una seconda, ma anch’essa non è quella giusta.

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Uno scatto per vedere oltre

Sorrido, perché la grandezza divina la colgo fortissima nel susseguirsi degli eventi, che mi portano fatti, letture, libri, persone, tutte legate al qui e ora.
Cosa ho appena letto? Una pagina, apparentemente apertasi a caso sul mio pc, in cui si parla, niente di meno che di una nota fotografa, di origine danese , il cui titolo è: «Fotografo la morte per capire meglio la vita».
Vi si legge:

“Cathrine Ertmann, fotografa danese, ha immortalato, nel 2012,  i corpi dei defunti dell’istituto patologico di Aarhus per documentare quello che accade quando la vita finisce.
E anche per lanciare un messaggio.” (Vanity Fair)
Scorro velocemente tutto l’articolo messomi sotto il naso e così scopro che, fino a quel momento il rapporto della fotografa con la morte era stato poco idilliaco, come un po’ per tutti noi, o meglio per tutte le persone che la colgono attraverso i “luoghi comuni” .
Anche le visitazioni religiose, in verità, fatte di parole impegnative, al lato pratico, quando la morte viene a rompere l’equilibrio nella nostra esistenza, finiscono sempre per rivelarsi incapaci di sostenerci.
Non e sentiamo dentro, non ci appartengono e quindi scivoliamo nel dolore e nella non accettazione di questo passaggio inevitabile: andarsene.
Un tuo caro ti lascia e tu pensi di impazzire o che non ce la farai mai a venirne fuori.
Ti  senti nel buco nero e le belle parole a poco servono.
Questa fotoreporter, però, ci darà una bella scossa, lei, che  non aveva mai visto così da vicino, il corpo di una persona morta.
Cosa è successo?
Quello che mai ti aspetteresti.
Un bel giorno le viene dato, insieme con una giornalista, di documentare  quello che accade, quando esaliamo l’ultimo respiro, ciò tutto quello che accade a quello che resta del nostro corpo fisico, quando la vita finisce.
Dai primi scatti, superata la fatica” del guardare un cadavere, scopre che guardare in faccia la morte, partendo proprio dal suo obiettivo  fotografico, non era poi così spaventoso.
E ha capito.
Ha capito sia il valore della morte, che il “vero senso della Vita”.
«Avere la possibilità di guardare da vicino persone morte – ha spiegato nell’articolo  riportato dalla rivista Vanity – che non fossero miei parenti, e quindi senza un coinvolgimento emotivo, mi ha trasmesso pace. Pensare alla morte è peggio che vederla».
Oggi questa fotoreporter ha un progetto.
Il suo progetto si chiama About Dying.
A cosa serve?
A mettersi in gioco per cercare di aiutarci a spezzare il nostro tabù sulla morte.
Noi temiamo sempre, ciò che non conosciamo.
La morte fa parte dei tanti misteri, delle porte chiuse, che ci ripetiamo di non volere e non potere aprire, fino all’istante in cui lei, la signora indesiderata, lo fa per noi, venendoci a trovare o in prima persona o, indirettamente, prendendosi qualcuno di caro e/o conosciuto.
La morte è dura da digerire, eppure è una condizione naturale.
La fotografa, incaricata di farlo per lavoro, sta in realtà svolgendo un “servizio” a chi, lassù, ci ha generato.
Lavora per il Padre eterno.
I defunti vengono da lei e dalla giornalista, messi nella condizione di non essere “umanamente” riconoscibili da nessun familiare, ma gli scatti che vengono fatti, risultano utilissimi al fine di far sapere e avvalorare le affermazioni, che lei stessa farà in seguito, non solo e tanto come fotoreporter, a sostegno della diffusione delle immagini e del suo progetto.
Questo incarico, in realtà, andava stranamente a soddisfare un suo interesse, proprio legato ad un altro articolo apparso, tempo prima, su un malato terminale, il quale raccontava  di sé e di ciò che diventa veramente importante, quando il tempo che ti rimane da vivere è “quantificato” dal responso di un medico e ti sembra così breve, terribilmente e ingiustamente breve.
E’ tutto partito da lì.
Da quelle affermazioni, fatte da una persona che raccontava ciò che le era capitato e aveva sperimentato, dopo quella tragica e ignobile sentenza clinica.
Quelle parole che lei aveva letto, quella storia così cruda, i pensieri che le erano poi nati dentro, rivisitando l’accaduto, riaffiorano, dalla sua anima, nel preciso momento in cui le viene affidato il compito pesante di fotografare un corpo che si decompone.
Il lavoro andava a mettere in gioco proprio quelle sue curiosità, rimaste dentro, insieme con tutte quelle infinite domande ed emozioni a proposito del “passaggio obbligato”, che ci attende.
Vedere e fotografare la morte, quindi, le serviva; ero lo step utile e necessario, per “risvegliarla” e per regalarle una nuova prospettiva  a proposito della vita e della sua importanza.
Lei fotografa, stava per recuperare il suo “compito animico”, attraverso quel lavoro.
Poteva accoglierlo e farlo suo o ricusarlo.
Lei lo accolse e così nacque questo impegno sociale: risvegliarci attraverso non solo e tanto le fotografie, gli album, ma soprattutto attraverso le sue testimonianze.
 «Dopo aver lavorato al mio progetto, camminavo per strada e sentivo sopraffatta guardando le persone camminare, chiacchierare e ridere – dice -.  Volevo urlare loro: “Sei vivo, goditi la tua vita!”.
Spero che le persone che guardano le mie immagini sperimentino la stessa sensazione».
Buffo, vero?
Due giorni fa anch’io ti invito ad amare la tua vita e ti parlo di Holly, la ragazza australiana ed oggi, il pc abbandonato acceso, mi presenta questo servizio legato a questa fotografa danese e al suo progetto.
Forse che il cielo voglia dirci qualcosa?
A tutti noi l’ardua sentenza!!
Una cosa è certa: attraverso quegli scatti questa donna impegnata, riscopre il valore della Vita e rafforza la sua la sua convinzione che sia necessario assaporare ogni giorno, finché si ha la possibilità di farlo.
Lo riscopre e “se ne fa portavoce”.
L’Universo poteva portarla alla stessa cosa lasciando che il suo cane morisse, investito da un’auto, oppure che perdesse un suo caro, ma non è stato così; la possibilità non le è stata offerta attraverso una perdita, ma attraverso un semplice incarico lavorativo, un compito pagato, un qualcosa che è diventato fondamentale per lei, nel momento in cui si è lasciata coinvolgere e quindi è riuscita a cogliere quel messaggio che passava attraverso un impegno non troppo carino, ma utilissimo ai fini delle sue riflessioni e prese di consapevolezza.
Morte, dolore, fine, distruzione fisica, l’hanno guidata a riflettere sulle cose che veramente contano in questa vita e quindi a riscoprirla tanto da desiderare parlarne e diventare così una “risvegliatrice” a proposito del vero valore della Vita.
Ti ricordi il mio articolo a proposito delle cose che rimpiangiamo di più alla fine dei nostri Giorni?
Beh, in questo periodo qualcuno lassù vuole che ti scuota e ti metta su queste frequenze, forse perché sia possibile vivere sempre a mille, avere una vita piena di buone bollicine e in maniera “giustamente spericolata”, senza falsi miti, miraggi inutili e problemi e tensioni inaudite.
Sai cosa scrisse anche Holly in quella lettera, postata il giorno successivo dalla famiglia su Facebook?
Addirittura la ragazza ci invitava a donare il sangue.
“ …se puoi, fai una buona azione per l’umanità e inizia a donare regolarmente sangue.
Ti farà sentire bene.
Mi sembra che sia qualcosa di trascurato, considerando il fatto che ogni donazione può salvare 3 vite! Questo è un impatto enorme che ognuno può avere e il processo è davvero così semplice.
La donazione di sangue mi ha aiutato a rimanere in vita un anno in più – un anno che sarò per sempre grata di aver vissuto qui sulla Terra con la mia famiglia, gli amici e il cane.
Un anno in cui ho trascorso alcuni dei momenti migliori della mia vita…
Fino a quando non ci incontreremo di nuovo».
In realtà non sappiamo scegliere ciò che rappresenta il nostro vero bene, così come non sappiamo se potremo percorrere il nostro cammino “nella maniera ordinaria”, vale a dire invecchiando, come tutti ci aspetteremmo,  anche Holly lo dice, per cui dovremmo veramente scegliere di farlo in maniera positiva, attiva, eccellente, vera.
Invece sciupiamo tutto e alla fine siamo solo pieni di rimpianti, di rimorsi, di desiderata, e viviamo di corsa, con il fiato corto, con la fretta in corpo e il gelo della morte sul collo. Mai visto i nonni dribblare, nelle maniere più assurde, le file in banca, piuttosto che in posta o chissà dove, adducendo che hanno fretta? Fretta di cosa?
Fretta di andare dove?
La loro fretta è solo dovuta al fatto che stanno “rincorrendo il tempo perso”, quel tempo che indietro non torna.
Ogni giorno 86400 secondi.
Come li spendi?
Quanti te ne restano?
Cosa hai comprato nei giorni scorsi, con le cifre spese?
Quanti minuti, secondi, ore, giornate, settimane, mesi ed anni hai già trascorso?
Un sondaggio riportato dal Sole e 24 ore, ci fa un quadro un po’ apocalittico a proposito del consumo del tempo sui Social …
Vi si legge.
…”Nel 2004 controllavamo il telefonino 9 volte all’ora, oggi lo facciamo più di 15 volte, cioè una volta ogni 3-4 minuti.
E secondo la ricerca “Global Digital 2018” passiamo circa 6 ore e 8 minuti al giorno su internet, di cui quasi due sui social network.
Forse anche per questo la società di Mark Zuckerberg ha lanciato, oggi, nuovi strumenti per aiutare le persone a gestire meglio il loro tempo su Facebook e Instagram.
Si tratta di una dashboard delle attività, di un promemoria quotidiano e di un nuovo modo per limitare le notifiche, disponibili da oggi attraverso le impostazioni delle due app (su Instagram bisogna cliccare su “La tua attività”, e su Facebook su “Il tuo tempo su Facebook”).”
Siamo forse impazziti?
Se oggi i nonni, che ancora ben poco sanno di questi strumenti o meglio hanno fruito poco o nulla di questi Social, rincorrono il Tempo, lo desiderano indietro e lo rimpiangono, cosa ne sarà di noi, persone social per eccellenza?
Abbiamo sempre bisogno di qualcosa o qualcuno, che ci gestisca, che ci dica che è ora di fare o di stoppare. E noi, dove siamo in tutto questo?
Dovremmo ricordarci che la morte è l’unica cosa certa che ci attende, nella vita.
Puoi sperare di arrivare alla fine dei tuoi giorni, in pace con te stesso e soddisfatto delle spese sostenute, ma se vuoi che sia così, devi attivarti perché lo sia, dando un giusto senso, peso e valore a tutto ciò che fai, alle persone che incontri, alle situazioni che ti permetti di vivere e a come le vivi.
Ricordi la scrittrice Bronnie Ware? L’infermiera di cui ti ho parlato, che ha lavorato in un hospice per malati terminali, alla quale quelle persone hanno affidato i loro rimpianti più ricorrenti e che sono diventati le pagine del suo libro, che ora sta spopolando?
Ecco come arriviamo alla fine dei nostri giorni.
Carichi di rimpianti, di cose non dette, non fatte, non partecipate.
Sai come viviamo? Te lo ricordo subito.

  • Sommersi di falsi problemi.
  • Ogni affermazione o battito di ciglia a casa, in ufficio, al supermercato, dovunque diventano un problema, un pensiero ricorrente, un vero tarlo, quindi un’ansia o rabbia o invidia o cattiveria ingestibili, che ci divorano e ci soffocano.
  • Niente o poco tempo trascorso all’aria aperta, a gustare un cielo limpido, il vento tra i capelli, il sole sulla pelle o le gocce di pioggia che battono e cantano sul tuo ombrello.
    Viviamo seduti ad un tavolo, davanti ad uno schermo a seguire i Social.
  • Abbiamo un sacco di Social da seguire, anziché prenderci cura di noi stessi e di chi ci sta attorno.
  • Spendiamo ogni giorno 8 ore, appurate  ( vedi sopra) a farci gli affari degli altri, ad esprimere pareri ed opinioni inutili, o a postare like e purtroppo anche brutte parole.
  • Ai bambini piazziamo in mano il cellulare in qualsiasi momento della giornata, affinché non rompano e non ci distraggano dalle cose spesso di poca utilità che stiamo facendo. Secondo noi, che capacità ha un bimbo di 2 anni di gestire una finestra sul mondo qual è il cellulare e l’Web?
    Il piccolo non ha competenze di tipo informatico e tecnico, ma nel giro di poco se le procura, utilizzando le sue capacità esperienziali e la sua memoria, due strumenti validissimi, che sa attivare al meglio, perché lo hanno aiutato fin dal primo giorno in cui venne al mondo, per apprendere niente meno che a parlare, muoversi, camminare, mangiare, fare pipì e popò.
    Ma un cellulare e l’Web non sono solo e tanto questo.

Sono un Mondo, una finestra spalancata sul tutto, un tutto dove noi ADULTI, dobbiamo esserci, perché un bimbo di due anni non ha il senso del valore e del disvalore, non conosce ancora il male ed il buio interiore, ma dentro l’Web, suo Social li incontra e sovente, ci si imbatte da solo ed allora non gli bastano e non gli servono la memoria, le dita piccole ed esili, veloci e l’andare per tentativi.

La velocità di usarlo non pone limiti e quindi vede, sente, coglie, interiorizza di tutto.
Incamera e prima o poi ce li rende.
Non sa se si tratti di finzione o realtà, ma sa che quello che vede lì dentro esistono, perché lo vede, come vede il gatto che si struscia sulle sue gambe in cucina o il cane che lo strattona e abbaia per giocare fuori dallo schermo.
Se questi strumenti ci sono e noi glieli diamo, significa che va bene così, che sono parte della normalità della vita.
Se vede litigi ed insulti li prenderà per giusti e positivi.
Se vede immagini agghiaccianti, le reputerà ordinarie.
Se vedrà la vita da una certa prospettiva è perché si sta addentrando nel bosco come Cappuccetto e lì, come il personaggio della fiaba, incontrerà il lupo ed il cacciatore.
Si nutrirà di ciò che gli apre davanti, di ciò che vede e di conseguenza crescere a seconda del cibo avuto.
Quello che invece noi, adulti, dovremmo fornirgli  sono prima i Valori, le cose solide, buone, genuine, insomma creargli un pregresso che lo renda capace di  vedere e vivere ogni cosa in maniera corretta, di sapere e potere leggere tra le righe, dentro le righe e oltre, per cogliere, rivisitare, comprendere, valutare, ponderare, scegliere, osservare, fare proprio  e se necessario scartare ciò che è amorale, privo di valori, distruttivo e fonte di energie e situazioni affaticanti e magari al limite.
Ci lamentiamo poi, e diamo addosso a scuole ed oratori, ai mister e a chi si occupa dei nostri figli, ma noi siamo i primi ad averli abbandonati in questa bagarre e ad avere la coda di paglia, quindi a riversare sugli altri i nostri sensi di inadeguatezza e di assenza, di mancanza.

  • Ci permettiamo di gettare la nostra vita nelle maniere più assurde
  • E mettiamo i piccoli nella condizione di farlo a loro volta, in maniera ancora più rapida, incisiva e distruttiva.

“Avrei voluto avere il coraggio di vivere la mia vita”, ripetono oggi, tante persone in punto di morte.
Fai in modo di non essere una di quella.
Con amorevolezza ti

Sii grato anche a questo giorno di pioggia

Piove e forse sarà per questo che ti trovi a meditare in maniera più attenta e più intensa.
Ci sono situazioni metereologiche che ti consentono di accentuare la profondità dei tuoi gesti. Sarà perché amo l’acqua e quindi anche la pioggia, o forse no, non è nemmeno per questo, forse è solo perché amo indistintamente tutto ciò che ci viene dato dall’Universo, amo tutto ciò che è stato creato e ritengo mi appartenga e io gli appartenga.

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Madre Terra e la forza della Vita

Questa è una storia vera, di ordinaria grandezza e forza della Natura e di Madre terra, che la genera e la rappresenta.
Il 5 novembre, dello scorso anno, muore, dopo una malattia veloce, ma azzerante, l’ex marito di un’amica.
Non si sono mai separati ufficialmente, quindi gli ultimi mesi lei si ritrova coinvolta in un tour de force, tra canule, drenaggi, visite e tanto altro, di nuovo come compagna, dell’uomo da cui si era allontanata.
Sono momenti impegnativi, ma lei c’è e gli tiene la mano nel suo ultimo tratto di strada quaggiù.

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Il Cibo è la nostra medicina

Oggi andremo indietro nel tempo per parlare di un qualcosa che dovremmo apprezzare tutti in maniera unica, mentre in realtà, da quanto emerge dal nostro vissuto e dal nostro contesto sociale, così affaticato, non sempre avviene, accade.
Di cosa desidero parlare? Del cibo e dell’esperienza che rappresenta per ciascuno di noi.
Parlare di lui è semplice e complesso al tempo stesso, perché non possiamo metterlo in gioco e dargli voce, se prima non cerchiamo di cogliere il senso, il valore che lui ha per noi e cosa ci rappresenta.
Quando nasciamo, la prima esperienza che facciamo, dopo quella del parto, del venire al mondo, qui in questa nuova realtà è quella del nutrirci.
Quello che ingeriamo è la nostra prima esperienza e un modo per entrare in relazione con la mamma, senza usare il linguaggio verbale, che ancora non ci appartiene, e  con tutto ciò che ci circonda.
Lei è fonte di cibo e mentre ci nutre comunichiamo.

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Il senso della Vita

In queste giornate dedicate ai nostri defunti, anche il tempo, come tutti gli anni, è grigio e sembra così voler partecipare a quanto stai vivendo e richiamando nella tua memoria.
Sono le tue ore peggiori, se fai parte di quelle persone che hanno da poco perso qualcuno, e stanno piangendo una morte reale, fisica, o una storia, una relazione, finita.
Lasciar andare qualcosa o qualcuno è sempre e comunque per noi, pesante.
Perché?
Perché siamo soliti creare relazioni e legami a doppio filo, spesso contorte e di conseguenza difficili da sciogliere, da tagliare, da prendere per il giusto verso.
Mi risuonano dentro i versi di Jung, letti in queste ultime ore:
“L’anima non è di oggi.
Essa conta milioni di anni.
Ma la coscienza individuale
è solo il fiore e il frutto di una stagione,
germogliato dal perenne
rizoma sotterraneo”.

Sono parole importanti, forti, che dovresti scrivere sulla porta del frigo, così da poterle rivedere molto spesso e fare nostre, affinché ci offrano una sempre maggiore “presenza”.

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Gentilmente gentile.

Non è sempre facile, nemmeno per me, farsi portavoce del cambiamento, perché siamo abbarbicati a certi comportamenti, ci appartengono da molto tempo e quindi non siamo né ben disposti a lasciarli andare, né predisposti a mettere seriamente in gioco situazioni consolidate, per l’incerto.
Oggi, se penso a qualcosa che devi cambiare nella tua Vita, mi viene in mente la parola Gentilezza.
Quale relazione può esserci tra le due?
Cambiare ed essere gentile.
Con chi?
Beh, prima di tutto con sé stessi.
Cambiare significa liberarsi dalle abitudini che ti fanno stare in qualche misura non bene, quindi significa misurarsi con i propri limiti, le proprie paranoie, le cadute e le fatiche.
Vuol dire spazientirsi e arrabbiarsi con se stessi, perdere la fiducia e pensare di non  farcela e di non valere.
Ecco che allora il metodo della Gentilezza  può avere un senso.
Ti liberi delle abitudini e impari a volerti bene.

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Fiducia e buona riuscita

Ciao, ben ritrovato/a!
Oggi ti propongo un percorso un po’ particolare, frutto non solo di momenti di lettura personali, ma di situazioni che mi giungono attraverso il contatto diretto con le persone che incontro o attraverso le fatiche, di cui mi mettete a conoscenza, nella corrispondenza del blog.
Sono, ho notato, momenti collettivi particolari, con adulti sfiancati e alla ricerca di un ruolo e di un capro espiatorio e giovani/adolescenti aggressivi, saccenti, fragili, beh, diciamo indubbiamente a prova di nervi.
E’ una situazione avvilente ed impegnativa, da tutte le parti la si voglia guardare, in cui le vecchie maniere non funzionano: se funzionassero non saremmo così affaticati e nella condizione di non capire e non riuscire a gestire fatti, eventi e fasi di crescita dei nostri figli o di relazioni.
Abbiamo sicuramente smarrito qualcosa di indispensabile per stare meglio e costruire il meglio per noi e per gli altri.

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Mettersi in gioco.

Cambiare o non cambiare? Questo è il tuo, il nostro dilemma.
Viviamo indubbiamente momenti particolari e abbastanza strong, ma da lì a darci per venti e persi, ne passa, almeno nella mia modalità ordinaria di vivere e di concepire la Vita, la mia Vita e anche quella relazionale, con gli altri.
L’aspetto più forte è indubbiamente il pensiero che alimenta un “disagio collettivo”, che dobbiamo in qualche modo affrontare e smantellare.
Come?

  • Cambiando semplicemente prospettiva.

Una prospettiva putrescente, che genera pensieri non positivi e di conseguenza una società, di fatto, plasmata sulle stesse frequenze e forgiata con la medesima materia, quella che avevamo chiamato con una sigla PdM.
Esiste un lato B per ogni cosa, l’importante è allenarsi per poterlo individuare.
Credo che sia ormai chiaro che non siamo stati cresciuti con questa plasticità mentale, ma svoltare è doveroso e possibile, per evolversi e uscire da una dinamica e da una realtà che non ci aggradano.
Se la medicina ordinaria non funziona, la regola ci dice di trovarne un’altra.

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L’Arte sottile di Apprezzarsi

Apprezzarsi.
Gran bella parola, non trovi?
Letteralmente significa “darsi un prezzo”, quindi riconoscersi un “valore”.
Valore ed autostima vanno a braccetto.
Avrai sicuramente sentito, ripetuto e ricevuto il messaggio che bisogna imparare ad apprezzare sé stessi, ma tu, per primo, ti sarai detto che non sempre è così facile.
Se le circostanze della vita ti sono state amiche e favorevoli, probabilmente non avrai problemi di sorta e ti stimerai, dandoti il giusto valore, quello che a tuo dire, ti meriti, ma se hai vissuto esperienze che ti hanno sovente fatto dubitare della tua importanza e quindi del tuo inestimabile valore, forse oggi sei ancora “affaticato” e non sai come cambiare la tua situazione.

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